Il debito pubblico italiano aggrava le disuguaglianze tra famiglie

Ecco come il debito pubblico finisce per aumentare le disparità sociali, alimentando le tensioni in Italia.

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Ecco come il debito pubblico finisce per aumentare le disparità sociali, alimentando le tensioni in Italia.

Mentre la Commissione europea attende una risposta dall’Italia entro domani alla lettera di chiarimenti sull’eccesso di debito pubblico, rispetto ai target fiscali concordati con il precedente governo Gentiloni, a Roma si discute su un possibile shock fiscale per reagire alla stagnazione ormai quasi trentennale della nostra economia. I margini di manovra sono strettissimi per trattare con Bruxelles, anche perché i commissari sono unanimemente convinti di averci concesso già fin troppa flessibilità sui conti pubblici. A rischio, a loro dire, vi sarebbe la sostenibilità dello stesso debito, salito al 132,2% del pil nel 2018.

Ma il debito pubblico non deve preoccuparci solamente per l’impatto che provoca sui bilanci, quanto anche per gli effetti negativi sulla tenuta sociale. Siamo spesso portati a pensare l’esatto opposto, cioè che il debito aumenti il benessere generale e contenga le disuguaglianze. A parte che c’è debito e debito – una cosa sarebbe farlo per erogare servizi come istruzione e sanità o per investimenti pubblici di stimolo alla crescita, un’altra per finanziare voci di spesa improduttive – il problema sta nel fatto che mentre a dover pagare il debito siamo tutti, in qualità di cittadini, a beneficiarne potrebbe essere solo una minoranza. Vediamo perché.

Anzitutto, proprio l’impiego delle risorse in deficit può non comportare benefici diretti a tutti. L’Italia, ad esempio, dal 1980 ha fatto debiti per almeno i due terzi in favore del sistema pensionistico. Ora, se da un lato le pensioni avranno creato benessere tra categorie altrimenti a rischio povertà (o, comunque, più di quanto non lo sarebbero oggi), dall’altro ha alimentato una disparità intergenerazionale piuttosto evidente e crescente negli anni, visto che i “buchi” dell’Inps del passato dovranno essere coperti in futuro dai giovani di oggi, in termini di assegni più bassi di quelli percepiti da genitori e nonni, nonché di uscita dal lavoro in età molto più tarda.

Debito pubblico generato per due terzi dalle pensioni

Non tutti possono investire in BTp

Ma c’è un altro aspetto ancora più interessante. Il debito costa e frutta interessi per chi presta denaro allo stato. Sono gli obbligazionisti, che sotto la lira erano essenzialmente le stesse famiglie italiane, mentre oggi sono perlopiù investitori istituzionali, italiani e stranieri. Solamente un ventesimo del debito negoziabile sui mercati è detenuto oggi da privati cittadini del Bel Paese. Ad ogni modo, la generalità dei cittadini è esposta nei riguardi di un nucleo di creditori a cui deve pagare ogni anno decine di miliardi di interessi. E questi sono tipicamente o le famiglie più benestanti o gli investitori istituzionali che impiegano il denaro per loro conto, in quanto clienti (fondi pensione, banche, assicurazioni, etc.).

Ora, nel mondo della finanza chi investe in BTp è considerato tipicamente un pensionato avverso al rischio, non certo uno squalo di Wall Street. Resta il fatto che non tutte le famiglie siano in grado di investirvi, semplicemente perché non tutte hanno capacità di risparmio o possono permettersi di privarsi a lungo della liquidità accantonata. Vogliamo intendere che coloro che direttamente o indirettamente investono in titoli di stato appartengono di norma alla cerchia più fortunata della società italiana e gli interessi vengono loro pagati da tutti i cittadini, anche i meno abbienti. In sintesi, il debito pubblico rischia di avere alla lunga una natura regressiva, di accrescere le disuguaglianze sociali e le tensioni tra benestanti ed emarginati.

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Più debito, più disuguaglianze

Qualcuno potrebbe ribattere che, in fondo, gli interessi li paghino ugualmente i percettori di redditi medio-alti, che sono anche coloro su cui ricade gran parte dell’imposizione fiscale. Vero solo fino a un certo punto.

Anzitutto, perché le imposte indirette come l’IVA siamo costretti a pagarli tutti, persino i disoccupati. Secondariamente, perché il costo sostenuto dalle fasce meno abbienti può essere sostenuto anche in termini di minori servizi ricevuti. Si pensi solo che dal 1992, anno in cui abbiamo registrato il primo avanzo primario (eccesso di entrate, al netto della spesa per interessi sul debito), abbiamo visto crescere il debito pubblico di 1.500 miliardi. Eppure, da allora i surplus primari cumulati sono stati di quasi 700 miliardi in tutto, cioè lo stato italiano ha speso 700 miliardi in meno per mantenere i servizi di quanto non abbia incassato con le tasse. Semplicemente, questi risparmi sono andati “bruciati” dalla spesa per gli interessi, pari a 2.200 miliardi.

Questi numeri ci dicono che, per pagare i creditori, lo stato italiano ha dovuto stringere la cinghia, tagliando finanche servizi essenziali, come scuola, sanità e altre forme di assistenza, oltre agli investimenti pubblici. Ciò significa anche che ha dovuto sacrificare gli interessi dei più deboli, rinunciare a fare politiche di stimolo della crescita che avrebbero beneficiato tutte le categorie sociali, trasferendo risorse alle fasce della popolazione più benestanti e sempre più agli investitori esteri. Per questi ultimi, a differenza delle prime, non esiste nemmeno l’aspettativa, se non assai marginalmente, di un ritorno indiretto, in termini di consumi e investimenti in Italia. Insomma, soldi “buttati”, ma necessari per continuare a mantenere il prezioso accesso ai mercati per rifinanziarci.

C’è stato un tempo, grosso modo negli anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta, in cui si credette che gli altissimi interessi sul debito corrisposti dallo stato al “popolo (italiano) dei BoT” fossero una sorta di partita di giro, alimentando la ricchezza e la sua redistribuzione attraverso consumi, investimenti e produzione. L’idea si rivelò una grande bugia e finì per richiedere pesanti sacrifici alle nuove generazioni, in particolare, privando lo stato di risorse adeguate da investire per il loro futuro. E oggi ci ritroviamo ad essere una Nazione più povera, depressa, incattivita, frustrata e arrabbiata per le scarse prospettive che riteniamo di avere dinnanzi a noi.

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