Il jihad europeo: fenomenologia di una specie

Cos'è il jihad europeo, da dove nasce e da quali persone è composto? Andiamo ad analizzare questo fenomeno nel dettaglio, scoprendo le ragioni che portano molti giovani a scegliere la violenza e la morte piuttosto che l'integrazione.

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Cos'è il jihad europeo, da dove nasce e da quali persone è composto? Andiamo ad analizzare questo fenomeno nel dettaglio, scoprendo le ragioni che portano molti giovani a scegliere la violenza e la morte piuttosto che l'integrazione.

Il jihad è diventato un problema europeo: ma cos’è veramente il jihad? Il suo è un significato polivalente, ma rientra sempre nei termini di una lotta, che può essere interiore, per raggiungere una condizione religiosa perfetta, una battaglia contro se stessi e il proprio spirito per ottenere la fede pura, oppure esteriore, che si dichiara nella guerra santa, ovvero un conflitto connotato di caratteri religiosi. Contrariamente a quanto si possa pensare, jihad è un termine arabo maschile e non femminile, accezione con la quale si usa spesso nel nostro Paese. In Europa, il jihad è un cancro interno che tuttavia parte da numerosi fattori riguardanti un processo di ricerca identitaria, una forza di ribellione alla ghettizzazione, una guerra generazionale. In molti ne hanno parlato in questi ultimi tempi per analizzare un fenomeno che è già diffuso nel vecchio continente e che forse è stato troppo spesso sottovalutato.  

Jihad difensivo e jihad offensivo

Jihad rappresenta una parola chiave nell’Islam, ma spesso viene utilizzato in termini difensivi: se attaccati, gli uomini musulmani sono obbligati a rispondere militarmente. Anche per questo motivo, negli ultimi tempi, il jihad è diventato uno strumento per propagandare una guerra contro un Occidente aggressivo, rientrando così nei canoni di un conflitto culturale ed economico, seppur con una forte matrice religiosa. Questo è il jihad difensivo, non sempre riconosciuto: il jihad offensivo, invece, pone il suo significato nella volontà di espandere i domini musulmani.   Più che una guerra, tuttavia, jihad significa sforzo, esaltato nei termini di uno sforzo interiore, una sorta di passione religiosa per il raggiungimento della fede pura. Ma il jihad ha anche altre connotazioni che non si rivedono in una lotta armata o in una guerra santa: jihad, per diversi musulmani, può anche significare un pellegrinaggio alla Mecca – sforzo religioso – o prendersi cura dei propri familiari più anziani.

C’è perfino una comunità minoritaria islamica che rifiuta il significato violenti del jihad, mettendone invece in risalto i principi non violenti, e dunque religiosi tout court.

Il jihad europeo

Quel che è certo, è che forse bisognerebbe distinguere il jihad usato come strumento propagandistico dal terrorismo islamico, e quello europeo, un cancro che nasce direttamente nel vecchio continente, per poi partire alla volta delle zone calde e tornare con gli insegnamenti di una guerra con la quale non tutti i musulmani si trovano d’accordo. Il jihad europeo può dunque rispondere a un significato più strettamente caratterizzato da connotati politici, economici e sociali, scalzando di fatto quelli religiosi.   Un interessante intervento su Le Monde di Olivier Roy, politologo specializzato nella cultura e nella storia dell’Islam e insegnate all’Istituto universitario europeo di Firenze, cerca di approfondire il fenomeno del jihad europeo, definendolo strettamente una rivolta generazionale e nichilista. Roy si domanda contro chi e cosa la Francia sia in guerra: Daesh non invia siriani ad attaccare la Francia come risposta ai bombardamenti subiti, ma si serve di giovani francesi – dunque già presenti in territorio – allenandoli in Medio Oriente e rispedendoli in Europa per rispondere alla loro missione. Il profilo ideale del jihadista europeo corrisponde a un giovane in conflitto con l’Occidente e i suoi valori, spesso emarginato, ghettizzato e recluso, o che comunque non si riconosce né si identifica con i valori del Paese in cui vive, e che cerca una grande causa sulla quale sfogare le proprie pulsioni rivoltose.

Una rivolta senza bandiere

Per come la spiega Roy, dunque, quella a cui stiamo assistendo, quella di cui abbiamo paura, è una rivolta che non conosce bandiere, una rivolta che, se non ci fosse la bandiera nera dell’ISIS a sventolare sulle loro teste come un ossessionante martello che batte su un’incudine, si trasferirebbe in qualsiasi altra causa, sfruttata come strumento per giustificare la propria rabbia interiore. E Roy giustamente afferma che il vero problema francese non sia il Califfo che vive nel deserto siriano, bensì la rivolta di questi giovani e quello che questi giovani rappresentano.   La questione da porsi è la seguente: di cosa tratta questa guerra? Quali sono le sue origini? Rispondono a un Islam che non può integrarsi perché non si riconoscerà mai nei valori occidentali o si tratta di un retaggio post-coloniale e di un rifiuto dei valori occidentali basati sul razzismo e sulla dominazione, che si riflette prevalentemente nel conflitto israelo-palestinese? Forse, è un po’ più complesso di così. Roy parla di una rivolta generazionale e nichilista: generazionale in quanto i protagonisti di questi atti orrendi sono esponenti della seconda o della terza generazione di immigrati musulmani venuti a vivere in Europa. Nichilista perché la religione, in realtà, non è altro che un pretesto.

La rivolta generazionale

Lo spunto generazione è dettato dal fatto che i giovani di oggi, coloro i quali non si sentono integrati perché ghettizzati in una banlieue geografica e/o spirituale non si riconosco nell’Islam dei propri padri, bensì cercano un Islam più radicale, che metta dunque in discussione quello che è diventata la religione dei propri parenti una volta che sono venuti in Europa. Non è un caso che molti genitori e familiari, intervistati dai giornalisti, dicano che non si sarebbero mai aspettati che il proprio figlio facesse quello che ha fatto. Non sono stupidi, o finti tonti: in una grande parte dei casi, quello che dicono è tutto vero. Perché fino a qualche mese prima, questi cumuli di frustrazione e rabbia inespressa in carne e ossa, fumavano, bevevano, ascoltavano musica, rimorchiavano. Si comportavano da perfetti integrati, come i propri genitori. Poi, tutt’a un tratto, la rivolta: una rivolta quasi “adolescenziale” contro la propria famiglia – da qui l’età anagrafica sempre molto giovane degli attentatori – e la ricerca di valori culturali e spirituali che non possono che non identificarsi nell’Islam radicale. Perché quando la figura genitoriale viene meno, paradossalmente, è la radicalità che questi giovani cercano.

 

La rivolta nichilista

Un altro aspetto da non sottovalutare è l’assoluto nichilismo che pervade il jihad europeo: questi giovani non partono in Siria interessati a conoscere la civiltà di un Paese che vogliono servire, né pregano nelle Moschee, né rispettano i principi religiosi. Questi giovani votano la propria vita alla violenza e alla morte, alla radicalizzazione di una religione sporcata dalle parole degli islamici più estremi, corrisponde la radicalizzazione del proprio io, una ricostruzione sgangherata della propria identità, smarritasi improvvisamente nel corso delle generazioni, che comincia a emergere quando l’integrazione con l’Occidente si rompe. Il loro appoggio alla causa palestinese è un altro pretesto, perché non li si vede mai nelle manifestazioni pro-Palestina. Ciò diventa una scusa per farsi esplodere: la risposta di questi giovani alle loro cause mascherate sta nel proprio suicidio, in quello che erroneamente viene definito martirio.

Il vuoto dentro

Da un punto di vista occidentale, fa notare Roy, il nichilismo di questi giovani attentatori è paragonabile al nichilismo di Hans Breivik e a quello di tutti quei ragazzi americani che un giorno si fanno girare il boccino, prendono un kalachmikov e fanno stragi nelle scuole. Freddamente, lucidamente, come se stessero andando a comprare una mela al supermercato. E’ un nichilismo senza religione né patria, generato da una frattura, da un qualche meccanismo che si rompe, dominato però sempre dallo stesso impulso: il rifiuto. Di un valore, della propria società, del proprio io. Un rifiuto che è un affluente che confluisce nel fiume della rabbia e della frustrazione. Un odio incalcolabile e ingestibile verso se stessi, che può essere liberato solo dal farsi esplodere o dal seminare violenza contro i civili, che altro non sono che simboli speculari della propria identità.

 

Risolvere i problemi interni

Sempre su Le Monde, in un intervento ripreso da Internazionale, Farhad Khosrokhavar parla anch’egli di un mancato riconoscimento in un’ideologia sana:  

In Europa esiste un esercito di riserva di jihadisti formato dai giovani declassati delle città o dei quartieri popolari. Nel breve periodo si potrà lottare contro questo esercito di riserva con arresti e detenzioni, ma nel lungo periodo bisognerà neutralizzarlo con misure socio-economiche, far uscire dal ghetto i giovani e inventare una nuova modalità di urbanizzazione e di socializzazione. Questi giovani si identificano nel jihadismo più per ragioni identitarie e sociali che religiose, e l’islam diventa per loro il simbolo di una resistenza perché nessuna ideologia è più in grado di offrirgli un supporto emotivo e la sicurezza del sacro (dopo l’esaurimento delle ideologie di estrema sinistra).  

Come a dire che forse, più dello sgancio delle bombe in Siria, i Paesi dovrebbero guardare di più in casa loro, per arginare questo fenomeno. Perché oggi sarà l’ISIS, ma domani? Cosa sarà domani? Un altro gruppo terroristico con sede in un Paese africano o in un altro territorio del Medio Oriente o dell’Asia, o chissà, del Sudamerica? Un altro gruppo estremista radicale religioso? Un’altra causa a cui votare il proprio sangue e la propria carne? E noi occidentali torneremo a parlare sempre delle stesse cose, evitando di proporre una soluzione che possa arginare definitivamente questo fenomeno violento e nichilista nelle nostre case.  

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