Il cambio euro-dollaro resta alto e la Germania va verso il “lockdown” totale

Alla BCE c’è preoccupazione per il mancato indebolimento del cambio euro-dollaro, malgrado il rialzo dei rendimenti americani nelle ultime settimane. In teoria, se i titoli di stato USA offrono di più, i capitali dovrebbero affluirvi e rafforzare il biglietto verde. Ma sta accadendo il contrario. A questo punto, a Francoforte stanno cercando di capire se […]

di , pubblicato il
Lockdown soft e zone rosse allargate

Alla BCE c’è preoccupazione per il mancato indebolimento del cambio euro-dollaro, malgrado il rialzo dei rendimenti americani nelle ultime settimane. In teoria, se i titoli di stato USA offrono di più, i capitali dovrebbero affluirvi e rafforzare il biglietto verde. Ma sta accadendo il contrario. A questo punto, a Francoforte stanno cercando di capire se la ragione di questa forza relativa della moneta unica risieda nella differente politica monetaria. La Federal Reserve ha azzerato i tassi d’interesse e ha iniettato 3 mila miliardi di liquidità sui mercati subito dopo lo scoppio della pandemia nell’Occidente a marzo. La BCE ha portato i tassi “overnight” al -0,50% e varato un maxi-piano di acquisti dei bond da 1.850 miliardi di euro, oltre che potenziato i prestiti alle banche commerciali a tassi negativi.

La BCE ha un problema di nome Lagarde: il governatore non sa comunicare. Dubbi sulla ripresa nel 2021

Il cambio euro-dollaro si è rafforzato del 9% nel 2020, il rialzo più elevato dal 2017. Da inizio 2021, ha perso qualcosa, scendendo sotto 1,22, ma tenendovisi nei pressi e, soprattutto, ben sopra quota 1,20. Eppure, le prospettive per l’economia nell’Eurozona si stanno facendo sempre più fosche per il medio termine. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il PIL USA quest’anno aumenterà di oltre il 5%, più che compensando le perdite accusate nel 2020. L’Eurozona, invece, dovrebbe crescere solamente del 4,2% e non tornare ai livelli pre-Covid almeno fino alla fine dell’anno prossimo.

Ma proprio nelle ultimissime settimane aumenta la sensazione che ci vorrà ben più tempo per mettersi alle spalle la crisi. Le campagne nazionali di vaccinazione contro il Covid-19 stanno andando quasi ovunque a rilento nell’Unione Europea, con tassi medi di copertura sotto il 2%, quando nel Regno Unito hanno già superato il 10% e in Israele il 45%.

E l’indice IFO, che misura il morale delle imprese in Germania, a gennaio è sceso a 90,1 punti, ai minimi da giugno, quando le attività tedesche riaprivano dopo il primo “lockdown” di primavera.

Recovery Fund al palo, BCE con le mani legate

Il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, ha inasprito le restrizioni anti-Covid, introducendo controlli più serrati alle frontiere, specie con i paesi maggiormente a rischio. Inoltre, i voli verso la Germania sono stati quasi azzerati, un fatto che rischia di provocare il collasso dell’intera industria aerea europea, dato che il paese è un hub per connettersi con il Medio Oriente e l’Africa. E scuole e negozi non primari resteranno chiusi “almeno” fino a metà febbraio. Il tutto, spiega il ministro, per mettere in sicurezza i tedeschi dal rischio di nuove infezioni per via delle varianti che si stanno diffondendo nel mondo, da quella inglese alla brasiliana, passando per quella sudafricana.

C’è lo spettro di una ripresa dell’economia nell’Eurozona solo a partire dalla seconda metà dell’anno, quando si spera che le restrizioni saranno state grosso modo allentate, per quanto non ancora del tutto ritirate. In questo scenario, l’euro forte rischia di impattare ulteriormente in negativo sulle imprese, colpendone le esportazioni. Il punto è che i tassi nell’area sono stati già abbassati sotto i livelli USA e lo stesso bilancio della BCE risulta più elevato di quello della FED in rapporto al PIL. Semmai, gli stimoli fiscali sinora varati sono stati meno intensi, pur di poco, in attesa che il Recovery Fund decolli. Ancora una volta, i governi non stanno facendo la loro parte sino in fondo, specie nel raggiungere un’intesa tra loro per sostenere l’economia continentale con stimoli sovranazionali. Le prime erogazioni dei 750 miliardi di euro stanziati dovrebbero avvenire intorno a metà anno, un po’ tardi e, soprattutto, troppo poco per sperare che si traducano in uno stimolo percettibile per le singole economie nazionali.

La BCE di più non potrà fare. L’eventuale annuncio di ulteriori acquisti di bond sarebbe probabilmente inefficace, dato che ad oggi il PEPP resta inutilizzato per oltre la metà e i tassi negativi sui depositi bancari hanno dimostrato in tutti questi anni di rivelarsi uno strumento poco adatto a sostenere il credito alle imprese e alle famiglie. Né sarebbe possibile un intervento diretto sul mercato dei cambi per manovrare i tassi dell’euro. Lo vieta lo statuto e, soprattutto, scatenerebbe una “guerra” valutaria dalle conseguenze imprevedibili sul piano delle relazioni commerciali. Serve accelerare il passo su vaccini e Recovery Fund. I primi dipendono solo in parte dalla volontà dei governi, più dalla capacità delle case farmaceutiche di onorare i contratti. Il secondo resta vittima delle mille pregiudiziali tra Nord e Sud Europa, che ad oggi impediscono agli aiuti di fluire presto e in misura cospicua dove se ne ha bisogno. Il 2021 sarà migliore del 2020, ma non di molto.

Il Recovery Fund non sarà un pasto gratis e il governo in Spagna rischia sulla riforma delle pensioni

[email protected] 

 

Argomenti: , ,