Il costo della sfiducia nell’Italia: 900 miliardi di maggiore debito pubblico in 20 anni

Il debito pubblico italiana continua a rappresentare la principale vulnerabilità per il sistema Paese e in 20 anni la scarsa fiducia che esso riscuote sui mercati internazionali ci è costato quasi 900 miliardi.

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Il debito pubblico italiana continua a rappresentare la principale vulnerabilità per il sistema Paese e in 20 anni la scarsa fiducia che esso riscuote sui mercati internazionali ci è costato quasi 900 miliardi.

Il debito pubblico italiano continua ad essere il nostro macigno, sotto il cui peso l’intero sistema economico rischia di finire schiacciato. A fine anno, il suo stock dovrebbe esplodere a non molto meno dei 2.600 miliardi di euro, in decisa accelerazione rispetto ai meno di 30 dello scorso anno. L’emergenza Coronavirus sta acuendo le criticità dei nostri conti pubblici già traballanti e nei prossimi mesi Roma rischia di dover citofonare a Bruxelles per chiedere assistenza al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), qualora perdesse la fiducia dei mercati finanziari.

Debito pubblico, ecco perché i grossi sacrifici degli italiani non si vedono

Fiducia è la parola-chiave per capire la radice dei nostri guai come Italia. E’ dal 1992 che i governi riescono a chiudere i bilanci sempre in attivo, al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, ad eccezione del 2009, anno della potente crisi finanziaria internazionale. E certamente accadrà anche quest’anno, con un disavanzo primario che potremmo già stimare in almeno l’8% del pil. Nel ventennio che va dal 2000 al 2019, però, nonostante abbiamo registrato avanzi primari per un totale di quasi 530 miliardi di euro, il debito pubblico è cresciuto di 1.125 miliardi.

E’ accaduto, infatti, che nel frattempo abbiamo speso per interessi qualcosa come circa 1.435 miliardi. Ci siamo mai chiesti quanto avremmo dovuto spendere, se fossimo stati capaci di attirare la fiducia dei mercati? Per rispondere a questa domanda, dovremmo introdurre il concetto di “tasso implicito”, vale a dire il rapporto tra spesa annua per interessi e stock del debito. Esso ci fornisce la misura del tasso medio richiesto dal mercato per prestarci denaro, anche se essa non rispecchia l’andamento in tempo reale dei rendimenti pretesi, riferendosi solo in parte al debito rifinanziato in corso d’anno e per il resto a una situazione pregressa.

Il costo della scarsa fiducia nell’Italia

Il tasso implicito del debito pubblico italiano a inizio millennio si attestava al 5,75%, mentre nel 2019 scendeva al 2,5%. E malgrado le forti tensioni finanziarie a cui siamo stati esposti e probabilmente saremo esposti nei prossimi mesi, continueremo ad assistere con ogni probabilità a una riduzione per il 2020, visto che il Tesoro sta emettendo debito a rendimenti medi ponderati nettamente più bassi del tasso implicito al 31 dicembre scorso. In sintesi, la spesa per interessi nel suo complesso continua a contrarsi. In media, il tasso implicito dell’ultimo ventennio è stato di poco superiore al 4% e ha inciso, quindi, per qualcosa come oltre il 4,50-5% del pil ogni anno.

Tassi zero a lungo o austerità fiscale

Possiamo affermare senza ombra di dubbio che sia stato un tasso salato, se si considera che nello stesso periodo l’inflazione media italiana sia stata dell’1,6%. In altre parole, il mercato ha preteso dal Tesoro di Roma un tasso medio di oltre 2,5 volte l’inflazione, un margine assoluto del 2,5% reale, troppo per acquistare titoli dal rischio default concretamente assai basso. In genere, il debito pubblico di un Paese andrebbe considerato un asset di riferimento “risk free” per gli investitori, un “benchmark” con cui confrontare i rendimenti offerti da assets concorrenti del settore privato, misurandone i premi al rischio.

Non esiste una regola scritta, ma in condizioni di mercato ordinarie, possiamo immaginare che il mercato si accontenti di spuntare sui titoli “risk free” un rendimento annuo in linea con l’inflazione, tutt’al più di poco superiore. Negli ultimi anni, ad esempio, portare a casa rendimenti reali positivi è diventata un’impresa sui mercati europei persino con riferimento alle obbligazioni private a medio-lunga scadenza (tranne che in Italia), data la politica monetaria ultra-espansiva della BCE. Se, acquistando i BTp, gli investitori si fossero accontentati, dunque, di incassare un rendimento a copertura integrale dell’inflazione, avremmo speso in 20 anni meno di 560 miliardi di interessi, anziché i suddetti circa 1.435, risparmiandone quasi 875.

Tassi sui BTp restano alti

Questi ultimi, sommati all’avanzo primario, avrebbero esitato un debito pubblico calante in valore sia assoluto che in rapporto al pil. Anche solo ipotizzando che lo avessimo mantenuto inalterato in termini assoluto, avremmo avuto a disposizione circa 300 miliardi di euro da destinare ad altre voci di spesa, come il potenziamento delle infrastrutture, alimentando quei famosi investimenti pubblici di sostegno alla crescita del pil. Proprio quest’ultima è stata la grande assente dai dati macro, attestandosi mediamente negli ultimi 20 anni allo 0,5%. Dunque, i circa 875 miliardi di interessi “extra” sborsati dal Tesoro per rifinanziare il suo debito sono stati il costo della sfiducia verso il sistema Italia, contribuendo a generare una crescita dello stock alla media del 5,5% annuale, che si confronta con il +2,1% del pil nominale, quasi 3 punti e mezzo in più.

Il calo del tasso implicito può apparire un fatto positivo, e lo è. Tuttavia, bisogna anche considerare che il suo livello reale risulta sceso meno di quanto i numeri nominalmente espressi facciano apparire. Si passa, infatti, dal 3% dell’anno 2000 al 2% del 2019. E quest’anno, se l’inflazione si azzerasse o crescesse di solo qualche decimale, rischierebbe di salire. Dunque, la tendenza è stata certamente positiva, ma ancora oggi il mercato pretende un rendimento medio di gran lunga superiore all’inflazione, quando altrove si accontenta di molto meno, anzi si mostra disposto a pagare i governi per prestare loro denaro.

Come il debito pubblico italiano continua a restare sostenibile grazie alla BCE

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