Il club del “trilione” guadagna 200 miliardi in pochi giorni e vale 3 volte l’Italia

I colossi in borsa con una capitalizzazione sopra i 1.000 miliardi di dollari sono appena quattro in tutto il mondo e ben tre americani. In Europa, nessuno si avvicina a queste grandezze.

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I colossi in borsa con una capitalizzazione sopra i 1.000 miliardi di dollari sono appena quattro in tutto il mondo e ben tre americani. In Europa, nessuno si avvicina a queste grandezze.

Benvenuti nel “trillionaire”. No, non è il nuovo locale in Sardegna di Flavio Briatore, bensì un club molto più esclusivo, che si compone di soli quattro membri in tutto il mondo. Parliamo delle società quotate in borsa con una capitalizzazione di almeno 1.000 miliardi di dollari.

Si contano sulle dita di una mano e nessuna di queste realtà ha sede in Europa. E’ l’America ad ospitare tre trilionari su quattro, l’altro parla arabo: la compagnia petrolifera saudita Aramco. Apple è stata la prima società al mondo ad avere toccato in borsa i 1.000 miliardi di valore. Era l’agosto del 2018. Da allora, le sue azioni hanno guadagnato un altro 38%, per cui oggi capitalizzano in tutto 1.380 miliardi.

A seguire, era stata Amazon a superare l’ambito traguardo, ma al momento è scesa sotto la soglia fatidica e si ferma a “soli” 931 miliardi. Ad ogni modo, alla creatura di Jess Bezos manca un rialzo di appena il 7,5% per tornare a far parte del club. Invece, supera nettamente i 1.000 miliardi Microsoft, che vale adesso a Wall Street 1.270 miliardi, seconda per capitalizzazione negli States e terza al mondo. E nelle ultime sedute è arrivato il momento di Alphabet, la casa madre di Google: viene valutata esattamente 1.000 miliardi.

E Aramco? E’ stata la prima società al mondo ad essersi quotata già con una capitalizzazione superiore ai 1.000 miliardi, anzi al suo avvio di dicembre alla Borsa di Riad ha toccato i 2.000 miliardi di dollari. Oggi, si attesta a 1.845 miliardi, in calo rispetto all’IPO per varie ragioni. Anzitutto, perché eccessive erano parse sin dall’inizio le valutazioni. Secondariamente, hanno remato contro le tensioni USA-Iran, anche perché a settembre bastò un drone di Teheran per dimezzare la sua produzione di greggio per diverse settimane. Infine, la società ha esercitato la “greenshoe”, cioè si è avvalsa della facoltà di emettere nuove azioni per il 15% del loro ammontare in fase di IPO, incassando altri 3,8 miliardi e portando il ricavato complessivo a 29,4 miliardi, record assoluto di sempre e in ogni luogo.

Petrolio da 2.000 miliardi, Aramco vale in borsa quanto il pil dell’Italia

Nessun colosso europeo, stravince l’America

Tirando le somme, troviamo che Apple quest’anno ha già guadagnato il 7,35% in borsa, circa 95 miliardi.

Un altro 5,4% lo ha messo a segno Microsoft, corrispondente a 65 miliardi. E quel +8,3% di Alphabet ha innalzato la capitalizzazione di altri 76 miliardi, mentre il -1,8% di Aramco l’ha depressa di 35 miliardi. In tutto, il club del trilione ha guadagnato in borsa ben più di 200 miliardi di dollari in poco più di due settimane, portandosi a una capitalizzazione totale di circa 5.500 miliardi. Un valore enorme, che equivale a quasi 3 volte il pil dell’Italia o, se vogliamo, a circa 26 volte quello della Grecia, o ancora alla somma tra il pil francese, italiano e olandese.

Dicevamo, nessuna società europea si avvicina anche solo lontanamente a questo club iper-esclusivo. E questo svela un grande problema del Vecchio Continente, cioè l’assenza di colossi internazionali realmente capaci di tenere testa alla concorrenza. Per capirci, Amazon può permettersi di spazzare via i nostri piccoli negozi fisici e persino quelli online, disponendo di un potere negoziale che non ha eguali nel settore. E Google può fare il bello e il cattivo tempo sulle ricerche in rete e nell’attingere a una mole di dati degli utenti, che finiscono per essere venduti a terzi per essere monetizzati, con una conseguenza non meno temibile di fornire ad altri giganti, quasi sempre americani, preziose informazioni sulle abitudini di consumo e gli stili di vita di centinaia di milioni di persone nel mondo, ponendoli in una posizione di vantaggio competitivo nei confronti delle società europee e non.

Queste capitalizzazioni sbalorditive non devono semplicemente alimentare il nostro stupore, bensì interrogarci su quale sia il valore alla base di questi colossi. Ad eccezione di Aramco, attiva nella produzione di un bene prettamente fisico come il petrolio, sono i “big data” i veri diamanti di questa era e tutti in possesso di realtà americane. Anziché suscitare invidie o indignazione, chiediamoci perché nessuna grande società paragonabile a Microsoft, Apple o Google esista in Europa.

Qualcuno troverà la risposta nelle dimensioni nazionali relativamente piccole dei singoli stati europei, qualcun altro sosterrà che il mix tra burocrazia e fiscalità svantaggiosa ne disincentivi la nascita. Entrambe le risposte appaiono corrette, ma il punto è che il “gap” con Oltreoceano continua a crescere e nessuno al di qua dell’Atlantico sembra capace di reagire alla marginalità a cui l’Europa sembra essersi condannata rispetto ai grandi processi economici mondiali.

I biga data per prevedere l’andamento dei mercati

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