Il caso MPS imbarazza Draghi e scuote lo scenario sulla ripresa

Il fallito negoziato tra Tesoro e Unicredit sulla cessione di MPS rappresenta il vero primo momento di difficoltà per il premier Mario Draghi

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Il caso MPS imbarazza Draghi

Il fallimento del negoziato tra Tesoro e Unicredit sulla cessione di Monte Paschi di Siena (MPS) non era stato considerato. Invece, è accaduto che le parti abbiano dovuto emettere un comunicato comune per rendere noto il naufragio delle trattative. Che sia definitivo o meno, qualcosa d’importante è avvenuto ugualmente. Per la prima volta da quando Mario Draghi si trova a Palazzo Chigi, ha accusato il colpo.

Il premier si dice che non abbia affatto gradito la dichiarazione di giubilo di Enrico Letta, che nel tentativo di recitare il ruolo di garante dei senesi dopo la vittoria nel loro collegio alle elezioni suppletive per la Camera, è arrivato a definire “svendita” il tentato accordo a cui puntava Unicredit. Un modo anche per allontanare dal PD lo spettro del flop, con le banche che in questi ultimi anni tanti danni hanno provocato all’immagine del partito.

Il risultato è che Draghi su MPS si ritrova solo, come se ad avere sbagliato i conti fossero stati solo lui e il suo entourage tecnico. Di fatto, si vocifera che il premier voglia sostituire qualche tecnico al Tesoro, tra i ministri al governo e persino l’amministratore delegato di MPS, Guido Bastianini, deluso dalle loro performance. Adesso, serve trovare una nuova soluzione di mercato. E non sarà facile. Perché mai un qualche cavaliere bianco dovrebbe affacciarsi ora, quando non lo ha fatto per anni? E perché mai, essendo rimasto l’unica alternativa alla risoluzione bancaria, dovrebbe pretendere dal Tesoro condizioni meno migliori per sé di quelle avanzate da Unicredit?

Su MPS Draghi si gioca la faccia

Nel frattempo, Draghi dovrà chiedere alla Commissione europea una proroga, probabilmente di 12 mesi, per la privatizzazione di MPS.

Non avrà difficoltà ad ottenerla, perché nessuno a Bruxelles è così stupido da provocare tensioni finanziarie in una fase di robusta ripresa dell’economia nell’Eurozona. Inoltre del nostro premier ci si fida. Il fatto è che per Palazzo Chigi si tratta pur sempre di una non bella figura. Per la prima volta dall’insediamento, Draghi dovrà chiedere “per favore” a Bruxelles.

Infine, l’impatto che il caso MPS rischia di avere sull’economia italiana non deve essere sottovalutato. Nessuno immagina che la banca senese sarà abbandonata a sé stessa, né che non si riesca a trovare una soluzione alternativa. Malissimo che vada, il Tesoro riaprirà le trattative con Unicredit e alla fine le parti troverebbero il modo per fingere di giungere a un accordo diverso da quello su cui è avvenuta la rottura nei giorni scorsi.

Tuttavia, l’incertezza non piace ai mercati. E, soprattutto, sarebbe devastante verificare che persino con Super Mario alla guida del governo non si fosse capaci di risolvere la crisi di MPS in tempi brevi e senza crearne un caso internazionale. Matteo Renzi a suo tempo seppellì la sua carriera politica sulla cattiva gestione della crisi bancaria. Con Draghi è diverso. Anzitutto, non ha alcuna opposizione che quotidianamente lo incalzi sul tema. Secondariamente, Rocca Salimbeni è già in mano allo stato e questo evita speculazioni sulla sua sorte a brevissimo termine. Ma tutta questa vicenda non fa bene all’immagine del Bel Paese e di Draghi come salvatore della Patria.

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