Il fair play finanziario colpisce e prende in giro il calcio italiano, favorendo gli sceicchi

Macché fair play finanziario! In Europa, alcune società di calcio barano alla luce del sole e prendono in giro chi, come i club italiani, non dispongono di proprietari russi o arabi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Macché fair play finanziario! In Europa, alcune società di calcio barano alla luce del sole e prendono in giro chi, come i club italiani, non dispongono di proprietari russi o arabi.

Il Milan rischia di restare escluso dall’Europa League per la stagione 2018/2019, dopo avere conquistato faticosamente il sesto posto nel campionato di calcio italiano, ultimo utile per l’accesso senza passare per la fase preliminare. La UEFA potrebbe comminare al club rossonero la massima sanzione prevista per avere infranto le regole del “fair play finanziario”, quelle che sin dal 2011 puntano alla sostenibilità dei conti delle squadre europee, un obiettivo in sé nobile e per cui si batté fortemente l’ex presidente Michel Platini per far fronte a una situazione di vero collasso di numerosi club in tutto il continente, le cui spese folli erano finite in molti casi per travolgerli. Il calciomercato estivo dello scorso anno dei rossoneri è costato sui 240 milioni di euro, tanti per una società che ha chiuso la stagione 2016/2017 con ricavi sotto i 200 milioni, non figurando così nemmeno tra le prime 20 d’Europa. I risultati sia sportivi che finanziari non sono stati all’altezza della maxi-spesa, con le conseguenze che sappiamo e di cui si discute in queste settimane.

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Il fair play finanziario è stato appena reso ancora più restrittivo per le prossime stagioni, con il fine di evitare scappatoie “tecniche” tramite le quali continuare a spendere oltre il sostenibile. Tra le varie novità, la maggiore attenzione ai prestiti della proprietà. Il principio è quello di spingere i titolari a mettere mano al portafogli, anziché finanziare gli investimenti con operazioni creditizie. Un accorgimento che non farà bene a un’altra milanese, ovvero all’Inter, la cui proprietà cinese di Suning risulta avere già prestato alla controllata intorno ai 300 milioni di euro, importo corrispondente quasi all’intero fatturato della stagione 2016/2017. La ragione per cui il titolare nerazzurro opta per i prestiti e non per operazioni di ricapitalizzazioni è semplice: evitare di diluire la quota di minoranza di Thorir, l’ex proprietario cinese del club.

Eppure, un prestito dovrà essere pur sempre rimborsato e per quanto erogato dalla stessa proprietà spinge contabilmente la società a non “bruciare” risorse, dovendo essere centrato l’equilibrio finanziario atto a rimborsare i milioni ricevuti. Viceversa, sarebbero altre le operazioni che andrebbero monitorate dalla UEFA e che a tutti gli effetti si traducono in una presa in gira bella e buona verso chi segue correttamente le regole europee. Prendiamo il Paris-Saint-Germain dello sceicco qatarino Nasser Al-Khelaifi, a capo del fondo sovrano del Qatar. Lo scorso anno, ha acquistato Neymar, strappandolo al Barcellona con il pagamento dei 222 milioni della clausola rescissoria, spendendo altri 180 milioni per Mbappé. In totale, solo questi due acquisti sono costati 402 milioni, circa l’80% del fatturato stagionale.

Il fair play che non c’è

Il club parigino subirà limitazioni con il calciomercato estivo di quest’anno, dato che la UEFA gli imporrà cessioni per 70-90 milioni di euro. Ma già negli anni scorsi era stato oggetto di attenzione a Nyon per quelle sponsorizzazioni a valori evidentemente fuori mercato e pari a 200 milioni di euro a stagione. Parliamo del Qatar Tourism Authority, praticamente un altro ente governativo qatarino, che sponsorizza il PSG da anni a cifre superiori a quelle di mercato, fornendo alla società risorse preziose con cui formalmente rispettare le regole del fair play finanziario. Dunque, funziona così: uno sceicco acquista un club calcistico europeo, inizia a fare spese folli per inserire in rosa grandi campioni e poiché gli incassi non giustificherebbero gli investimenti, utilizzano società collegate per ottenere sponsor a prezzi esagerati, rispettando così formalmente le regole finanziarie. Risultato? I poveri cristi senza santi in paradiso dovranno limitarsi nello spendere, altrimenti violerebbero il fair play finanziario e verrebbero sanzionati, mentre gli altri possono permettersi di tutto.

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Che non si tratti di elucubrazioni mentali lo testimonia persino un intervento di queste ore sul tema dell’ex commissario alla spending review, nonché ex premier incaricato Carlo Cottarelli, che retoricamente si chiede come mai da quando è stato introdotto il fair play finanziario a vincere la Champions League siano le stesse squadre. Secondo il dirigente del Fondo Monetario Internazionale, il gap tra grandi e piccole squadre non solo non si è ridotto, come da obiettivo delle regole UEFA, ma risulta ampliatosi. Insomma, se il tuo proprietario è un magnate russo o arabo e dispone di enti governativi o società collegate pronti a finanziare piani di investimento altrimenti non sostenibili, tutto ti è permesso. Se sei un club dalla proprietà ordinaria, invece, devi porti limiti di spesa, per cui addio ai grandi campioni, addio ai risultati sul campo in Europa e fatturato limitato. S’innescherebbe, insomma, un circolo vizioso, che porta alcuni ad auto-relegarsi sempre più nel cono d’ombra del calcio europeo.

Certo, la soluzione non sarebbe consentire a tutti di spandere e spendere senza limitazioni, anche perché nessun business si regge su simili logiche. E dobbiamo ammettere che proprio i successi calcistici e i risultati positivi delle squadre spagnole segnalano che esiste già un’alternativa preferibile alla politica dissennata degli sceicchi. Serve, però, che il potenziamento del fair play finanziario non si traduca nell’ennesima beffa per il calcio italiano, dove una società rischia di non disputare le gare europee per avere accumulato debiti per 150 milioni nelle tre stagioni 2014-2017, quando in giro per l’Europa troviamo società che spendono cifre superiori solo per strappare alla concorrenza un giocatore, salvo farsi finanziare l’acquisto da operazioni di puro maquillage contabile. Dov’è il fair play, se alcuni aggirano le regole alla luce del sole?

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Argomenti: Economia nel pallone