Il deficit-limite al 3% sarà stupido, ma anche criticarlo non è intelligente

Perché attaccare il deficit massimo al 3% del pil fa solo male al governo. Ecco come Salvini e Di Maio, in teoria, riuscirebbero a mantenere le promesse elettorali, Europa e Mattarella permettendo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Perché attaccare il deficit massimo al 3% del pil fa solo male al governo. Ecco come Salvini e Di Maio, in teoria, riuscirebbero a mantenere le promesse elettorali, Europa e Mattarella permettendo.

Sforare il tetto massimo del 3% di deficit sul pil consentito dal Patto di Stabilità europeo? Per il governo Conte non è un tabù. All’indomani dal tragico crollo del Ponte Morandi a Genova, il vice-premier Matteo Salvini aveva chiarito che, nel nome degli investimenti, non ci saranno vincoli di bilancio che tengano, mentre l’altro ieri lo stesso concetto è stato ribadito dall’altro vice-premier, Luigi Di Maio, il quale ha evidenziato come pur di introdurre il reddito di cittadinanza, se sarà necessario, il limite del 3% sarà sforato. Pronto l’intervento del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il quale ha ricordato come tale tetto sia stato criticato persino da quanti lo proposero ai tempi, ma ciononostante, ha avvertito, una cosa è dubitarne della validità, un’altra sforarlo.

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Il responsabile del Tesoro agisce da pompiere per spegnere gli incendi appiccati dalla maggioranza, che di rispettare i vincoli fiscali presidiati da Bruxelles non vuole sentirne parlare. Tante le promesse elettorali, che da qui al fatidico 15 ottobre dovranno essere messe nero su bianco almeno in parte: reddito di cittadinanza, flat tax, revisione della legge Fornero, piano pluriennale di investimenti pubblici, taglio delle accise, stop all’aumento dell’IVA. Trattasi di misure dal controvalore inestimabile, perché perlopiù il loro impatto sui conti pubblici dipenderà dal grado e dalle modalità di attuazione, ma parliamo certamente di decine di miliardi.

Come restare sotto il 3%

Quanti miliardi servirebbero ad ottemperare agli impegni, senza sforare il tetto del deficit? Considerando che l’Italia dovrebbe chiudere il 2017 con un rapporto deficit/pil all’1,6%, come da accordo tra Roma e commissari, resta un margine dell’1,4% del pil da potere utilizzare, qualcosa che corrisponderebbe l’anno prossimo a circa 25 miliardi di euro. La metà servirebbe solo per sventare le clausole di salvaguardia e impedire l’aumento delle aliquote IVA, il resto dovrebbe dividersi tra troppi capitoli. A meno che il governo non reperisca risorse tagliando la spesa e/o aumentando altre fonti di entrate, le coperture sarebbero inesistenti e 12 miliardi basterebbero a malapena per rivedere un po’ la legge Fornero e per avviare il reddito di cittadinanza, mentre per il taglio delle tasse rimarrebbero briciole.

Tuttavia, la maggioranza avrebbe in mente azioni più ardite sui conti pubblici, prendendo in considerazione il cosiddetto “moltiplicatore fiscale”. Di cosa parliamo? Il deficit è anche una fonte di reddito per l’economia italiana, come un prestito per una famiglia rappresenta liquidità da utilizzare per i propri bisogni. Se lo accresciamo dell’1,4% del pil, quanta crescita economica dovremmo attenderci in più? La risposta non è semplice. Stando a diverse analisi, il pil in Italia tenderebbe a variare mediamente oltre l’unità in relazione alla variazione del deficit. In sostanza, se aumentiamo il deficit di quei 25 miliardi sopra accennati, il pil dovrebbe salire di qualcosa di più, diciamo nell’ordine di una trentina di miliardi. Ora, poiché la pressione fiscale in Italia si attesta a ridosso del 43%, di questo maggiore pil dovremmo calcolare entrate per lo stato nell’ordine di almeno una decina di miliardi. Pertanto, per ogni 1% di deficit in più previsto, quello effettivo dovrebbe attestarsi nell’ordine dello 0,6%. Quanto al rapporto debito/pil, molto monitorato dalla UE per l’Italia, per stabilizzarlo ci basterebbe una crescita nominale (inflazione, inclusa) di circa il 2,3%. Stando a quanto appena scritto, dovremmo registrarne una di almeno il 3,5%, per cui il grado di indebitamento dovrebbe, addirittura, ridursi.

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Di Maio e Salvini parlino di meno

Per essere ancora più chiari, almeno in teoria l’Italia potrebbe permettersi di aumentare il deficit di oltre una quarantina di miliardi, restando all’interno di un rapporto deficit/pil del 3%. Questa cifra consentirebbe al governo giallo-verde di trovare le risorse per mettere insieme le istanze abbastanza variegate della sua maggioranza. Salvini, ad esempio, potrebbe confidare in una quindicina di miliardi per tagliare l’Irpef e 4-5 miliardi per abbassare persino le accise. Ci sono, però, due problemi in fase di traduzione di queste cifre in pratica. Il primo riguarda il presidente Sergio Mattarella. Quasi certamente non firmerebbe una legge di Stabilità senza le dovute coperture e la rispedirebbe al mittente. Che in autunno si possa arrivare a una crisi istituzionale tra governo e Quirinale, peraltro, non è in sé escluso, anche se tra le due parti il dialogo non si avvierà certamente a manovra già scritta.

Altro problema riguarda proprio l’aspetto teorico del moltiplicatore fiscale: più alti sono i consumi e maggiore tenderebbe ad essere l’effetto positivo del deficit sull’economia. I consumi delle famiglie, però, non è detto che si traducano (solo) in domanda di beni e servizi prodotti in Italia. Una quota riguarderà certamente anche beni e servizi importati. Più quest’ultima fosse alta, minore il beneficio per il nostro pil. Non solo: meno gli italiani consumassero il maggiore reddito disponibile, più basso il moltiplicatore. E qui vale la pena di sottolineare che i consumi dipendono spesso dalla fiducia che la politica fiscale riesce o meno a riscuotere. Se il governo desse l’impressione di devastare i conti pubblici, famiglie e imprese si terrebbero alla larga da maggiori atti di spesa e investimenti, temendo di dover essere chiamati presto a rattoppare il “buco”. Il ricordo del 2012 è vicinissimo e doloroso un po’ per tutti.

Le frequenti esternazioni anti-austerity e contro i mercati finanziari della maggioranza rischiano di alimentare un clima pesante attorno allo stato della nostra economia, disincentivando i consumi, gli investimenti e l’afflusso dei capitali esteri, finendo per ridurre i margini di manovra del governo, il quale tra l’altro dovrà mettere in conto anche costi più alti per rifinanziare il debito in scadenza. Sarebbe più furbo tacere, ovvero dare l’impressione di essere più rigorosi fiscalmente di quello che si è. Potrà apparire sacrilego, ma grillini e leghisti, anziché sproloquiare, dovrebbero almeno stavolta prendere esempio dagli ultimi governi a marchio PD. Anche Matteo Renzi, ad esempio, si mostrava formica a parole, salvo essere cicala nei fatti. Non che questo abbia giovato alla nostra economia, ma almeno è riuscito a rinviare l’appuntamento con i vincoli europei, lasciando la patata bollente ai successori. In politica e in economia, la comunicazione non è tanto, spesso è tutto.

Marco Zanni: Italia fuori dall’euro e più deficit per crescere

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia

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