Il difficile compito della Federal Reserve, stretta tra mercati ed economia sui tassi USA

Riunione difficile per la Federal Reserve sui tassi quella in corso e che domani dovrebbe esitare la quarta stretta dell'anno. Ecco tutti i nodi che dovrà affrontare il governatore Powell.

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Riunione difficile per la Federal Reserve sui tassi quella in corso e che domani dovrebbe esitare la quarta stretta dell'anno. Ecco tutti i nodi che dovrà affrontare il governatore Powell.

In pochi vorrebbero essere in queste ore al posto di Jerome Powell, il governatore della Federal Reserve, che ieri ha iniziato l’ultima due giorni dell’anno del FOMC, il braccio di politica monetaria dell’istituto. Le attese sono per un rialzo dei tassi, il quarto del 2018, di 25 punti base al nuovo range del 2,25-2,50%. E, tuttavia, se la decisione veniva considerata praticamente scontata fino a qualche settimana fa, adesso il tool utilizzato dai mercati per monitorare le aspettative degli operatori, attraverso i prezzi dei futures negoziati da CME Group, segnala che il mercato crede ancora per il 70% che stasera sarà annunciata la stretta, una percentuale senz’altro robusta, eppure non soltanto inferiore a quella dei giorni scorsi, ma persino limite, se si guarda alla storia degli ultimi decenni della Fed, che sostanzialmente sembra alzare i tassi quando gli investitori se lo aspettano con una probabilità non inferiore proprio al 70%.

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Se c’è una cosa che Powell, così come i suoi predecessori, vogliono evitare nel comunicare le loro decisioni di politica monetaria è di sorprendere i mercati nel senso letterale del termine. Per questo, l’istituto, così come fa la stessa BCE per l’Eurozona, li prepara per tempo nelle settimane precedenti con dichiarazioni più o meno formali, al fine di variarne le aspettative in maniera ordinata, evitando scossoni per bond e azioni. E stavolta? Sappiamo dall’ultimo appuntamento del FOMC che i funzionari dello stesso istituto prevedono 3 rialzi dei tassi per il 2019, ma qualche settimana dopo è stato lo stesso governatore a dichiarare che il livello attuale dei tassi negli USA sarebbe “di poco più basso” di quello naturale a cui tendere (per inciso, quel tasso a cui l’economia americana continua a crescere senza che l’inflazione acceleri) e stimato intorno al 3%.

Nel frattempo, però, Wall Street è entrata in correzione, ripiegando del 12% dal record del 3 ottobre scorso a ieri, mentre il presidente Donald Trump ripete come un mantra che i tassi non devono essere alzati, arrivando a definire “folle” la Fed e anche ieri ha criticato le ipotesi di una ennesima stretta. Nei giorni scorsi, aveva smentito di volere cacciare Powell, pur dicendosi totalmente contrariato dalla sua politica, un modo come un altro per metterlo sull’attenti, servendogli al contempo su un piatto d’argento la Cina come capro espiatorio, con la guerra dei dazi in corso e che il caso Huawei avrebbe rinvigorito, quando sembrava affievolirsi dopo il G20 in Argentina. Che fare? Se stasera i tassi salgono, la Casa Bianca potrebbe esplodere contro la Fed; se restano invariati, Powell rischia di apparire succube di Trump, ossia politicizzato e sarebbe un colpo per la credibilità dell’istituto che guida.

Ascoltare i mercati o l’economia?

C’è un problema meno formale da affrontare: i mercati segnalano alla Fed di non tollerare più nuovi rialzi dei tassi, mentre ad oggi l’economia americana si mostra robusta, con un’inflazione di poco superiore al target del 2%, una disoccupazione ai minimi da quasi mezzo secolo, una crescita del pil del 4,2% nel secondo trimestre e del 3,5% nel terzo e attesa in rallentamento non preoccupante per il periodo in corso. Insomma, alzare i tassi seguendo le dinamiche economiche comporta il rischio di contrariare i mercati, provocandone un crollo potenzialmente drammatico. E a sua volta, questo si ripercuoterebbe negativamente sulla crescita del pil, attraverso il peso che ha sui consumi e gli investimenti il cosiddetto effetto ricchezza. Non perdiamo di vista che le azioni e le obbligazioni sono in mano alle famiglie, non solo ai grandi finanzieri di New York.

Dunque, se perdono di valore, saranno più poveri milioni di americani, i quali consumeranno di meno o non investiranno.

Se, però, la Fed inseguisse i desiderata dei mercati, rischierebbe di surriscaldare troppo i prezzi, con la conseguenza di ritrovarsi magari tra qualche mese costretta ad alzare i tassi in misura più drastica e finendo per provocare una recessione. E il dilemma di Powell non è finito qua: accumulare munizioni per contrastare con maggiore efficacia la crisi che verrà o prendersi una pausa per evitare proprio di mettere a repentaglio la crescita? In effetti, le banche centrali dopo il 2008 si sono imbarcate su una nave che le hanno portate assai lontane dai lidi presso cui ormeggiavano fino ad allora. In mare aperto, adesso non sanno come tornare nei rispettivi porti per non farsi trovare impreparati da una tempesta. Il problema è, però, che se da un lato dovrebbero alzare i tassi per abbassarli all’occorrenza ed evitare di restare sprovvisti di strumenti per combattere la prossima crisi, dall’altro proprio i rialzi rischiano di anticipare tale crisi e di renderla più acuta, necessitando di tagli più drastici.

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Stretta e dopo lunga pausa, l’opzione di Powell

Salvo sorprese davvero eclatanti, stasera sentiremo annunciare da Powell il quarto rialzo dei tassi dell’anno, anche perché questo si aspettano i mercati e nel caso in cui lo rinviasse, anziché guadagnare, Wall Street potrebbe ripiegare ancora di più sul timore che la mancata stretta sia figlia di previsioni cupe sullo stato dell’economia americana e magari non rese ancora pubbliche dall’istituto. Detto questo, dovremmo immaginare che il governatore non si limiti a fingere che non stia accadendo nulla. Cercherà di risolvere tutti i dilemmi di cui sopra con un atteggiamento di compromesso: aumentare il costo del denaro, ma allo stesso tempo mostrarsi accomodante. Come? Probabile un cambio di toni, avvalendosi forse di proiezioni macro più deboli, e la sottolineatura dei rischi “esterni” crescenti che incomberebbero sull’economia americana, nonché abbassando i tassi attesi da qui a 12 mesi con i “dot plots”, così da preparare gradualmente i mercati ad attendersi una stretta futura meno accentuata.

A dire il vero, già occhi i mercati, sempre ricavando i dati dai futures di CME Group, non scontano più alcun rialzo da qui al prossimo ottobre, fiutando o un deciso rallentamento dell’economia USA o una pausa della Fed o entrambi.

Di certo c’è che è cambiato il clima, nulla sui mercati è come fino a qualche mese fa, quando si dava per certo che i tassi americani sarebbero saliti svariate volte nei trimestri successivi e che l’economia a stelle e strisce rimanesse quasi avulsa dal contesto macro internazionale. Adesso, invece, bisogna prendere atto del brusco calo delle aspettative d’inflazione all’1,60% medio per i prossimi 5 anni (-0,50% da maggio) e della curva dei rendimenti invertita nel tratto a breve, la quale prefigura timori di crisi entro un paio di anni. Tutto questo, mentre il dollaro è tornato ai massimi da un anno e mezzo e il petrolio è sceso ai minimi da 14 mesi, entrambi a gravare negativamente sull’inflazione americana, allontanando ulteriormente la necessità attesa di nuove azioni restrittive della Fed. Dopo domani, difficilmente vedremo Powell inasprire le condizioni sul mercato monetario. I tassi saranno ancora relativamente molto bassi e di poco nel range storico della Fed, ma l’America li ha pur sempre già portati a livelli reali positivi e nettamente superiori a quelli delle altre principali economie mondiali, nel frattempo avendo iniziato a ridurre il bilancio di 50 miliardi di dollari al mese. Frecce nel proprio arco ne dispone, pur non tantissime, mentre saranno le banche centrali europee e del Giappone ad avere un forte mal di testa quando avranno bisogno di allentare le rispettive politiche monetarie.

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