Il giorno del giudizio per l’Europa è arrivato, ecco cosa rischiamo oggi e domani

Al Consiglio europeo di oggi e domani si gioca il futuro dell'euro e della UE. E la leadership della cancelliera Angela Merkel vacilla, in serio rischio nel caso di un mancato accordo sui migranti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Al Consiglio europeo di oggi e domani si gioca il futuro dell'euro e della UE. E la leadership della cancelliera Angela Merkel vacilla, in serio rischio nel caso di un mancato accordo sui migranti.

Inizia oggi il più difficile Consiglio europeo da anni, quello che deciderà se le istituzioni comunitarie avranno un futuro – e se sì, di quale tipo – e se la vita stessa dell’euro verrà garantita o se ancora una volta, almeno per il breve termine, la responsabilità di tenerlo attaccato al respiratore ricadrà sempre e solo sulla BCE. Fino a qualche settimana fa, l’ordine del giorno del vertice di oggi e domani tra i 28 capi di stato e di governo della UE riguardava quasi esclusivamente il tema delle riforme istituzionali, con la Francia di Emmanuel Macron a chiedere l’istituzione di un bilancio comune e un ministro delle Finanze unico nell’Eurozona. La Germania, pur da un’angolatura abbastanza diversa, ha dato il suo assenso, più per non presentare l’asse franco-tedesco diviso al tavolo delle trattative, che per convinzione.

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Ad avere rimescolato le carte è stata l’Italia. Ai margini del dibattito fino a un paio di settimane fa, con la nascita del governo giallo-verde e la linea dura sui migranti del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, Roma si reca oggi con il premier Giuseppe Conte a Bruxelles non più in qualità di partner secondario, bensì centrale della riunione. Anche perché a rischiare la fine della propria carriera politica è proprio la cancelliera Angela Merkel, dopo che il suo ministro dell’Interno, Horst Seehofer, le ha assegnato tempo fino alla fine del mese per trovare una soluzione unitaria sul tema migranti, altrimenti procederà ai respingimenti automatici dei clandestini alle frontiere tedesche e avvierà le pratiche per la separazione della sua CSU (conservatori bavaresi) dalla CDU al Bundestag, un passo inedito in 70 anni di storia politica europea e che implicherebbe la caduta del governo federale, nonché probabilissime elezioni anticipate.

Dunque, l’Italia si ritrova in mano un potere negoziale molto forte, perché se non venisse accontentata nella sua richiesta di solidarietà in fase di soccorso e accoglienza dei rifugiati, porrebbe il veto e la Merkel tornerebbe a casa sconfitta, nonché verrebbe successivamente trafitta a Berlino dai suoi stessi colleghi di coalizione. Vediamo, dunque, quali scenari realisticamente potrebbero concretizzarsi da qui alle prossime ore, tenendo conto delle varie discussioni in atto.

Le riforme di Macron-Merkel

Non solo migranti, come detto. Il Consiglio europeo discuterà di come rinnovare le istituzioni, avviando un percorso di maggiore integrazione tra i 19 membri dell’Eurozona. Tra i punti dell’intesa franco-tedesca vi è la trasformazione dell’ESM, il Meccanismo Europeo di Stabilità, in un Fondo Monetario Europeo. Esso erogherebbe aiuti agli stati in difficoltà, seppure non automaticamente, come avrebbe desiderato Parigi, bensì dietro precise condizioni, ovvero con la sottoscrizione da parte dei governi soccorsi di un memorandum d’intesa sulle riforme. Lo stesso ente fornirebbe negli anni futuri fino a 60 miliardi di euro al Fondo interbancario europeo, quello preposto ad occuparsi gradualmente della gestione delle crisi bancarie nell’area. Infine, due punti molto controversi: Merkel e Macron vorrebbero porre un limite del 5% ai crediti deteriorati lordi sul totale dei prestiti, del 2,5% al netto delle svalutazioni. E nel caso di situazioni di crisi del debito sovrano in uno dei paesi membri, i creditori privati verrebbero coinvolti nelle perdite quasi automaticamente per cercare di offrire soluzioni immediate ed esaustive al problema.

In un precedente articolo, vi abbiamo spiegato perché queste due ultime novità dell’accordo tra Francia e Germania troveranno in disaccordo specialmente l’Italia. La stessa previsione di un Fondo Monetario Europeo vede Conte contrario, anche perché ciò comporta la trasformazione della natura stessa dell’istituto, che da ente intergovernativo diventerebbe autonomo dalla sfera politica e di fatto opererebbe come una sorta di commissario sovranazionale nei casi di assistenza finanziaria. Insomma, ci ritroveremmo potenzialmente tutti sotto una Troika travestita da soccorritore. Inaccettabile per chi, in particolare, fa del “sovranismo” la propria bussola politica.

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Il ruolo centrale dell’Italia

L’Italia dovrà cercare di giocare bene la partita su più tavoli: migranti e riforme. C’è chi ritiene che investire eccessivo capitale politico sul primo tema riduca quello disponibile per il secondo; chi crede, al contrario, che essendo le due partite tra loro legate, non si potrebbe arrivare a scontentarci troppo su uno dei due, altrimenti salterebbe l’intera trattativa. E a rischio c’è la stessa sopravvivenza dell’euro e persino della UE. La Germania di Frau Merkel, ad esempio, teme tantissimo che l’assenza di una soluzione per gestire unitariamente la crisi dei migranti spingerebbe il proprio ministro a chiudere le frontiere e di conseguenza l’Austria a fare lo stesso al suo nord e al suo sud, ovvero al confine con l’Italia. Il nostro Paese si ritroverebbe di fatto escluso dall’area Schengen, la quale collasserebbe. Parliamo di quello spazio geografico, all’interno del quale merci e persone possono muoversi liberamente, oltre che i capitali e i servizi. Difficile, a quel punto, mantenere l’euro in un’area sprovvista della libera circolazione delle persone e dei prodotti. Sarebbe una moneta unica in un mercato disunito.

E c’è la questione delle riforme. L’accordo minimo trovato a Meseberg tra le prime due economie dell’Eurozona scontenta il sud e indispone lo stesso nord. Il primo teme di ritrovarsi assoggettato a regole più stringenti sul piano fiscale e delle norme bancarie, mentre il secondo di dover condividere rischi e oneri con gli stati “spendaccioni” e le cui banche sono gravate da crediti deteriorati molto elevati, nonché da una montagna di bond sovrani poco rassicuranti. Pertanto, mentre Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, etc., non avalleranno automatismi nella gestione fiscale e bancaria, Germania, Austria, Finlandia, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Slovenia pretenderanno che i rischi sovrani e bancari vengano prima abbassati, per potere essere condivisi in un secondo momento.

Per questo, le previsioni non appaiono incoraggianti. Quello che sarebbe dovuto essere il vertice della svolta sta creando aspettative molto basse sui risultati concreti che emergeranno al termine della due giorni. Molto probabile, quindi, che si rinvieranno le soluzioni a dicembre, anche perché l’Italia di Conte ha scombinato lo scenario, con la terza economia dell’area a non avere alcuna intenzione di fare da spettatrice passiva alle decisioni già assunte dal duetto principale. Qualcosa, invece, dovrà pure essere deciso sui migranti. E qui, casca l’asino. Il Gruppo di Visegrad oppone alla UE una visione rigida, chiedendo massima sinergia per impedire che i clandestini anche solo sbarchino in Europa. La Merkel ha messo le mani avanti negli ultimi giorni, anticipando che molto probabilmente non saranno trovate soluzioni europee, bensì bi- e trilaterali. Che significa? Pur di non tornare a casa da sconfitta, la cancelliera sarebbe disposta a individuare accordi tra due o più stati per gestire i flussi, dai soccorsi agli sbarchi, passando per le espulsioni dei non aventi diritto e lo smistamento di quelli che avrebbero titolo per richiedere asilo politico.

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Euro e UE a rischio

L’ipotesi allo studio sarebbe di coinvolgere almeno gli stati del Mediterraneo, anche se è proprio la Francia di Macron ad opporsi a una simile iniziativa, temendo ripercussioni politiche negative al suo interno, con l’ascesa ulteriore della destra euro-scettica e nazionalista di Marine Le Pen. Da qui, gli attacchi ormai quotidiani contro l’Italia e la volontà di fare della Sicilia un grande campo di accoglienza, per conto di tutta l’Europa.

Lo scenario più plumbeo consiste in un flop sic et simpliciter. Sarebbe devastante per la credibilità della leadership tedesca, così come per la tenuta dell’Italia sui mercati finanziari. La speculazione si abbatterebbe sui bond più a rischio dell’Eurozona, in considerazione di un aumentato rischio di rottura dell’area, mentre le stesse borse andrebbero in rosso, scontando ulteriori “exit”, dopo quella del Regno Unito sancita due anni fa con referendum. Poiché in gioco c’è tanto, forse tutto, l’ipotesi più probabile è che domani il vertice si concluda con un accordo minimo, magari solo di facciata, in attesa che le reali soluzioni vengano trovate nei prossimi mesi. Oltre tutto, la UE è stretta dall’esterno tra un’amministrazione Trump minacciosa sulle politiche commerciali e un Cremlino palesemente ostile a Bruxelles. Mostrarsi deboli in questa fase significherebbe prestare il fianco alle manovre di Washington e Mosca per colpire, in particolare, la Germania. Del resto, la tattica dell’attendismo di Frau Merkel sembra essere giunta al capolinea e da mesi inizia a ritorcersi contro la sua stessa persona. Peccato per lei che qualunque soluzioni trovi, si ritroverà sottoposta a un fuoco di sbarramento in casa e all’estero.

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