Il debutto flop del BTp Italia mette in guardia sui Cir, nessuna scorciatoia per il debito pubblico

Il BTp Italia non sfonda nelle prime ore del collocamento, nonostante una cedola minima garantita abbastanza generosa. Un cattivo segnale per il governo, allo scontro con Bruxelles sui conti pubblici.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il BTp Italia non sfonda nelle prime ore del collocamento, nonostante una cedola minima garantita abbastanza generosa. Un cattivo segnale per il governo, allo scontro con Bruxelles sui conti pubblici.

Si è aperta oggi l’undicesima emissione del BTp Italia, il bond retail che ebbe il suo debutto nel 2012, studiato e voluto dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, quale strumento per mettere in più stretta connessione i piccoli risparmiatori italiani e il Tesoro. Il successo fu eclatante, tanto che tali collocamenti sono stati aperti successivamente anche agli investitori istituzionali e Via XX Settembre è stata costretta a introdurre la possibilità di porre fine anticipatamente ai termini, così da non trovarsi ad emettere eccessive quantità di debito con la cosiddetta “tecnica a rubinetto”, ossia senza un quantitativo massimo prefissato annunciato. Stavolta, il titolo quadriennale staccherà cedola minima garantita dell’1,45%, alla quale si sommerà il tasso d’inflazione. Si è trattato del rendimento minimo più alto offerto dallo stato negli ultimi quattro anni, segno che il Tesoro sia consapevole della difficile fase sui mercati dei bond, ben captata dallo spread BTp-Bund ormai stabile intorno ai 300 punti base sulla scadenza a 10 anni.

Ecco perché i Cir non risolvono il problema del debito pubblico, ma offrono vantaggi ai risparmiatori 

Considerando che il rendimento dei quadriennali con cedola fissa si aggiri oggi al 2,45%, significa che basterà un tasso d’inflazione dell’1% medio nel quadriennio per rendere il BTp Italia più redditizio. A ottobre, l’inflazione nel nostro Paese è stata dell’1,6% tendenziale, per cui saremmo già nelle condizioni di affermare che la cedola minima offerta dal Tesoro si mostri abbastanza generosa e tale da attirare richieste copiose da parte degli investitori. Invece, poco prima della seduta pomeridiana gli ordini erano stati per circa 350 milioni di euro, un quarto di quanti ne fossero arrivati alla stessa ora nel precedente collocamento di metà maggio, quando il Tesoro aveva offerto una cedola di appena lo 0,55%.

Mediamente, quindi, ciascun ordine sarebbe inferiore ai 30.000 euro, cosa che lascia ben intendere quanto questo tipo di bond sia prediletto dai piccoli investitori. Tuttavia, i risultati del collocamento, pur ancora parzialissimi, ci impartiscono una lezione certamente interessante: non basta agitare dinnanzi al naso dei risparmiatori interessi imperdibili per piazzare loro tutto il debito pubblico che si desidera. Vuoi per il fatto che in questa fase dell’anno la liquidità non gioca a favore delle famiglie con le scadenze fiscali in arrivo, vuoi anche per il clima di incertezza e paura sul fronte dei conti pubblici e dello spread, molti risparmiatori starebbero preferendo restare alla finestra e lasciare i propri soldi in banca, anziché portarli allo stato.

Niente domanda sicura, serve disciplina fiscale

Se questi sono i chiari di luna, la Lega farebbe bene a non riporre eccessivo affidamento sui Cir (Conti individuali di risparmio) nella sua strategia anti-Bruxelles per ricondurre in mani italiane quanto più debito possibile. Non sarà facile e né a costo zero. Le famiglie non correranno a comprare BTp, nemmeno se offrissero il 5% sulle scadenze brevi, temendo che si tratti di un trucco del governo per fare cassa, senza alcuna garanzia che verrà tenuta fede agli impegni. Anzi, si rischia di spaventare chi investe con l’offerta di rendimenti relativamente elevati, perché segnalerebbero un rischio di credito crescente e a livelli preoccupanti. Per vendere debiti, bisogna che questi siano percepiti sicuri, oltre che allettanti.

Lo scontro sul deficit con i commissari non depone in favore di una percezione sicura, quale che sia il giudizio degli investitori-elettori su di esso. Il collocamento apertosi oggi, se proseguirà di questo passo, sarà di aiuto al governo Conte, perché gli chiarirà che non esiste una domanda interna automatica e sufficiente con cui ipotizzare salvifiche italianizzazioni del debito pubblico, in barba a ogni principio di disciplina fiscale. Probabile, invece, che la cedola sarà ritenuta un’occasione ghiotta da banche, fondi e assicurazioni, italiani e stranieri. Nemmeno in questo caso ci sarebbe molto da gioire, perché se fare il pieno alle aste adesso vorrà dire offrire un multiplo di quanto non facciano persino nel resto della periferia dell’Eurozona, allora significa che davvero l’Italia viene già trattata come se fosse un mercato “junk” o emergente.

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Argomenti: bond sovrani, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond