Il club dell’euro si allarga alla Bulgaria: Sofia dentro nel 2023

L'ingresso nell'euro della Bulgaria dovrebbe avvenire nel 2023. Ad aprile, l'adesione ormai quasi certa al Meccanismo del Tasso di Cambio. I dati macro parlano chiaro, i dubbi di Bruxelles restano su altri aspetti.

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L'ingresso nell'euro della Bulgaria dovrebbe avvenire nel 2023. Ad aprile, l'adesione ormai quasi certa al Meccanismo del Tasso di Cambio. I dati macro parlano chiaro, i dubbi di Bruxelles restano su altri aspetti.

La famiglia dell’euro si allarga, nonostante lo scarso appeal di cui la moneta unica gode all’interno dell’unione monetaria. Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha annunciato oggi di aspettarsi che “i piani per l’ingresso nell’euro della Bulgaria si realizzeranno esattamente come sono stati congegnati”. Entro aprile, quindi, Sofia riceverà una risposta definitiva e, a questo punto, positiva sull’adesione al meccanismo di cambio ERM-2 (Exchange Rate Mechanism), una sorta di anticamera di 3 anni, prima che lo stato dell’Europa orientale abbandoni il lev per adottare l’euro a tutti gli effetti.

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Sul piano dei fondamentali macroeconomici, la Bulgaria ha tutti i requisiti per far parte dell’euro. Il suo debito pubblico si attesta solamente al 20% del pil e dovrebbe scendere sotto questa soglia quest’anno, grazie a politiche fiscali improntate alla prudenza, se è vero che il bilancio pubblico è in attivo sin dal 2016 e per il 2020 il governo punta al pareggio, innalzando gli stipendi di insegnanti e altre categorie della Pubblica Amministrazione.

La spesa pubblica si aggira sul 35% del pil e solamente una piccola porzione di essa è dedicata al pagamento della spesa per gli interessi, scesa dal 2,5% del pil nel 2016 all’1,7% di quest’anno. Certo, l’unico dubbio sulla sostenibilità del debito deriva dal fatto che per il 75% sia stato emesso in valuta straniera, seppure per la quasi totalità trattasi di euro. E se ad oggi il lev è agganciato all’euro da un “peg”, dal 2023 non vi sarebbero più problemi nemmeno formali in tal senso. Quanto all’inflazione, per quest’anno dovrebbe decelerare al 2,2% quest’anno, una percentuale superiore a quel margine dell’1,5% fissato dai criteri di Maastricht sulla media dei tre tassi d’inflazione più bassi dei paesi già appartenenti all’euro.

Ma non vi sono dubbi sul fatto che si chiuderà un occhio sui decimali.

Crescita moderata e bassa inflazione

Infine, la crescita. Il governo di Boyko Borissov la stima al 3,3%, l’FMI è meno ottimista, ma tutti gli analisti concordano su un tasso in area 3%. Certo, non siamo più ai livelli medi di oltre il 6% tra il 2000 e il 2008, ma il pil continua ad aumentare a ritmi relativamente sostenuti, sebbene sia da dire che i bulgari risultino tra i più poveri d’Europa con un pil pro-capite di poco superiore agli 8.000 euro all’anno, anche se, tenuto conto del potere di acquisto dei redditi, la cifra lieviterebbe intorno ai 20.000 euro. Le criticità non mancano, come il forte passivo cronico della bilancia commerciale, per effetto della dipendenza energetica dalla Russia. Anche in questo campo, però, i progressi vi sono stati, se è vero che prima della crisi si arrivava a saldi negativi sopra il 25% del pil, mentre negli anni più recenti si è scesi anche sotto il 5% e compensati in gran parte dagli afflussi di capitali.

Di sicuro, l’ex stato comunista ha compiuto tanti passi in avanti con l’abbraccio del libero mercato, pur avvenuto molto gradualmente. Il pil dal 1990 si è moltiplicato per quasi 7 volte e dopo l’iperinflazione vissuta alla metà degli anni Novanta con la liberalizzazione dei prezzi, i ritmi di crescita di questi ultimi si sono normalizzati, oscillando nell’ultimo decennio tra il -2% e poco meno del +6%. La crescita salariale imprime una spinta rialzista maggiore di quella che si ha nelle economie mature come l’Eurozona, ma tutto sommato la stabilità dei prezzi appare sotto controllo e anche la banca centrale bulgara tiene da anni i tassi di interesse azzerati come la BCE, segno che possa permettersi di non offrire alcun premio rispetto all’Eurozona per attirare i capitali stranieri o impedirne il deflusso.

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Che vi sia fiducia sulla solidità economica e finanziaria della Bulgaria lo confermano anche i rendimenti negativi dei titoli di stato per scadenze fino ai 5 anni e che sui 10 anni valgono poco più di un quarto di punto percentuale, meno della Spagna per capirci e 4 volte inferiori ai livelli italiani. Dunque, l’ingresso nell’euro non sarebbe in discussione e la Giorgieva, ella stessa bulgara, sta facendo di certo la sua parte per rimuovere le ultime resistenze di Bruxelles. In effetti, il problema di Sofia ha più a che vedere con la corruzione dilagante nel paese e con lo stato di diritto. Ma il premier conservatore, a capo di Gerb, ha puntato tutte le sue carte sulla scadenza del 30 aprile 2020 per aderire all’ERM. Difficile che venga deluso, anche perché la sua formazione appartiene al PPE e sostiene a Strasburgo la Commissione di Ursula von der Leyen. E, soprattutto, con l’ingresso nell’euro la Bulgaria verrebbe definitivamente sottratta alla sfera d’influenza russa.

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