Il debito pubblico italiano corre e senza la BCE sarà sempre più difficile rifinanziarlo

Nuovo record per lo stock del debito in Italia, prossimo ai 2.600 miliardi di euro. I problemi arriveranno a galla dopo la pandemia.

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Debito pubblico verso i 2.600 miliardi

A fine ottobre, lo stock del debito pubblico italiano è risultato salito al nuovo record storico dei 2.587 miliardi di euro, +3,2 miliardi rispetto a settembre. Di questi, ci ha spiegato Banca d’Italia, 715,7 miliardi a fine settembre erano detenuti da investitori stranieri, una cifra in netto rialzo dai 703,07 miliardi di agosto. Questi afflussi dall’estero sarebbero la ragione per la quale i rendimenti medi ponderati dei nostri titoli di stato stiano scendendo così vistosamente. A novembre, erano allo 0,322%, mai così bassi. Palazzo Koch ci dice anche che la vita media residua del debito italiano è salita a 7,4 anni. Era di 7,2 anni a settembre.

Questo significa che, a fronte di un indebitamento in titoli di stato stimabile attorno ai 2.185 miliardi, ogni anno mediamente arriveranno a scadenza più di 295 miliardi. Trattasi di debiti da rinnovare, a cui vanno sommati quelli nuovi, cioè i nuovi deficit di bilancio. Stando ai dati del PIL di fine 2019, partiamo già con emissioni lorde pari a circa un sesto delle dimensioni economiche dell’Italia. E stiamo ragionando come se il debito pubblico smettesse di crescere, mentre sappiamo che continuerà a farlo piuttosto velocemente anche nel 2021, anno in cui dovrebbe superare i 2.700 miliardi per effetto di nuove emissioni nette per almeno 120-130 miliardi. Nel frattempo, poi, il PIL nominale scenderà quest’anno sotto i 1.650 miliardi, per cui impiegheremo diversi anni per tornare ai livelli pre-Covid.

Per rendere il debito pubblico sostenibile non serve che l’inflazione torni davvero

Il problema dell’Italia è l’economia ferma

Stiamo dicendo, in breve, che le emissioni di debito pubblico, quando la crisi sanitaria ed economica sarà passata, rischiano di attestarsi a qualcosa come il 20% all’anno.

Secondo le statistiche internazionali, sono livelli di allarme. Già la soglia del 10% sarebbe una prima linea di demarcazione da non travalicare e il 15% viene considerato abbastanza alto. Certo, noi siamo abituati da tempo a confrontarci con questi numeri. Le nostre emissioni lorde hanno superato anche i 400 miliardi prima della pandemia, cioè ben oltre il 20%. Del resto, con una vita media del debito sotto i 7 anni e un rapporto debito/PIL al 135%, partivamo già da percentuali prossime al 20%.

Tuttavia, sarebbe bene comprendere che se nell’ultimo decennio siamo riusciti a superare la crisi finanziaria prima, quella dello spread dopo e adesso la pandemia, è solo perché la BCE è intervenuta a spegnere l’incendio, stavolta prontamente e non aspettando che l’edificio si bruciacchiasse un po’ prima di fare arrivare i pompieri. Ma il sostegno non potrà essere eterno. Per quanto i debiti stiano esplodendo in tutta l’Eurozona, anzi in tutto il mondo, a doverci preoccupare è lo scenario post-Covid. Quando le altre economie si rimetteranno a camminare, noi rimarremo fermi; quando torneranno a correre, noi a stento cammineremo. La facile profezia ci viene dallo studio dell’andamento dell’economia italiana negli ultimi decenni. Siamo rimasti sempre indietro al resto d’Europa. Persino nei periodi buoni non abbiamo saputo agganciare del tutto la crescita, tant’è che a fine 2019 avevamo un PIL reale del 4% più basso di quello del 2007. Solo la Grecia peggio di noi.

La ripresa lenta dopo il Covid aumenterà le distanze tra Italia ed Eurozona

La BCE allenterà prima o poi gli aiuti, forse a partire dal 2022. Le condizioni monetarie si normalizzeranno, i rendimenti risaliranno e gli investitori avranno a disposizione meno liquidità da impiegare negli acquisti di assets. A quel punto, non compreranno indiscriminatamente, ma selezioneranno i titoli che meritano, scartando quelli dal rapporto rischio/rendimento basso. Per inserire in portafoglio i BTp, pretenderanno di essere remunerati relativamente meglio di oggi, cioè a spread più elevati. I nostri conti pubblici ne risentiranno, perché la spesa per interessi prima smetterà di scendere e si stabilizzerà per risalire negli anni seguenti, assorbendo nuove risorse dei contribuenti che andrebbero impiegate a sostegno della crescita, cioè per investimenti pubblici o il taglio delle tasse.

Riforme economiche mai arrivate

L’Italia non sembra avere idea di questa prospettiva, malgrado la storia ci abbia messi sull’attenti fino a poco prima del Covid e praticamente senza alcuna pausa. Qualcuno a Roma si sta illudendo che la gravità dell’eredità della pandemia sia tale da spingere la BCE a ingegnarsi per monetizzare i debiti dell’Eurozona, persino cancellandoli con un tratto di penna. Non sarà così. Di certo, Francoforte s’inventerà il modo per renderli quanto più sostenibili possibili, ma il problema del debito italiano resterà lo stesso di sempre fino a quando la nostra economia non tornerà a crescere in linea con i livelli medi europei e per un lasso di tempo lungo. L’Italia non vede un PIL a +2% dal 2000 e nell’ultimo decennio ha superato l’1% solo due volte, nel 2010 per effetto del rimbalzo dopo la crisi mondiale e nel 2017, a fronte di un boom inatteso in tutta l’Eurozona. Nell’ultimo trentennio, abbiamo trascorso quasi metà del tempo a crescere sotto l’1%, di per sé già bassissima e incapace di generare occupazione netta.

Perché l’Italia non può chiedere alla BCE la cancellazione del debito pubblico

Dal 1990 ad oggi, il PIL nominale è raddoppiato, il debito pubblico si è moltiplicato per 3,6. E questo, nonostante dal 1992 chiudiamo i bilanci con avanzi primari costanti, ad eccezione del 2009 e di quest’anno. Il punto è che il debito non lo si abbatte solamente facendo quadrare i conti pubblici, ma facendo in modo che l’economia cresca più velocemente di esso, che vengano sprigionate quelle forze vitali che nel nostro Paese rimangono perlopiù inespresse o sono costrette a trovare migliore fortuna all’estero. Servono riforme, quelle che da decenni vengono rinviate per non rischiare di perdere consensi e clientele.

E non si tratta di sforbiciare di volta in volta le pensioni o di allungare la lista della “spending review”, quanto di rivoluzionare l’essenza stessa della macchina statale, stracciando migliaia di leggi e regolamenti e cavilli inutili e fissare aliquote fiscali ragionevolmente basse, affinché tutti paghino e non abbiano più l’alibi di evadere. Una rivoluzione copernicana, che attendiamo da 30 anni e che non arriva mai neppure ad essere avviata. Andando avanti così, a un certo punto il debito non saremo più capaci di rinnovarlo.

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