Il cambio euro-dollaro si rafforza, Draghi allontana un nuovo QE?

Si rafforza il cambio euro-dollaro, vicino alla soglia di 1,15, dopo le dichiarazioni "hawkish" di Mario Draghi sul QE della BCE.

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Si rafforza il cambio euro-dollaro, vicino alla soglia di 1,15, dopo le dichiarazioni

Torna a rafforzarsi il cambio euro-dollaro, che stamane si attesta a 1,1386, salendo ai massimi da 3 settimane e poco sopra di un mese fa. Dall’inizio del mese, la moneta unica ha guadagnato l’1,8% contro il biglietto verde, segno inequivocabile che il mercato si aspetta un rinvio del rialzo dei tassi USA, le cui probabilità scemano di settimana in settimana. Adesso, i traders stimano a meno del 40% che ciò accada entro dicembre. Ma i guadagni delle ultime ore hanno anche a che vedere con le ultime dichiarazioni del governatore della BCE, Mario Draghi, che venerdì scorso ha detto 2 cose importanti sulla politica monetaria nell’Eurozona. La prima, quando ha avvertito i paesi molto indebitati (tra cui, l’Italia) di stare in guardia, perché presto potrebbero finire le condizioni ultra-accomodanti di questi mesi e quando i tassi risaliranno ci saranno evidenti conseguenze sul costo di rifinanziamento. Draghi ha anche aggiunto di essere “soddisfatto” dell’andamento del piano di acquisto dei bond, noto come “quantitative easing”, sostenendo che starebbe funzionando più del previsto, anche se ci vorrà probabilmente più tempo per portare l’inflazione al target (quasi il 2%), per via dei bassi prezzi energetici. In ogni caso, ha detto, la BCE si tiene pronta per l’eventualità che servano maggiori stimoli monetari, anche se non è detto che questi assumano le forme di quelli già attuati.

Niente nuovi stimoli BCE?

Il tono di queste dichiarazioni è stato interpretato dagli investitori come “hawkish”, ossia il governatore avrebbe segnalato una tendenza futura più restrittiva della politica monetaria di Francoforte. Se è assodato che almeno fino a tutto il 2016 non ci sarà alcun rialzo dei tassi, tali parole potrebbe sottintendere che, salvo sorprese negative sul fronte dell’inflazione, non dovrebbero esserci nuovi stimoli e che l’avvio della stretta monetaria non sarebbe troppo lontana, possibilmente agli inizi del 2017.

Altrimenti, perché avrebbe dovuto mettere in guardia i governi dell’Eurozona dalle conseguenze di un’inversione di tendenza dei tassi, quando si tratta di un evento prevedibile, anche se non nei tempi? Dunque, tra mancata stretta americana nell’immediato e la volontà di Francoforte di allontanare dalle prospettive attuali il potenziamento degli stimoli, il cambio euro-dollaro si rafforza, avvicinandosi alla soglia di 1,15, che dal varo del QE del 22 gennaio scorso è stata sfondata solo ad agosto, in piena crisi delle borse.    

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