Il lavoro della Federal Reserve si complica dopo i dati sull’occupazione negli USA ad agosto

Il mercato del lavoro negli USA cresce ai minimi da mesi e invia segnali contrastanti alla Federal Reserve, stretta tra opposti timori.

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Lavoro USA, segnali contrastanti alla FED

Sono stati assai deludenti i dati sui posti di lavoro non agricoli negli USA ad agosto. Secondo il Dipartimento del Lavoro, risultano cresciuti di 235.000 unità, ai minimi da sette mesi. Un sondaggio Bloomberg aveva stimato una crescita media di 733.000. Sempre ad agosto, infatti, i lavoratori americani che non hanno potuto lavorare a seguito della pandemia sono lievitati a 5,6 milioni dai 5,2 milioni di luglio. Ad ogni modo, tasso di disoccupazione giù dal 5,4% al 5,2%.

Non è finita, però. Contro un consensus Reuters del +4%, i salari orari sono cresciuti del 4,3% e le ore settimanali lavorate sono scese da 34,8 a 34,7. Dopo un iniziale ribasso, il rendimento a 10 anni del Treasury è salito ben sopra l’1,30%. E’ il segno che il mercato abbia inteso la pubblicazione dei dati come complessivamente uno stimolo per la Federal Reserve ad avviare il “tapering”, cioè a ridurre gli stimoli monetari.

I dati sul lavoro USA complicano la vita alla FED

In realtà, la fotografia che emerge da questi numeri complica il lavoro del governatore Jerome Powell. Da un lato, gli effetti della pandemia sull’occupazione risultano più seri di quanto già previsto; dall’altro, l’inflazione potrebbe continuare a correre se è vero che i salari stanno accelerando a ritmi superiori alle attese. Dunque, si evince che il mercato del lavoro resti ben al di sotto dei livelli pre-Covid, con 5,3 milioni di posti in meno. Contemporaneamente, però, il rischio inflazione s’intensifica.

Powell dovrebbe sia mantenere espansiva la politica monetaria per sostenere la crescita economica, sia avviarne la normalizzazione per evitarne l’eccessivo surriscaldamento. In sostanza, segnali contrastanti e probabilmente destinati ad acuirsi nei prossimi mesi, non solo negli USA. La pandemia sta facendo rimanere a casa milioni di lavoratori, che mancano negli stabilimenti non producono la quantità richiesta dai consumatori di beni e servizi.

Peraltro, gli stimoli fiscali molto generosi sarebbero dietro a questo paradosso: le restrizioni anti-Covid stanno venendo meno, per cui la gente è tornata grosso modo libera di muoversi e comprare, mentre molte famiglie preferiscono ricevere il sussidio, anziché tornare in fabbrica.

Il resto lo stanno facendo le interruzioni delle catene di produzione, spesso per mancanza di materie prime come i chip per l’industria elettronica, delle auto, degli elettrodomestici e delle energie alternative. Negli USA, l’inflazione è già salita al 5,4% e nell’Eurozona al 3%. Le banche centrali iniziano a temere di non poter fingere di girarsi dall’altra parte ancora a lungo. Ma senza stimoli monetari, le economie rischiano una debacle con l’accumulo di debiti che diverrebbero più onerosi da rifinanziare.

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