Il petrolio diventerà oro a Riad, ecco i numeri impressionanti dell’IPO di Aramco

La rivoluzione saudita partirà con l'IPO di Aramco, che presenta numeri da capogiro. Vediamoli.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La rivoluzione saudita partirà con l'IPO di Aramco, che presenta numeri da capogiro. Vediamoli.

Lunedì 25 aprile, il Principe saudita, Mohammed bin Salman, 30 anni, numero due della Corona, ha svelato al mondo la sua “Saudi 2030 Vision”, ovvero la sua visione del regno da qui ai prossimi decenni. Si tratta di una rivoluzione, anzitutto, mentale, perché l’obiettivo del piano sarebbe di sganciare Riad dalla sua eccessiva dipendenza dal petrolio. Gli analisti hanno scritto già fiumi di inchiostro in tutto il mondo su di esso, ma aldilà di un certo scetticismo, a nessuno è sfuggita l’ambizione del principe di trasformare dalle fondamenta la società saudita, accettando la sfida di perdere una specificità, che l’ha resa ricca e potente e forse un caso unico al mondo. Uno dei pilastri del piano di bin Salman è la quotazione di Aramco, la cui IPO potrebbe avvenire già a partire dal 2017. Aramco è la compagnia petrolifera statale, che ogni giorno produce 11,6 milioni di barili di greggio e di gas naturale. Essa detiene le seconde riserve al mondo, pari a 260 miliardi di barili, oltre 10 volte il livello di quelle di ExxonMobil, che capitalizza in borsa 362 miliardi di dollari.

IPO Aramco, i numeri del colosso

Da sola, la compagnia rappresenta il 45% del pil saudita, il 90% delle esportazioni del regno e i tre quarti delle sue entrate statali. I suoi costi di produzione sono tra i più bassi al mondo, sotto i 10 dollari al barile, quando altrove si varia mediamente da un minimo di 25 a un massimo di circa 80 dollari. Grazie anche a 500 miliardi di liquidità, ha potuto attutire l’impatto del crollo delle quotazioni nell’ultimo anno e mezzo. Ogni giorno tratta 5,3 milioni di barili, ma il nuovo target fissato dal principe è di 10 milioni. Il principe ha spiegato di puntare a dotare l’Arabia Saudita di un fondo sovrano di 2.000 miliardi di dollari e che per farlo inizierà a quotare in borsa Aramco dall’anno prossimo per circa il 5%, mirando a impiegare il 50% delle risorse in investimenti in assets stranieri, tali da diversificarne le entrate. Se Riad riuscisse nell’intento, possederebbe un fondo sovrano dalle dimensioni di quasi 2,5 volte quello norvegese, oggi il più grande al mondo. [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Petrolio saudita in borsa è una rivoluzione da migliaia di miliardi[/tweet_box]      

Quanto vale in borsa?

La compagnia ha esportato nel 2014 più di 2,5 miliardi di barili di greggio, anche se in lieve calo dai 2,6 miliardi dell’anno precedente. Le sue vendite in Cina rappresentano un quinto del totale delle importazioni di Pechino, nonostante la concorrenza spietata della russa Rosneft, che ha stretto con la China National Petroleum un accordo per l’erogazione di petrolio dal valore di 270 miliardi, pari a 360 milioni di barili. Ma quanto varrebbe in borsa Aramco? Qui, le cifre variano molto, ma in ogni caso sono impressionanti. Anche solo ipotizzando una quotazione standard pari a 10 dollari per ogni barile detenuto nelle riserve, si arriverebbe a una valutazione di almeno 2.600 miliardi. Tuttavia, si consideri che colossi come ExxonMobil, Petrobras, PetroChina e BP quotano mediamente 23 dollari per ogni barile delle riserve, per cui Aramco arriverebbe a valere in borsa 6.000 miliardi di dollari. Calcoli ancora più esaltanti si spingono fino ad ipotizzare una valutazione di 10.000 miliardi.

Quotazione sarebbe assorbita dal mercato?

Ciò significa, che anche solo cedendo in borsa il 5% con l’IPO, Riad intascherebbe subito tra i 130 e i 500 miliardi. Cosa sarebbe al confronto l’IPO da 25 miliardi di Alibaba del 2014? Considerando che nel 2015, il Regno Saudita ha registrato un deficit pubblico di 98 miliardi, pari al 15% del pil, gli basterebbe cedere solo un ventesimo del suo colosso energetico per mettere i suoi conti pubblici al sicuro per anni, anche senza varare alcuna riforma. Ovviamente, non è questo il vero scopo della quotazione in arrivo, ma il messaggio alla concorrenza è chiaro. Una domanda, che molti analisti si pongono in queste settimane è la seguente: una IPO di tali dimensioni sarebbe assorbita dal mercato, non essendoci un vero precedente con questi numeri? Nel 2010, il Brasile incassò 70 miliardi dal 36% di Petrobras, valorizzando l’intera compagnia 224 miliardi. Qui, siamo di fronte nel peggiore dei casi a una valutazione oltre 10 volte più grande. Affinché lo sbarco sui mercati finanziari possa avere successo, quindi, servono alcune condizioni preliminari.      

Le condizioni e le conseguenze

In primis, apertura massima agli investitori stranieri di ogni angolo del pianeta, altrimenti i soli sauditi non sarebbero in grado di acquistare tutto il capitale offerto. Secondariamente, bisogna mettere in conto una quotazione secondaria, che potrebbe avvenire a Hong Kong, dato lo stretto legame commerciale tra Riad e Pechino. Peraltro, collocare parte delle azioni di Aramco presso una delle principali piazze finanziarie del mondo darebbe all’operazione un risalto e una sicurezza maggiori, agli occhi del mercato. Non ultimo, la monarchia dei Saud deve segnalare maggiore trasparenza e la sicurezza a chi investe di trovarsi in un paese realmente libero finanziariamente e libero dal peso della corruzione e della commistione tra affari e politica. A queste condizioni, l’IPO avrebbe successo, anche se il capitale sul mercato dovrebbe essere piazzato con gradualità, date le dimensioni. Infine, bisogna ammettere che una simile operazione avrebbe risvolti geo-politici dirimenti e non solo in Arabia Saudita. Quotare parte della maggiore compagnia petrolifera al mondo imporrà maggiore prudenza a Riad nel muoversi nello scacchiere mediorientale, al fine di evitare contraccolpi sui prezzi. Ciò non significa automaticamente maggiore stabilità e minori tensioni nell’area, ma certo il petrolio non sarebbe più un’arma nelle mani di un paese da brandire per calcoli politici. Pensate cosa ne sarebbe del Cremlino, se fosse privato della minaccia di chiudere i rubinetti del gas. Insomma, sarà il mercato a “normalizzare” i rapporti tra gli stati dentro e fuori il Medio Oriente?

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Argomenti: Arabia Saudita, Crisi materie prime, Economie Asia, Oro, Petrolio