Il crollo in borsa delle banche in Grecia rimarca la sfiducia del mercato sull’uscita dalla crisi di Atene

Banche in Grecia nella bufera in borsa, nonostante le voci di un piano pubblico per sgravarle dai crediti a rischio. Titoli affossati e anche i bond sovrani in forte calo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Banche in Grecia nella bufera in borsa, nonostante le voci di un piano pubblico per sgravarle dai crediti a rischio. Titoli affossati e anche i bond sovrani in forte calo.

A partire dall’1 ottobre scorso, i controlli sui capitali in Grecia sono stati ulteriormente allentati, segno di un miglioramento evidente della fiducia dei risparmiatori verso lo stato di salute delle banche nazionali, a distanza di un mese e mezzo dall’uscita ufficiale del paese dall’ultimo piano di aiuti internazionali. Le limitazioni ai prelievi e ai pagamenti con carte di credito e bancomat erano state introdotte nel giugno di tre anni fa, quando Atene fu davvero sull’orlo di uscire dall’euro sul braccio di ferro con i creditori pubblici europei. La Grexit fu evitata all’ultimo minuto solo per il clamoroso passo indietro del premier Alexis Tsipras, che da nemico delle politiche di austerità fiscale si dovette trasformare per necessità in un loro esecutore materiale. L’economia ellenica si sta gradualmente riprendendo, ma con lentezza. Tra il 2008 e il 2016, il pil si è contratto di oltre un quarto, per cui servono ben altri numeri rispetto a una pur buona media di crescita del 2% per recuperare il terreno perduto. Ad ogni modo, il peggio sarebbe alle spalle e i timidi miglioramenti si stanno riflettendo sulle banche, che nel secondo trimestre di quest’anno hanno abbattuto del 4,1% rispetto ai primi tre mesi i crediti deteriorati a 88,6 miliardi, il 47,6% del totale delle erogazioni, la percentuale più alta d’Europa.

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In sostanza, ancora oggi circa un credito su due in Grecia non rientra in banca nei tempi giusti o affatto. Nel 2008, quando la crisi finanziaria esplose, le esposizioni a rischio erano circa un ventesimo del totale (5,5%), pari a 14,5 miliardi. Considerando che gli Npl oggi valgono circa la metà del pil contro il 6% di 10 anni fa, si capisce benissimo quanto i problemi delle banche siano sostanzialmente di tutti i greci. Il paese si è impegnato con l’Europa a tagliargli al 35,2% entro la fine del 2019, ossia a 64,6 miliardi. Governo e funzionari degli istituti più importanti sono scesi in campo in questi giorni per rivendicare l’esito positivo degli sforzi, ai quali evidentemente non crede granché il mercato, se è vero che da inizio anno i titoli bancari hanno perso alla Borsa di Atene la media del 39% e l’altro ieri sono letteralmente implosi dell’8,7%.

Verso soluzione pubblica contro Npl

Forse anche nel tentativo di recuperare un minimo di fiducia, fonti vicine all’esecutivo hanno riferito ieri che Atene starebbe per istituire una garanzia pubblica per accelerare lo smaltimento dei crediti deteriorati. Non si tratterebbe di una “bad bank”, precisano i funzionari che hanno voluto conservare l’anonimato, anche se si vocifera di uno “special purpose vehicle” (SPV) che riveli parte delle sofferenze e sia capace di rifinanziarsi attraverso l’emissione di bond. In sostanza, verrebbe messo su un sistema di cartolarizzazioni statale, al fine di consentire alle banche di iscrivere a bilancio le perdite certe e di ottenere liquidità per una quindicina di miliardi, denaro derivante appunto dalla cessione all’SPV dei crediti a rischio. Raggiunti dai cronisti, i dirigenti dello European Stability Mechanism (ESM), il Fondo salva-stati permanente dell’Eurozona, hanno smentito di essere coinvolti nel dossier. Forse, questa dichiarazione ha rafforzato i dubbi del mercato, che anche oggi vende i titoli bancari ellenici, le cui perdite sfiorano il 3%.

Banche Grecia rivivono l’incubo del 2015

C’è un problema non di poco conto in questo schema. Trasferendo gli Npl allo stato dalle banche private, pur tutte partecipate ormai dall’Hellenic Fund Financial Stability, il bilancio pubblico sarebbe gravato da ulteriori oneri, quando già risulta oberato da debiti per oltre il 180% del pil. In teoria, l’operazione potrebbe concludersi nel tempo a costo zero per lo stato, se questi riuscisse a farsi rimborsare i crediti dai clienti ceduti a prezzi non inferiori di quelli di acquisizione o carico. Se è vera la smentita non ufficiale del governo, il meccanismo consisterebbe nell’apporre una garanzia pubblica e non nel creare una “bad bank”, similmente a quanto avvenuto in Italia due anni e mezzo fa con la cosiddetta Gacs, che di miracoli, a dire il vero, non sembra averne realizzati. Questo sistema trasferirebbe, tuttavia, rischi a carico dello stato, ovvero debiti potenziali. Nessun esborso immediato per il governo, ma nemmeno un abbattimento davvero veloce degli Npl per le banche elleniche.

E allora, se il veicolo statale di prossima costituzione si sobbarcasse davvero parte degli Npl ad oggi nei bilanci bancari, dovrebbe iniettare liquidità agli istituti, reperendola attraverso l’emissione di bond, che altro non sarebbero che debito pubblico a tutti gli effetti, per quanto auspicabilmente temporaneo, giusto il tempo di riscuotere i crediti accollati. In alternativa, si potrebbe attingere a quei 24 miliardi di euro rimasti inutilizzati dall’ultimo piano di aiuti europei concessi ad Atene e che consentirà al governo di non tornare a rifinanziarsi sui mercati fino alla metà del 2020. Una simile ipotesi, però, implicherebbe un ritorno sui mercati più veloce, magari già tra pochi mesi, ipotesi che starebbe contribuendo a colpire i bond, con i rendimenti decennali sul mercato secondario ad essere esplosi in una settimana dal 3,8% al 4,55%. Quale che sia la soluzione pratica individuata, insomma, le perdite a carico delle banche verranno con ogni probabilità appioppate ai contribuenti, un fatto che non può certo tranquillizzare i creditori pubblici e privati, nonostante gli istituti abbiano quasi azzerato i debiti contratti con la BCE attraverso l’ELA, il programma di emergenza a cui hanno acceduto dal febbraio del 2015. Ad agosto restavano da rimborsare solo 4,5 miliardi, il 2% della massa passiva contro il 21% di tre anni prima, segnalando la forte riduzione della dipendenza da Francoforte.

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Argomenti: Crisi della Grecia, Crisi delle banche