Il compromesso necessario per salvare l’Italia e l’euro passa da BCE e Commissione UE

La BCE potrebbe spegnere la crisi dello spread in un solo attimo se volesse. Per farlo, dovrà mettersi d'accordo con Bruxelles e serve un patto politico tra i 19 stati dell'Eurozona una volta per tutte.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La BCE potrebbe spegnere la crisi dello spread in un solo attimo se volesse. Per farlo, dovrà mettersi d'accordo con Bruxelles e serve un patto politico tra i 19 stati dell'Eurozona una volta per tutte.

La crisi dello spread che sta colpendo l’Italia rischia di fare tornare l’Eurozona al triste biennio 2011-’12, quando la moneta unica fu a un passo dalla scomparsa, salvata con un pizzico di improvvisazione e di fortuna da tre fatidiche parole pronunciate allora da Londra dal governatore della BCE, Mario Draghi, con quel famoso “whatever it takes”, la promessa che avrebbe fatto tutto il necessario per evitare la fine dell’euro. Nella sostanza, quelle parole rimasero solo tali. Non vi è stato alcun piano per evitare il ripetersi della tempesta finanziaria contro uno o più membri dell’area, se non il varo dell’OMT, mai attuato e che, peraltro, risponde all’esigenza di calmare le tensioni sui titoli di stato di uno specifico paese, una volta che sono esplose. Più che di una soluzione, trattasi di un rimedio politicamente costoso, dato che l’intervento di Francoforte avverrebbe dietro la sottoscrizione di un memorandum d’intesa con il governo richiedente, che nei fatti viene posto sotto tutela.

Cosa può fare la BCE di Draghi per evitare che la crisi dei BTp travolga l’euro?

Non è così che si salva l’euro, non è così che si può impedire che una nuova crisi dei BTp lo travolga. Per quanto alcune sparate del governo italiano vadano catalogate come tali, c’è più di un fondo di ragione quando il ministro delle Politiche europee, Paolo Savona, evidenzia il problema “politico” di avere una BCE che si esprime contro uno dei governi dell’Eurozona. Non si tratta solo e tanto di evitare la politicizzazione della banca centrale europea, quanto soprattutto che i mercati percepiscano che i debiti emessi dai singoli stati nazionali siano non sostenibili. Vi immaginate se il governatore della Federal Reserve si esprimesse contro la Casa Bianca, accusandola di mettere in pericolo i risparmi delle famiglie americane? Il mondo si convincerebbe di due cose: uno, che il pericolo di un default degli USA esista; due, che nel caso in cui il Tesoro non riuscisse a onorare i debiti, la Fed non muoverebbe un dito per aiutarlo.

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Non a caso, Savona chiede che la BCE diventi un “lender of last resort”, un prestatore di ultima istanza. Cosa significa? Come accade generalmente per le altre banche centrali, nel caso in cui un governo non dovesse disporre della liquidità sufficiente per onorare una o più scadenze, si rivolgerebbe all’istituto per farsi prestare il denaro necessario a non fallire. La Germania è schifata alla sola idea che una simile ipotesi possa circolare nell’Eurozona. Berlino teme che modificare lo statuto di Francoforte si trasformi in un modo per gli stati del Sud Europa per campare a scrocco, per scaricare le proprie inefficienze sul resto dell’area. Se da un lato i tedeschi hanno più che ragione a temere una monetizzazione dei debiti sovrani, che finirebbe per generare inflazione e a trasferire oneri dagli stati “spendaccioni” a quelli virtuosi, dall’altro dovrebbero capire che appare ridicolo e non più sostenibile che 19 stati paghino interessi molto differenti sui debiti rispettivamente emessi. Il solo fatto che ciò avvenga, aldilà di limiti accettabili e fisiologicamente rispecchianti 19 politiche fiscali differenti e semi-autonome, implica che i mercati non credono che i debiti siano tutti uguali, che l’area sia davvero unica da un punto di vista dei rischi.

All’Europa serve un patto per porre fine a un decennio di pura follia e autolesionismo. Se la BCE inserisse nel suo statuto una clausola, in cui s’impegnasse a garantire per i debiti emessi dai 19 stati, lo spread sarebbe solo un brutto ricordo. E fate bene attenzione, perché quasi certamente si creerebbero le condizioni per evitare proprio che l’istituto si trovi costretta a intervenire per salvare questo o quel paese. Prendiamo la situazione attuale: se Francoforte segnalasse di poter garantire tutti i BTp circolanti e di nuova emissione dell’Italia, nessun investitore avrebbe più motivo per scommettere contro i nostri titoli di stato. Lo spread crollerebbe, i rendimenti anche e Roma si ritroverebbe in un attimo a sostenere pressappoco lo stesso costo della Germania per rifinanziarsi sui mercati. Se ciò avvenisse, tra le pieghe del nostro bilancio statale si reperirebbero a regime un paio di punti di pil da destinare al risanamento fiscale e/o alle altre misure di spesa.

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Lo scambio tra spread e taglio del debito

In pratica, anziché favoleggiare di fumosi piani di rientro del debito nell’arco di decenni, la sola copertura della BCE garantirebbe l’abbattimento dei rapporti debito/pil degli stati più esposti senza dolori sul piano economico e politico. Ora, poiché i pasti gratis non possono esistere, vi chiederete cosa si celerebbe dietro una simile impostazione di politica monetaria. La risposta sarebbe da ricercarsi a Bruxelles, sede della Commissione europea. Qui, i 19 stati membri dell’Eurozona dovrebbero impegnarsi senza più tentennamenti a perseguire gli obiettivi fissati dal Fiscal Compact, che impongono il raggiungimento in 20 anni di un rapporto debito/pil non superiore al 60%. Direte, ma così non cambia nulla rispetto a oggi. Eh, no! Invece, cambia tutto. Una cosa è risanare i conti pubblici sotto il bombardamento dei mercati, pagando fino a 10 volte in più della Germania per emettere titoli decennali, un’altra sarebbe farlo con rendimenti contenuti.

La Germania spende solo l’1% del suo pil ormai in interessi sul debito, l’Italia tra il 3,5% e il 4%. Pur scontando un debito più che doppio rispetto al pil, nel caso di azzeramento degli spread dovremmo recuperare un paio di punti percentuali, quelli che ci consentirebbero di raggiungere il pareggio di bilancio e di utilizzare i tagli alla spesa pubblica per ridurre il carico fiscale e/o per finanziare altri capitoli, come gli investimenti. Se Francoforte e Bruxelles si accordassero per ottenere che tutti gli stati dell’Eurozona non debbano più affrontare ingiustificate tensioni sul fronte dei debiti e che i risparmi ottenuti siano utilizzati per abbattere i rispettivi disavanzi fiscali, si innescherebbe un circolo virtuoso tra risanamento e crescita.

L’euro non verrebbe più percepito come una moneta transitoria e gli stati che la adottano si avvantaggerebbero di questo cambio di visione da parte degli investitori. L’Italia non pagherebbe più il 3% per un BTp a 10 anni contro lo 0,5% della Germania. L’Europa acquisirebbe credibilità e strumenti sufficienti per indurre Roma a rispettare i vincoli di bilancio e alla fine nessuno avrà davvero sganciato un euro per salvare chicchessia, nessuno verosimilmente minaccerebbe più il ritorno alle monete nazionali e la convivenza politica tra gli stati sarebbe molto più pacifica. L’alternativa consiste oggi nell’accettare che uno o più stati possano finire per uscire dall’euro e nel mettere qui sì in conto di spendere una barca di miliardi per salvare un paese grande come l’Italia, se restasse vittima dei colpi del mercato. E la stessa stabilità dei prezzi rischia di venir meno, se per evitare una tempesta finanziaria la BCE si trova costretta a utilizzare strumenti impropri come il QE con la scusa del sostegno all’inflazione. La Germania lo sa e dopo le elezioni europee inizierà davvero a fare i conti con la realtà.

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Argomenti: Bce, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia