Il FMI Demolisce le Basi Teoriche della Strategia di Austerità

Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph commenta l'inversione di rotta del FMI, che si è finalmente accorto dell'errore: l'austerità non funziona. Se fosse un medico, sarebbe denunciato per omicidio colposo.

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph commenta l'inversione di rotta del FMI, che si è finalmente accorto dell'errore: l'austerità non funziona. Se fosse un medico, sarebbe denunciato per omicidio colposo.

The Telegraph – La Strategia del debito di Eurolandia è una vergogna economica e morale: il Fondo Monetario Internazionale ha demolito le basi teoriche della strategia sulla crisi del debito in Europa.

 

La drastica stretta fiscale contemporanea tra paesi interconnessi crea danni da due a tre volte maggiori di quanto ipotizzato, soprattutto se non è compensata da uno stimolo monetario.

Spinta oltre la dose terapeutica, è controproducente. A un certo punto diventa sofferenza fine a se stessa.

In Grecia l’errore è evidente da tempo. Originariamente la Troika UE-FMI aveva detto che l’economia avrebbe visto una veloce ripresa, con una crescita dell’1.1% nel 2011, del 2.1% nel 2012, e via così verso splendidi orizzonti.

In realtà, il PIL greco si è contratto del 4.5% nel 2010, del 6.9% nel 2011, e si prevede quest’anno un’ulteriore contrazione del 6%, e del 4% l’anno prossimo. Se la troika fosse un medico, dovrebbe affrontare un’accusa di omicidio colposo.

Ora il FMI ammette – o meglio quelli del FMI che avevano sempre temuto quest’esito sono finalmente in grado di dire – che questo errore di valutazione va ben oltre la Grecia. Una contrazione dell’1% del PIL nei paesi ricchi non porta a una perdita di produzione dello 0.5% nell’arco di due anni, come si pensava.

Il “moltiplicatore fiscale” non è il sacro 0,5 assunto da ogni ministero delle finanze in Europa. Da quando è scoppiata la bolla globale nel 2008-2009 c’è la prova evidente che il moltiplicatore è compreso tra lo 0,9 e l’1,7, o anche maggiore, prova che inchioda l’UEM.

Il modello costruito nel corso dei lunghi anni del boom – e in gran parte costruito su casi isolati, ciascuno in grado di imboccare una sua particolare via d’uscita dalle crisi – si rivela pericolosamente sbagliato in questa crisi da eccesso di risparmio in stile anni ’30, nella quale è sprofondato gran parte del mondo.

 

Steen Jakobsen di Saxo Bank dice che il mea culpa del FMI è il “la più grande storia finanziaria dell’anno”. Infatti lo è. Le autorità hanno ripetuto gli errori della Grande Depressione, ma con meno scusanti.

Ora il FMI ha chiesto un cambiamento di rotta. Ai greco-latini dovrebbe essere dato più tempo per tagliare i loro deficit. Il blocco dei creditori AAA dovrebbe smettere di fare politiche restrittive tutti insieme, fino a quando la zona euro non si troverà al largo degli scogli.

“Ridurre il debito pubblico è incredibilmente difficile senza la crescita”, ha detto Christine Lagarde del FMI. “Invece di ridurlo pesantemente, a volte è meglio dare un po’ più di tempo.”

 

Ci si potrebbe aspettare da parte del tedesco Wolfgang Schauble un barlume di riconoscimento che qualcosa debba cambiare. Ma no, con mezza Europa che sta scivolando in una seconda e più minacciosa fase di depressione, e con la disoccupazione già al 25.1% in Grecia e in Spagna, e al 15.9% in Portogallo, egli ancora si rifiuta di tollerare alcuna deviazione.

  In risposta scatta: “L’aumento del debito pubblico non crea crescita, distrugge la crescita”. Non vi è “alcuna alternativa” alla riduzione del debito. Sempre la stessa pedanteria.

Ci ricorda l’immortale Pfuhl di Guerra e Pace di Tolstoj: “sempre disposto ad essere irritabile”, e incrollabile nelle sue militari certezze anche dopo le sconfitte di Jena e Auerstadt.

“Il fallimento non lo conduceva a vedere il minimo elemento di debolezza nella sua teoria. Al contrario, il fallimento era da attribuire interamente all’allontanamento dalle sue teorie.”

Quindi, non ci sarà alcun cambiamento nella politica. “L’Europa è sulla strada giusta per risolvere i suoi problemi”, insiste Mr. Schauble.

 

I Latini dovranno sopportare tutto il peso dell’aggiustamento. Loro soltanto devono continuare a chiudere il divario di competitività tra Nord e Sud attraverso una “svalutazione interna”, un termine elegante per definire una politica che funziona soprattutto quando riduce al sussidio di disoccupazione un numero di lavoratori sufficiente a spezzare le resistenze sui tagli salariali. Nel processo si raddoppia la tendenza alla contrazione dell’intero sistema UEM.

La grande incognita è se il piano Schauble si infrangerà sulle barricate della rivolta civile.

 

Le previsioni di crescita sono molto confuse.

 

Ha ragione il governo spagnolo a prevedere l’anno prossimo una caduta del PIL solo dello 0.5%, con una ripresa a partire dall’estate, o ha ragione la confederazione spagnola dei datori di lavoro a prevedere il -1.6%, o Citigroup il -3.2% (e-5.7% in Portogallo) , o Nomura il -3% e ancora -1.5% nel 2014?

Madhur Jha di HSBC teme che un altro milione e mezzo di persone potrebbe perdere il posto di lavoro in Spagna entro la fine nel 2013, spingendo la disoccupazione a oltre il 31%. Il suo scenario più ottimistico è al 28%.

Finora il peso dei tagli è stato sopportato dal settore privato spagnolo. L’accetta ora deve cadere sui dipendenti statali, e questa sarà quasi certamente una condizione per un bail-out sovrano. “Il taglio dei posti di lavoro nel settore pubblico è politicamente esplosivo. Il punto critico per l’economia spagnola potrebbe essere alle porte,” ha dichiarato.

La dottrina UEM – esposta dal direttore dei bail-out Klaus Regling nei suoi tour nelle capitali del mondo – è che i maligni “anglosassoni” dovranno rimangiarsi le loro parole sui pericoli delle svalutazioni interne.

Ci è stato detto che l’Irlanda ha in gran parte già chiuso il gap, mostrando che è possibile. In effetti l’ha fatto, ma l’Irlanda ha una delle economie più aperte del mondo. Le sue esportazioni sono il 127% del PIL. Ha un grosso surplus commerciale.

 

Il paese non è mai stato seriamente non competitivo con l’euro. Non ha una moneta disallineata. L’Irlanda non ci dice nulla su Spagna, Italia, Portogallo, o addirittura Francia.

La Spagna dovrà affrontare chiaramente un compito molto più arduo. Ha una economia chiusa. Le esportazioni sono meno del 30% del PIL. Il disavanzo delle partite correnti si è ridotto dal 10% del PIL al 2% – spinto verso il surplus nel mese di luglio dal turismo – ma il frutto è stato colto e gli attivi si stanno di nuovo appiattendo.

 

La realtà è che anche dopo il crollo delle importazioni, la Spagna è ancora in deficit e ha sofferenze estere nette del 92% del PIL. L’equilibrio dei conti con l’estero sarà raggiunto solo con la depressione dell’economia e solo con una disoccupazione a livelli che le democrazie non possono tollerare.

Mr. Schäuble pensa che la Spagna non ha scelta. Deve prendere la sua medicina. “Non c’è paese europeo che dovrebbe neanche minimamente pensare di rinunciare alla moneta unica europea”, ha detto la scorsa settimana.

Questo non è affatto vero. Il capo del partito di governo di Cipro ha apertamente discusso di un’uscita dall’euro, se le clausole di salvataggio della troika saranno inaccettabili.

Ed è anche un errore di valutazione. Ogni nazione sovrana ha una scelta, e il mea culpa del FMI cambia lo scenario. La questione non è più se la Spagna dovrebbe aderire al piano Schauble, ma se il piano può effettivamente funzionare.

 

In verità, il governo tedesco ha cambiato le carte in tavola. Sta lasciando che sia la Banca centrale europea a impegnarsi in furtive mutualizzazioni del debito dell’UEM, espandendo il suo bilancio. Questo rende più facile al Cancelliere Angela Merkel evitare un duro scontro nel Bundestag.

Tuttavia, una tale politica finisce in un vicolo cieco. E’ troppo incostante, esitante, e dipende dalle condizioni poste per arrestare la crisi: ma è sufficiente a provocare una dura reazione del popolo tedesco, non appena si renda conto che nel suo paese viene contrabbandata un’unione fiscale senza consenso democratico.

 

Il blocco latino e gli alleati che la pensano come loro potrebbero naturalmente disporre del loro diritto di voto in seno al Consiglio dell’Unione europea e alla BCE per far approvare una politica di reflazione.

L’effetto sarebbe quello di portare la Germania e la periferia AAA fuori dall’UEM, spingendo l’inflazione interna in questi paesi a livelli insopportabili. Si potrebbe obiettare che questo processo è già in corso, anche se la Francia non è ancora abbastanza in sofferenza da forzare la situazione.

Inoltre, per fare questo ci sarebbe bisogno di un Churchill – o addirittura di un Juan Pérez Villamil, l’eroe del Levantamiento – che sollevi in alto la bandiera della sfida. Nessun leader di questo genere è ancora apparso.

Articolo originale: Euroland’s debt strategy is an economic and moral disgrace

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Argomenti: Crisi Euro

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