Il debito pubblico italiano terrorizza la Germania. E alla BCE serve un Draghi dopo Draghi

La Germania è spaventata dalla possibile necessaria ristrutturazione del debito pubblico italiano. Per questo, si accendono i fari su chi dovrà guidare la BCE dopo Mario Draghi.

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La Germania è spaventata dalla possibile necessaria ristrutturazione del debito pubblico italiano. Per questo, si accendono i fari su chi dovrà guidare la BCE dopo Mario Draghi.

“Se penso a quello a cosa deve fare l’Italia per ridurre il suo rapporto tra debito pubblico e pil al 100% nei prossimi 10-15 anni, dovrebbe segnare un avanzo primario a circa il 4% del pil, ma oggi ne ha uno all’1-1,5%.

E’ praticabile politicamente questo? Non lo so, ma ho i miei dubbi. Se questo è vero e l’Italia non riesce a ridurre il suo rapporto debito/pil, la domanda è: dove sta andando l’Italia? Il tema della ristrutturazione del debito ora non è sul tavolo, ma se ci fosse una seria recessione in Europa e se ci fosse un problema di rifinanziamento del debito in Italia, allora credo nei colloqui europei se ne parlerà”.

Ristrutturazione del debito pubblico, il cappio al collo dei risparmiatori italiani stretto da Germania e Francia

Quelle di cui sopra sono le affermazioni di Clemens Fuest, a capo dell’Ifo, istituto economico tedesco, molto influente in Germania e dalle posizioni notoriamente conservatrici. L’uomo ammette che il tema della ristrutturazione del debito pubblico italiano sarebbe nelle prospettive del dibattito in Europa con l’arrivo della prossima crisi, scoprendo il nervo di una Berlino concretamente impaurita per le conseguenze che ciò avrebbe su tutta l’unione monetaria.

La Germania da anni teme che prima o poi a Roma si dovrà arrivare a compiere un simile passo. A preoccupare è la cronica assenza di crescita dell’economia italiana, associata all’incapacità politica di varare riforme di stimolo della produttività e della competitività. Il “quantitative easing” dal 2015 alla fine del dicembre scorso ha riportato sotto i livelli di guardia i rendimenti dei BTp, offrendo ai nostri bond una domanda solida e certa sul mercato secondario, permettendo a quanti lo volessero di alleggerire i propri portafogli senza sostanziali perdite o, addirittura, realizzando plusvalenze.

Il dilemma sul dopo Draghi

Tuttavia, proprio i tedeschi sono stati da sempre contrari al QE e adesso che il mandato di Mario Draghi come governatore della BCE è agli sgoccioli, essi stessi sarebbero i primi ad essere preoccupati dalla prospettiva di un successore meno sensibile al tema della sostenibilità del debito pubblico italiano, perché una politica monetaria tendenzialmente restrittiva, in assenza di un ritorno alla crescita a ritmi sostenuti, ne determinerebbe l’esplosione e potenzialmente la perdita di accesso del nostro Tesoro ai mercati finanziari.

Debito pubblico, ristrutturazione possibile con le CACs

La ristrutturazione per un debito di siffatte dimensioni sarebbe un esperimento fin troppo rischioso da compiere. Da qui, la necessità di proseguire con un mandato in sintonia con quello di Draghi, pur senza ammetterlo esplicitamente. Il rapporto debito/pil in sé non è un indicatore incontrovertibile di scarsa sostenibilità finanziaria. Lo diventa, se pesa in misura crescente e, appunto, insostenibile sui conti dello stato. All’Italia servirebbe tenere a bada la spesa per interessi, cosicché persino il debito sopra il 130% del pil non finisca per privarla della fiducia sui mercati. E solo il ripristino del QE nella sua forma di acquisti netti di bond garantirebbe tale scenario, con ciò centrando due obiettivi: consentire al Tesoro di allungare ulteriormente le scadenze a costi minimi o nulli; sottrarre dal mercato quanti più titoli di stato italiani possibili.

Se l’Italia riuscisse ad emettere nei prossimi anni BTp a lungo termine, nel tempo il valore della massa annua di titoli da rifinanziare scenderebbe in rapporto al pil dall’oltre il 20% attuale a quel 10-15% suggerito dal Fondo Monetario Internazionale per evitare tensioni finanziarie. E se la BCE, che già detiene oltre 370 miliardi di BTp, continuasse a farne incetta sui mercati per anni, finirebbe per divenire, se non l’unico, certamente il creditore straponderante, potendo concordare, magari per vie informali, una ristrutturazione dei titoli in scadenza, attraverso il rinnovo automatico con cedole contenute e/o allungando la durata media dello stock. Sarebbe l’unico modo per evitare un processo doloroso di ristrutturazione formale, se davvero la Germania teme che a tanto si arriverà. E per questo, Berlino per prima si renderebbe conto che un tedesco a capo della BCE sarebbe l’opzione più sgradita.

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