Il collasso di lira turca e peso argentino, due valute in emergenza

Argentina e Turchia travolte dalla crisi valutaria. Peso e lira hanno perso intorno al 45% quest'anno e non sembra esserci fine ai crolli.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Argentina e Turchia travolte dalla crisi valutaria. Peso e lira hanno perso intorno al 45% quest'anno e non sembra esserci fine ai crolli.

Non c’è pace per il peso argentino, che ieri sera ha chiuso ai nuovi minimi storici, scambiando a 34,2 contro il dollaro e segnando il -45% quest’anno. La situazione è diventata così grave, che il presidente Mauricio Macri ieri ha fatto appello in un’intervista televisiva al Fondo Monetario Internazionale, affinché provveda ad erogare in anticipo la nuova tranche degli aiuti per 50 miliardi di dollari stanziati a maggio per sventare una più grave crisi finanziaria dell’economia latinoamericana. A giugno, l’istituto ha erogato già un prestito da 15 miliardi a Buenos Aires, che ha permesso alla banca centrale di incrementare le riserve valutarie, dopo che erano diminuite in pochissimi mesi di circa il 40%, scendendo poco sopra i 35 miliardi, a causa essenzialmente della vendita di dollari per frenare il crollo del cambio. Per settembre sono attesi in arrivo altri 3 miliardi.

Nei giorni scorsi, sempre la banca centrale aveva annunciato nuove modalità per le sue operazioni di “swaps” sui cambi, ponendo fine alla pratica di comunicare in anticipo date e importi, in modo da aumentare le perdite potenziali e i rischi a carico degli speculatori. E martedì era intervenuta per vendere titoli in dollari per 200 milioni, senza esitare alcun risultato positivo sul peso, visto che ha continuato a collassare sui mercati.

Non va meglio ad Ankara, dove la lira turca sta indebolendosi di seduta in seduta, rimangiandosi i guadagni delle sedute immediatamente successive al crollo. Al momento, il cambio contro il dollaro si attesta a 6,53, segnando un pesante -43% da inizio anno. La nuova ondata di “sell-off” è partita dopo il declassamento del rating da parte di Moody’s ai danni di 20 istituzioni finanziarie turche, giustificato dalla previsione di maggiori difficoltà in fase di funding, nonché per i rischi legati ai crediti in valuta estera, in particolare, della clientela. Dal canto suo, la banca centrale non è riuscita ad attirare la fiducia degli investitori, quando ha posto fine alla iniezione illimitata di liquidità alle banche, decisa il 13 agosto scorso per evitare un “credit crunch”.

Crisi turca, la lira continua a indebolirsi e si teme una grave caduta del credito

Argentina e Turchia entrate in una spirale perversa

Il mercato invoca un maxi-rialzo dei tassi, ma queste mosse dell’istituto fanno pensare che il governatore Murat Cetinkaya non abbia alcuna volontà di farlo, nemmeno al board di settembre. Gli analisti stimano che servirebbe una stretta di almeno 500 punti base per arrestare la fuga dei capitali. Difficilissimo che il presidente Erdogan avalli una simile misura, essendo da sempre contrario ai tassi alti. I bond in Turchia rendono il 20,7% per la scadenza decennale e il 23,14% per quella biennale. A luglio, l’inflazione è salita ulteriormente al 15,85%, per cui i tassi d’interesse fissati al 17,75% stanno diventando sempre più bassi, in termini reali, non più in grado di garantire ai mercati una lotta decisa contro la perdita del potere di acquisto della lira. L’economia turca sarebbe già entrata in una spirale recessiva, anche se la robusta partenza di quest’anno dovrebbe evitare che il dato dell’intero 2018 risulti col segno meno.

Entro i prossimi 12 mesi giungono a scadenza bond e prestiti sindacati in valuta straniera per 77 miliardi di dollari, pari al 41% delle scadenze complessive. Ciò, a fronte di assets liquidi in valuta straniera delle banche turche per 48 miliardi. Anche l’Argentina presenta scadenze in valute diverse dai pesos piuttosto pesanti, pari a 82 miliardi di dollari da qui alla fine dell’anno prossimo. Più i due cambi si deprezzano, maggiori le difficoltà in fase di rifinanziamento di bond e prestiti. Al netto degli assets in valuta estera, imprese, famiglie e stato in Turchia rimangono esposti per circa 215 miliardi, qualcosa come circa il 30% del pil.

Cambi in tracollo verticale sono la spia di capitali in fuga e provocano un surriscaldamento dei prezzi, per combattere i quali le banche centrali dei due paesi dovranno necessariamente alzare i tassi. A loro volta, però, interessi elevati colpiscono l’economia, frenando i consumi e gli investimenti e ponendo le basi per una recessione, innescando potenziali tensioni sociali e politiche. Se il problema della Turchia consiste essenzialmente nella sfiducia dei mercati verso l’autoritarismo di Erdogan e il suo commissariamento di fatto della politica monetaria dell’istituto, a Buenos Aires non stanno bastando nemmeno gli aiuti già garantiti dall’FMI a fermare la speculazione. Qui, il punto è che il cambio debole rinvigorisce un’inflazione già elevata e le riforme richieste dall’istituto e in parte già attuate dal governo Macri, tra cui la liberalizzazione delle tariffe delle utilities, nel breve termine non potranno che spingere i prezzi ancora più su, rendendo insufficiente la stretta sin qui varata. Argentina e Turchia sono finite in un “loop”, dal quale usciranno solo con azioni decise di politica economica, ma impopolari.

L’Argentina risponde al contagio turco con un maxi-rialzo dei tassi di 500 punti base

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, Crisi turca, economie emergenti, lira turca, valute emergenti

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