Il Coronavirus dilaga al Nord e la recessione per l’Italia è alle porte

I contagiati tra Lombardia e Veneto s'impennano e ad essere colpite sono le zone più produttive d'Italia. La recessione economica sembra scontata e l'intensità rischia di essere non troppo dissimile da quella del periodo buio del 2012-'13.

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I contagiati tra Lombardia e Veneto s'impennano e ad essere colpite sono le zone più produttive d'Italia. La recessione economica sembra scontata e l'intensità rischia di essere non troppo dissimile da quella del periodo buio del 2012-'13.

L’immagine più rappresentativa di quanto stia accadendo in questi giorni al nord è quella di bancali e scaffali vuoti in diversi supermercati, specie a Milano e hinterland. Migliaia di famiglie si sono affrettate nel fine settimana a fare scorte di cibo per timore che le attività commerciali possano essere chiuse da un momento all’altro. Il Coronavirus sta dilagando in Lombardia, con 112 casi accertati di contagio alla tarda serata di ieri, tra cui due pazienti morti. In tutta Italia, la conta supera le 150 unità. C’è il Veneto con 22 casi, tra cui un decesso, a seguire l’Emilia-Romagna con 9, Piemonte e Trentino-Alto-Adige con 3.

Ieri, le partite di calcio di Lombardia e Veneto sono state rinviate per evitare assembramenti negli stadi, potenziale fonte di diffusione del virus. La Regione Lombardia ha diramato un’ordinanza con cui sospende per questa settimana le lezioni scolastiche e universitarie, imponendo la chiusura anche delle attività come bar e cinema dopo le ore 18.00 e fino alle ore 6.00. Annullate tutte le attività e manifestazioni ludiche nei luoghi pubblici, mentre a Venezia non si terranno i festeggiamenti conclusivi del Carnevale.

L’impatto che il Coronavirus sta avendo sugli italiani per il momento è, soprattutto, psicologico. La messa in quarantena di una decina di piccoli comuni, perlopiù lombardi, rievoca alla mente scene hollywoodiane e risalenti a periodi storici fortunatamente superati. Ma l’allarme non sarà confinato solo alla psicologia. Il Coronavirus ha già colpito l’area più produttiva d’Italia. Tra Lombardia e Veneto si produce quasi un terzo della ricchezza nazionale, se ci aggiungiamo pure Emilia-Romagna e Piemonte, si supera la metà.

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Colpito il cuore economico d’Italia

Lo stop alla produzione di molte delle imprese locali avrà effetti contenuti, nel caso in cui fosse semplicemente temporaneo.

Se il contagio, però, non dovesse essere fermato entro poche settimane, per l’economia italiana si avrebbero effetti ben più gravi. Anzitutto, perché gli stessi consumi scenderanno per via della ridotta socialità, dei minori spostamenti all’interno delle aree in cui vivono, così come verso l’esterno. Pensate, ad esempio, a quante gite fuori porta si faranno nel periodo pasquale, se per allora l’emergenza non fosse finita. E a quelle scolastiche già annullate o in corso di annullamento in tutta Italia.

E c’è il rischio che, comunque vada a finire, le prenotazioni turistiche dall’estero saranno nettamente inferiori a quelle che si avrebbero altrimenti avute. Da qui alla primavera è il periodo in cui milioni e milioni di persone nel mondo decidono dove e quando trascorrere le loro vacanze. Le immagini di un’Italia in quarantena non faranno certamente gola. E poco importa se, ad oggi, il fenomeno riguarda solo alcune zone dello Stivale, perché il Coronavirus sarà associato, volenti o nolenti, a tutta Italia.

E così, mentre la domanda interna già debole subirà l’ennesimo contraccolpo in pochi anni, le esportazioni non daranno forse nemmeno una mano per lenire le perdite. Tutto questo, mentre già l’economia italiana si avviava verso la recessione, indipendentemente dall’esplosione del numero dei contagi al nord, e persino del Coronavirus nella sola Asia. Il rallentamento della Germania aveva ridotto già gli ordini nei distretti industriali del centro-nord, strettamente connessi con l’economia tedesca, specialmente tramite il comparto auto.

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Rischio di ritorno al biennio nero

Difficile fare ipotesi su quale sarebbe l’intensità del calo del pil. Ad occhio e croce, chi parla di un paio di decimali starebbe mentendo. Il rischio non così remoto consiste nella riedizione della penultima recessione, quella che iniziò nel secondo semestre del 2011 e che terminò solamente tre anni dopo.

In quel frangente, il pil ripiegò di oltre quattro punti percentuali. L’annus horribilis fu il 2012 con il -2,4%, seguito dal -1,8% del 2013. Ecco, se la congiuntura internazionale non reggesse e, soprattutto, se l’Italia dovesse andare incontro a un’emergenza più duratura e incontrollata di quanto si tema in questi giorni, la produzione di beni e servizi, da nord a sud, collasserebbe.

A differenza di gran parte dei nostri partner europei, non disponiamo di margini fiscali per intervenire a sostegno dell’economia, se non eventualmente in deficit, sempre che la Commissione chiudesse entrambi gli occhi per pietà. E se così fosse, ne pagheremmo il conto sui mercati finanziari, perché il nostro debito pubblico, già percepito ai limiti della sostenibilità, sconterebbe rendimenti crescenti e i capitali dall’Italia fuggirebbero per timore di un patatrac sempre più vicino. Dulcis in fundo, il Coronavirus indebolisce ancora di più un governo debolissimo sin dal suo nascere e praticamente in agghiaccio da dicembre, dopo l’approvazione della legge di Stabilità.

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