Il calcio non vuole perdere la faccia in piena emergenza Coronavirus, ma nemmeno i soldi

La crisi del calcio con il fermo dovuto alla pandemia rischia di diventare cronica. Le società sono divise tra l'esigenza di salvaguardare il rapporto con i tifosi e quella di fare cassa. Non esistono soluzioni semplici.

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La crisi del calcio con il fermo dovuto alla pandemia rischia di diventare cronica. Le società sono divise tra l'esigenza di salvaguardare il rapporto con i tifosi e quella di fare cassa. Non esistono soluzioni semplici.

Se la Primera Division del Nicaragua ha confermato che esiste l’interesse di alcune pay tv ad acquistare i diritti per trasmettere le sue partite in Europa, è la dimostrazione lampante che nel Vecchio Continente in quarantena ci sia molta voglia di calcio. Eppure, nessuno sa se i campionati riprenderanno ed eventualmente quando. Dalla Premier League alla Serie A, i club sono preoccupati per le gravi ripercussioni finanziarie che lo stop dovuto all’emergenza Coronavirus sta avendo sui loro bilanci. Da una parte, le pay tv rinviano i pagamenti dei diritti, non avendo incassato un euro da un mese abbondante a questa parte, dall’altro c’è pure il guaio dei soldi incassati dagli abbonamenti venduti a inizio anno e che dovrebbero essere rimborsati ai tifosi.

In teoria, cause di forza maggiore come la pandemia autorizzerebbero le società di calcio a trattenere gli incassi, ma così facendo perderebbero la fiducia dei tifosi. E il calcio non è un business qualunque, perché più di ogni altro si regge sulla passione del proprio popolo, un po’ come i fedeli con una religione. Dunque, se l’emergenza sanitaria non consentisse il ritorno dei tifosi negli stadi per seguire le partite dell’ultima parte di campionato, oltre a non incassare, le squadre dovranno mettere mano al portafogli. E se la Juventus ha raggiunto un accordo per tagliare di un terzo gli stipendi dei suoi giocatori, con Cristiano Ronaldo ad avere aderito sin da subito all’iniziativa, altrove si registrano grosse resistenze.

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La linea adottata dalla Lega di Serie A contro la crisi è la seguente: taglio degli stipendi del 17%, se il campionato riprendesse entro giugno, del 33% se fosse definitivamente fermato.

I sindacati dei calciatori hanno subito esternato il loro disappunto, chiarendo che non accetteranno azioni unilaterali. E sul piano giuridico, hanno ragione. Tuttavia, qua sembra di litigare su quale sia il migliore posto a sedere sul Titanic mentre sta affondando. Volenti o nolenti, i tagli saranno necessari, perché assorbiranno fino all’80% delle perdite attese. Del resto, gli stipendi incidono per una quota strabordante dei costi totali di una società di calcio e hanno pure il difetto di essere fissi, prescindendo dai risultati finanziari, se non marginalmente per i bonus legati ai successi sportivi individuali e di gruppo.

Campionato estivo o finito?

Lunedì 4 marzo è la data forse ultima a cui il mondo del calcio in Italia guarda per capire se la stagione 2019/2020 si concluderà sulla base dei risultati della 26-esima giornata o arriverà fino all’ultimo. Se l’emergenza sanitaria per allora dovesse essere rientrata, inizierebbero gli allenamenti – ripresi in Bundesliga da qualche giorno – e per la fine del mese si tornerebbe a giocare. Mancando 12 gare, si arriverebbe con ogni probabilità fino a fine luglio. Ma di giocare a porte aperte non se ne parlerebbe. Il governo non se la sentirebbe mai e poi mai di autorizzare assembramenti di decine di migliaia di persone, quando c’è il forte sospetto che il tragico focolaio lombardo sia originato dalla partita Atalanta-Valencia di Champions League. Gli stessi club perderebbero la faccia dinnanzi all’opinione pubblica nel caso in cui i contagi riprendessero in conseguenza della riapertura degli stadi e sarebbe l’ultima cosa di cui avrebbero bisogno per recuperare appeal e soldi.

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Di fatti, avanza l’ipotesi tra i dirigenti sportivi di disputare tutte le gare a Roma, lontano dalle aree più a rischio. Questa soluzione di ripiego avrebbe il pregio di consentire al campionato di proseguire, incassando almeno i diritti Sky e Dazn, ma niente incassi dalle vendite dei biglietti.

Addirittura, c’è chi, come l’ex ad del Milan, Adriano Galliani, ritiene probabile che il campionato riprenda tardi e prosegua fino all’autunno prossimo. Serve, in ogni caso, un raccordo con la UEFA, perché i tempi dovranno necessariamente coincidere con quelli delle competizioni europee. Ad oggi, sappiamo che gli Europei siano stati rinviati al 2021, ma non quando riprenderanno con esattezza le gare di Champions ed Europa League.

La crisi dei diritti TV

Nei giorni scorsi, la UEFA ha chiarito che le federazioni che seguiranno l’esempio del Belgio, dove il campionato è stato definitivamente già sospeso, non potranno inviare squadre alla prossima stagione delle coppe europee. E’ richiesto perlomeno che si cerchi di trovare una soluzione fino all’ultimo, altrimenti diverrebbe complicato stilare le classifiche con le quali capire chi potrà accedere alle competizioni continentali. Siamo al caos, insomma, anche perché di questo passo non reggeranno tutte le pay tv. DAZN, ad esempio, non sarebbe nelle condizioni di sostenere il peso di un fermo prolungato. Sky, invece, se la caverebbe, eppure non per questo non vi sarebbero ripercussioni negative sulle prossime stagioni, quando la dura recessione economica spingerà anche il colosso americano, così come i concorrenti, a presentare offerte meno generose alle prossime aste. Per non parlare del fatto che non avrebbe offerte concorrenti con le quali confrontarsi e da cercare di battere per mettere le mani sull’intero pacchetto.

E la Serie A ha avuto già problemi con l’assegnazione dei diritti all’asta del 2018, finita in farsa. Con quest’aria, difficile che l’anno prossimo riesca a spuntare più di 1 miliardo di euro a stagione per il triennio successivo. E questo sarà un problema per le squadre minori, in particolare, le quali rischiano di doversi accontentare di una spartizione della torta loro meno favorevole. Le grandi avrebbero pur sempre un forte potere negoziale, minacciando di provvedere altrimenti col vendere i diritti individualmente. Del resto, non potrebbero fare a meno di ricavi almeno stabili, visti i costi esosi legati agli stipendi delle rose.

O accettiamo che il divario tra grandi e piccole si allarghi ulteriormente o prendiamo in considerazione che il nostro campionato si livelli al ribasso. L’emergenza Coronavirus ha accelerato un processo di crisi in atto da tempo.

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