Il “cashback” rischia di non funzionare e di aiutare solo le famiglie più agiate

I rimborsi di stato sui pagamenti elettronici rischiano di non essere così efficaci per contrastare l'evasione fiscale.

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Cashback davvero efficace contro l'evasione fiscale?

Sono più di 5 milioni e 300 mila gli italiani che hanno scaricato l’app IO per approfittare del “cashback” di Natale. Entro fine mese serviranno almeno 10 acquisti realizzati presso negozi fisici con carte di credito, bancomat o app per ottenere l’accredito sul conto corrente del 10% della spesa effettuata, fino a un rimborso massimo di 150 euro. L’obiettivo dichiarato del governo consiste nel contrastare l’evasione fiscale, sostenendo la digitalizzazione dei pagamenti. Dal 2021, la misura diverrebbe strutturale, essendo stata prevista fino a tutto il primo semestre del 2022. I pagamenti digitali richiesti saranno minimo 50 per semestre e il rimborso massimo a cui si avrebbe diritto sarebbe di 150 euro, cioè 300 euro in un anno e sempre pari al 10% della spesa effettuata, cioè su un minimo di 3.000 euro.

Confesercenti non crede che questa sia la soluzione per combattere il nero e incentivare i pagamenti digitali, notando come già il 70% di chi usa le carte spenda più di 3.000 euro all’anno, per cui il tetto dei 3.000 euro imposto dall’esecutivo per contenere i rimborsi a un massimo di 300 euro non spingerebbe gli italiani già digitalizzati a intensificare l’uso dei pagamenti con carta o app. Secondo le stime dell’associazione dei commercianti, nel 2021 si registrerebbe uno spostamento dai pagamenti in contanti a quelli digitali di solo il 4%.

Con questi numeri, il governo rischia il flop, avendo destinato per i prossimi 18 mesi ben 4,7 miliardi di euro ai programmi di lotta al contante, di cui 3 miliardi per il 2022. L’emersione dell’economia sommersa dovrebbe essere tale da giustificare l’investimento di una simile somma, ma al momento lo scetticismo sembra piuttosto diffuso sull’efficacia delle nuove misure, che contemplano anche la lotteria degli scontrini e il “super cashback” di 1.500 euro per ciascuno dei primi 100.000 consumatori che effettuano il maggior numero di pagamenti digitali.

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Cashback efficace contro l’evasione fiscale?

La BCE ha inviato una dura lettera all’Italia, nella quale ha contestato la bontà del “cashback” e, pur riconoscendo l’interesse pubblico della lotta all’evasione fiscale, ha spiegato che lo stato dovrebbe mostrarsi neutrale circa le modalità di pagamento dei cittadini, mettendo in guardia anche sui costi sociali legati alla lotta al contante. In effetti, non tutta Italia, così come non tutta Europa, risulta dotata di un conto corrente a cui appoggiarsi per scaricare l’app con la quale ottenere il rimborso di stato. Questo significa che ad accedere al beneficio rischiano di essere le fasce della popolazione già più abbienti, ad esclusione di famiglie a basso reddito, immigrati e anziani. In una fase di crisi dei consumi, quindi, ad essere premiati sarebbero coloro che sul piano economico se la passerebbero un po’ meglio.

E siamo sicuri che lo stato sarà capace di recuperare sufficiente gettito fiscale per giustificare tali misure? Il grosso dell’evasione si concentra nei servizi, quelli che fatturati regolarmente costerebbero all’utente molto più che pagati in nero e per una differenza superiore a quanto ammonterebbe il “cashback”. Prendete un idraulico o un elettricista, che al termine di una riparazione ti chiedono “250 euro con fattura inclusiva di IVA, 200 euro senza”. A quel punto, richiedere la fattura per ottenere un rimborso di 25 euro non sarebbe conveniente. Semmai, il “cashback” servirebbe nel lungo periodo ad “educare” gli italiani a usare sempre meno contante e a ricorrere in misura crescente ai pagamenti digitali.

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