Il caso Huawei è un avvertimento di Trump alla Cina: l’America non tollera più furbizie

Il caso Huawei irrompe nella fragile tregua commerciale tra USA e Cina, siglata appena pochi giorni fa al G20 in Argentina. La "guerra" dei dazi potrebbe riesplodere di già.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il caso Huawei irrompe nella fragile tregua commerciale tra USA e Cina, siglata appena pochi giorni fa al G20 in Argentina. La

Immaginate che la figlia di Bill Gates venga arrestata in Cina. Pensate che la questione rimarrebbe solo giudiziaria? Ieri, si è venuto a sapere che qualcosa di simile sia accaduto, ma a parti inverse: la figlia del fondatore e direttore finanziario di Huawei, Meng Wanzhou, è stata arrestata in Canada su richiesta della Procura di New York per avere violato le sanzioni USA contro l’Iran. La detenzione risale all’1 dicembre scorso, lo stesso giorno in cui il presidente Donald Trump incontrava l’omologo cinese Xi Jinping al vertice del G20 in Argentina per siglare una tregua commerciale tra le due potenze. Tuttavia, la notizia è stata resa pubblica solo ieri.

La Cina fermerà la stretta sui tassi USA della Fed?

Che cos’è accaduto? Huawei è da tempo nel mirino delle autorità americane, tanto che il governo a settembre ha lanciato un appello anche ai partner stranieri, tra cui l’Italia, affinché non acquistino telefonini del colosso cinese, né gli consentano di partecipare alle gare di appalto per il 5G. L’accusa è gravissima: la società utilizzerebbe dispositivi per spiare i clienti, al fine di monitorarne i comportamenti per finalità industriali. Nel caso di Meng, però, l’arresto è dovuto alla violazione dei termini della concessione delle licenze nel settore tecnologico. In pratica, le leggi americane impediscono il trasferimento di tecnologia a stati considerati “nemici”, come l’Iran, la Corea del Nord e il Sudan. Huawei, che opera nel territorio USA tramite filiali e che ha acquistato licenze da società americane attive nel settore tecnologico, avrebbe violato tali termini. Da qui, la richiesta di arresto, che avrebbe solide basi legali.

Adesso, le autorità di Vancouver dovranno decidere se estradare la donna verso gli USA. Il passo non è scontato, perché se da un lato gli indizi forniti da New York sono stati ritenuti sufficienti per il suo fermo, servono prove più concrete per autorizzare l’estradizione. Nel frattempo, Pechino chiede la scarcerazione sia al Canada che agli USA, mentre la Casa Bianca tace. A parlare è stato semmai il consigliere alla Sicurezza Nazionale, John Bolton, il quale ha dichiarato di essere stato a conoscenza “in anticipo” dell’arresto, potenzialmente già quando era a colloquio con Xi, anche se si è mostrato dubbioso sul fatto che il presidente Trump sapesse.

Tregua USA-Cina già finita?

Il caso Huawei rischia di porre fine alla fragile tregua commerciale trovata tra le prime due economie mondiali, come segnalano i crolli in borsa di ieri in Asia ed Europa, non replicati a Wall Street, dove gli indici hanno chiuso poco sotto la parità. Difficile, infatti, che il governo cinese possa concedere qualcosa a Trump sul piano degli scambi, quando l’opinione pubblica cinese è scioccata e arrabbiata contro l’America, intravedendo nell’arresto della manager una sorta di schiaffo alla potenza tecnologica nazionale. Huawei è il secondo produttore di telefonini al mondo con una quota di mercato del 10%, superando Apple nella esportazioni di smartphone con 153 milioni di pezzi venduti fuori dalla Cina nel 2017 e un target per quest’anno di 102,2 miliardi di dollari di ricavi.

Stiamo parlando di un colosso come pochi al mondo. Il fondatore è Ren Zhengfei, già membro dell’Esercito Popolare di Liberazione e che si è giovato di decine di miliardi di aiuti dello stato per mettere in piedi una simile realtà. La domanda sembra d’obbligo: Trump sapeva dell’arresto? E se sì, come l’ha presa? Ieri, Bloomberg avanzava il sospetto che il caso potrebbe segnalare che il “deep state” non avrebbe alcuna volontà di arrivare a una tregua commerciale con la Cina, indipendentemente da cosa ne pensi il presidente. In verità, bisogna ammettere che le tensioni con Pechino, montate con l’imposizione di dazi da parte dell’amministrazione americana, siano state ad oggi contrastate dai “poteri forti” a stelle e strisce, i quali semmai vorrebbero che Trump si concentrasse contro la Russia.

La Cina reagisce a Trump sui timori di una crisi

Difficile immaginare che il presidente stia agendo da “colomba” nel dibattito sui rapporti con Pechino. Vero, alla fine di ottobre ha aperto a sorpresa a un accordo con Xi, ma molto probabilmente per fare rientrare le tensioni finanziarie alla vigilia delle elezioni di medio termine. E se è pur vero che il suo obiettivo rimane di non scuotere Wall Street, temendo che ciò possa intaccare l’umore di investitori e consumatori, rallentando la crescita economica in corso, non si può negare come egli abbia in mente di fermare la Cina sul piano del progresso tecnologico; come agli inizi di quest’anno, quando ha bloccato l’acquisizione della californiana Qualcomm, grossa produttrice di processori per smartphone, da parte di Broadcom, attiva nei semiconduttori, adducendo ragioni di sicurezza nazionale.

Trump teme la tecnologia cinese

Broadcom, infatti, aveva da poco spostato la sua sede da Singapore agli USA, ma il passo non ha rassicurato l’amministrazione americana, che ha temuto di trasferire tecnologia “sensibile” verso economie rivali come la Cina. Viceversa, nonostante le accuse contenute in un report del Tesoro di avere violato le sanzioni USA, Trump è intervenuto in estate in favore di un’altra realtà cinese delle telecomunicazioni, ZTE. Questa non ha perso l’accesso al mercato americano, pagando in cambio una multa da 1,7 miliardi. Una benevolenza, che ha giocato un ruolo non secondario nel braccio di ferro contro Pechino, ammorbidendo la posizione cinese.

Impedire che la Cina acquisisca tecnologia dall’America e la sfrutti a fini di spionaggio commerciale o per avanzare sul piano militare è la priorità assoluta di Trump, forse più della stessa riduzione del deficit commerciale. L’arresto di Meng s’inquadra in questo scenario e probabilmente verrà sfruttato da Trump per ottenere risultati concreti da Xi nella battaglia sui dazi. Dietro si celerebbe una logica del “do ut des”: vuoi evitare l’umiliazione nazionale di una stessa della finanza rinchiusa in un carcere americano? Cedi sulle esportazioni! Inoltre, con un’azione così clamorosa, Trump avrebbe avvertito Xi di non essere più disposto a tollerare azioni di spionaggio industriale e altre pratiche commerciali scorrette.

La Cina rallenta e arriva il primo deficit da 25 anni. E forse Trump non c’entra!

Il timore che si respira in borsa è che si vada verso un innalzamento dello scontro tra USA e Cina, sia perché Pechino potrebbe reagire irrigidendosi e non concedendo più nulla a Washington, sia perché potrebbe mettere in campo ritorsioni piuttosto minacciose, rendendo pan per focaccia all’America, ordinando l’arresto di manager e finanzieri statunitensi e canadesi sul proprio territorio. In un simile scenario, capirete da soli che le relazioni commerciali, oltre che diplomatiche, tra le due potenze si allenterebbero e diverrebbe persino pericoloso per un “executive” recarsi fisicamente in Cina, dovendo stare attento al tintinnio di manette. E se fosse proprio questo l’obiettivo di Trump, ovvero far sì che siano i cinesi ad auto-estraniarsi gradualmente dalla globalizzazione con azioni percepite come ostili al business?

[email protected]

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump, Rallentamento dell'economia cinese