Il default della Grecia sarebbe davvero un problema per l’Eurozona? Ecco i numeri

Se la Grecia fallisce o esce anche dall'euro, la situazione sarebbe gestibile per chi resta nell'Eurozona? Cerchiamo di vedere i dati.

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Se la Grecia fallisce o esce anche dall'euro, la situazione sarebbe gestibile per chi resta nell'Eurozona? Cerchiamo di vedere i dati.

Stanchi del negoziato tra la Grecia e i creditori pubblici (UE, BCE e FMI)? Fatevene una ragione, perché passerà l’estate, arriverà l’autunno, finirà il 2015, entreremo nel 2016, ma continueremo a sentire parlare più o meno quotidianamente del caso di Atene, del rischio default e di Grexit. Questo, perché nessuno, nemmeno l’austera Germania di Angela Merkel, vorrebbe una rottura dell’Eurozona, temendo contraccolpi finanziari, politici e psicologici imprevedibili. Non è mai accaduto alla giovane unione monetaria che qualcuno se ne esca e nei Trattati istitutivi non è stato predisposto neppure un piano per gestire una situazione del genere. L’ingresso nell’euro è stato inteso sinora come un biglietto di sola andata: si entra, ma non si può più uscire. O meglio, se si esce, non si saprebbe come.   APPROFONDISCI – Grecia, default vicino. L’FMI lascia le trattative, la Germania si prepara alla Grexit  

I numeri sulla Grecia

Da un punto di vista strettamente finanziario, il default della Grecia sarebbe più che gestibile per il resto dell’Eurozona. Parliamo di un’economia di appena 180 miliardi di euro, pari a poco più della metà del pil della sola Lombardia e corrispondente all’1,5% del pil dell’intera Eurozona. Le sue esportazioni, pur in ripresa nel 2014, sono di appena 27 miliardi, l’1% di quelle di tutta l’area. Per non parlare delle dimensioni della Borsa di Atene, che capitalizza ormai solo 19 miliardi di euro, il 10,5% del pil, lo 0,2% del mercato azionario della UE. E il debito pubblico ellenico, pari a 324 miliardi di euro, per quanto elevatissimo in rapporto al pil nazionale, rappresenta appena il 3% dell’economia dell’Eurozona. Perde di qualsiasi significativo persino il dato sui rendimenti quotidiani dei bond governativi della Grecia, se si considera, da un lato, che solamente il 20% dell’indebitamento di Atene è nelle mani dei privati, dall’altro che ogni giorno vengono negoziati titoli dal controvalore di solo 1 milione di euro.

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Rischi quasi nulli fuori dalla Grecia

Cosa accadrebbe, quindi, se a fine giugno o nelle settimane successive la Grecia fosse costretta a dichiarare default, non essendo in grado di onorare i pagamenti? I rendimenti sovrani s’impennerebbero, probabilmente mirando ai record di 3 anni fa, quando i decennali arrivarono oltre il 40% e i biennali al 120%. Ma sarebbero problemi essenzialmente per le banche e le poche famiglie greche ancora in possesso di tali titoli, il cui prezzo sprofonderebbe, dato che nel resto del mondo quasi nessuno possiede più bond ellenici e chi ne ha in portafoglio qualcuno, ne detiene per una percentuale risibile, tale da non destabilizzare i conti di alcun istituto o investitore privato. I governi europei sarebbero probabilmente chiamati a rinegoziare le condizioni del debito pubblico ellenico. L’Italia è creditrice per una cinquantina di miliardi, attraverso prestiti bilaterali, finanziamenti erogati tramite i fondi Efsf-ESM e la quota di partecipazione all’FMI e alla BCE. Ma nel caso di default, i 50 miliardi non evaporerebbero, come spesso si racconta, bensì sarebbero allungate le scadenze e ridotti ulteriormente i tassi. Certo, se la Grecia tornasse alla dracma, che rispetto all’euro sarebbe svalutata di diverse decine di punti percentuali, il debito pubblico non sarebbe più sostenibile, perché questi rimarrebbe in euro e in rapporto alle dimensioni dell’economia (ridenominata nella valuta locale) schizzerebbe molto oltre il 200% del pil.

Taglio debito Grecia non manderebbe nessuno in rovina

Ecco, quindi, che nello scenario peggiore, per quanto ad oggi nemmeno il più probabile, i creditori dovrebbero accettare un taglio del debito (“haircut”). Ipotizzando che esso sia del 50%, l’Italia perderebbe 25 miliardi. Non bruscolini, ma la perdita non sarebbe iscritta a bilancio in un solo anno e saremmo in grado di andare avanti lo stesso, gravando complessivamente per l’1,5% del nostro pil.

Allo stesso tempo, la BCE vedrebbe venir meno parte degli 84 miliardi sinora stanziati per le banche greche con l’ELA, ma anche in questo caso si tratterebbe di una cifra sostenibile per la stessa Francoforte.   APPROFONDISCI – Grecia al collasso, ecco perché nemmeno un accordo salverebbe le banche   In cambio, però, la credibilità dell’Eurozona, contrariamente a quanto sinora ipotizzato, potrebbe aumentare. E’ riscontrabile presso tutti gli investitori dentro e fuori l’Eurozona una certa stanchezza per l’eccessiva durata di un negoziato interminabile e che ruota sempre attorno agli stessi problemi. Se all’Eurogruppo di oggi o la prossima settimana al Consiglio europeo si trovasse un accordo con la Grecia, i mercati finanziari inizialmente festeggerebbero sia ad Atene che nelle altre capitali europee, con i prezzi delle azioni e dei bond in crescita e i rendimenti in calo, ma dopo l’euforia si tornerebbe nuovamente coi piedi per terra e diversi investitori potrebbero pensare che alla fine le regole fiscali europee siano scritte sulla sabbia e che possano essere sempre infrante senza alcuna reale sanzione, perché mai e poi mai Bruxelles consentirebbe a un paese membro del club dell’euro di uscirne e lo tratterrebbe a ogni costo.

Credibilità Eurozona si rafforzerebbe con Grexit

Viceversa, se la Grecia fosse lasciata libera di uscire dall’euro, lo stesso governo ellenico dovrebbe fare i conti con la realtà e dovendosi rifinanziare sui mercati, sarebbe costretto alla disciplina fiscale. Lo stesso varrebbe per chi nell’Eurozona sarà rimasto, perché sarebbe a quel punto chiaro a tutti il rischio reale di uscire dall’Eurozona, qualora attuasse comportamenti scorretti e opportunistici sul piano fiscale o rinviasse l’approvazione delle riforme. Per contro, non pochi sembrano temere che i mercati finanziari possano prendere di mira i nuovi anelli deboli della catena, come Portogallo, Italia e Spagna.

Se qualche rischio di contagio esiste ed è reale, è indubbio come possa essere allontanato da una seria politica di riforme e di risanamento presso questi paesi. Per concludere, il default della Grecia è del tutto gestibile e forse sarebbe più costoso, sia in termini di nuovi aiuti necessari che di perdita della credibilità dell’Eurozona, trattenere Atene nella moneta unica. Le vere ragioni per cui i governi europei cercheranno di trattenerla vanno ricercate altrove, specie nelle considerazioni di geopolitica. Difficilmente, però, la Grecia potrebbe essere sostenuta finanziariamente dalla Russia. In cambio di pochi rubli da Mosca, poi, rischierebbe di perdere un mercato di grosse dimensioni, quello europeo, circa 8 volte più grande di quello russo.   APPROFONDISCI – La Grexit divide la Germania, ecco perché la Merkel vuole tenere la Grecia nell’euro    

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