Il divieto di licenziamento per le imprese mette a rischio tutti i posti di lavoro

Le imprese italiane non potranno licenziare i dipendenti fino alla fine dell'anno e per i lavoratori non è una buona notizia, così si rischia di andare tutti a casa.

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Le imprese italiane non potranno licenziare i dipendenti fino alla fine dell'anno e per i lavoratori non è una buona notizia, così si rischia di andare tutti a casa.

C’era una volta la libertà d’impresa e tutelata da quell’art. 41 della Costituzione, che evidentemente qualcuno al governo dovrebbe ripassare, magari a partire dal premier “avvocato del popolo”. A marzo, quando l’Italia venne colpita dalla pandemia, l’esecutivo decise di bloccare i licenziamenti per 60 giorni, ma con il successivo Decreto “Rilancio” si prorogò il divieto fino al 17 agosto. Adesso, viene annunciata una seconda proroga fino alla fine dell’anno. In sintesi, il datore di lavoro non può procedere ai cosiddetti licenziamenti collettivi, né a dare attuazione a quelli per giustificato motivo oggetto (cause economiche/riorganizzazione aziendale, etc.).

L’intento dell’esecutivo sarebbe di evitare che centinaia di migliaia o forse qualche milione di lavoratori finiscano per strada per il timore delle imprese di non riuscire a superare questa fase così critica per la loro stessa sopravvivenza. In verità, siamo di fronte a un vero e proprio “voto di scambio” sulla pelle degli imprenditori: il governo blocca i licenziamenti per ottenere il consenso di quelle categorie, le quali teoricamente adesso dovrebbero dimostrarsi “riconoscenti” con la maggioranza “giallo-rossa”, a partire dalle prossime elezioni regionali in programma a settembre. Del resto, molti continuano a non lavorare e a percepire la cassa integrazione, a copertura dell’80% dello stipendio. Le stesse partite IVA in affanno hanno ricevuto e continuano a ricevere, ove possibile, 600 euro al mese.

Insomma, pian piano il governo sta trascinando l’economia italiana verso una forma di pseudo-capitalismo etero-diretto, in cui la libertà del mercato si restringe nel nome di un bene superiore, quale la tutela della salute pubblica.

I danni del blocco dei licenziamenti

Tornando al blocco dei licenziamenti, non si creda che sia una soluzione di lungo respiro per proteggere i posti di lavoro.

Anzi, rischia di rivelarsi molto presto l’esatto contrario. Prendete il caso della sopravvenuta inidoneità alla mansione: il datore di lavoro non avrebbe modo di spostare a una nuova mansione il dipendente divenuto inabile, dovendo tenerlo in organico senza che magari contribuisca affatto alla produzione, incidendo solo sui costi.

Più in generale, il divieto di licenziamento fa perdere alle imprese mesi preziosi per riorganizzarsi. Il Covid-19 sta costringendo molte attività a ripensarsi per il futuro, in quanto il mercato ha subito cambiamenti per certi versi strutturali. La sopravvivenza e – si spera – il rilancio passano dai processi riorganizzativi, i quali a loro volta sono impediti dalla rigidità con cui il legislatore pretende che i lavoratori vengano tenuti in organico. Per proteggere pochi, stiamo rischiando di mandare a gambe per aria tutti i posti di lavoro di interi comparti, quelli più esposti alla crisi pandemica, come bar, ristoranti, alberghi e attività commerciali.

Questa soluzione malsana serve al governo per prendere tempo, nascondendo i dati reali sulla disoccupazione in Italia, i cui tassi sarebbero molto più alti di quelli ridicolmente calanti dei mesi scorsi. A giugno, le ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps sono state 434 milioni, corrispondenti ancora a oltre 2,5 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Certo, non tutti sarebbero disoccupati, ma grosso modo possiamo affermare che il numero degli occupati risulterebbe sceso in area 20 milioni di unità e che il tasso di disoccupazione s’impennerebbe intorno al record storico del 15%. Possiamo anche cercare di nascondere il cielo con la mano, ma quante probabilità abbiamo di riuscirci?

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