La BCE di Draghi e il test di realismo: addio al QE sì, rialzo dei tassi non vicino

La BCE dovrà rivedere i suoi piani sui tassi, perché l'Eurozona non può permettersi una stretta monetaria vicina e il primo a rendersene conto è il governatore Mario Draghi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La BCE dovrà rivedere i suoi piani sui tassi, perché l'Eurozona non può permettersi una stretta monetaria vicina e il primo a rendersene conto è il governatore Mario Draghi.

E’ bastata una dichiarazione di Mario Draghi di lunedì a far scattare il cambio euro-dollaro ai massimi da 2 mesi in area 1,18 e a far lievitare i rendimenti sovrani “core”, quelli di Germania e Francia. Il governatore della BCE ha affermato di attendersi una risalita dell’inflazione di fondo grazie al miglioramento del mercato del lavoro. L’espressione è stata accolta dai mercati come il segnale che Francoforte vorrebbe accelerare l’uscita dall’accomodamento monetario, rispetto alle aspettative da essa stessa ad oggi generate. E’ dovuto intervenire ieri il capo-economista dell’istituto, Peter Praet, per smentire che questo scenario sia concreto, anzi aggiungendo che i rischi per la crescita nell’Eurozona starebbero crescendo, pur non a livelli preoccupanti, e che i tassi d’interesse rimarranno bassi a lungo, non consentendo una normalizzazione anticipata della politica monetaria.

BCE, Draghi sotto pressione sui tassi e l’ombra di un 2011 pesa nell’ora delle scelte

L’inflazione nell’area si è portata ormai al target (di poco inferiore al 2%), ma quella di fondo, vale a dire al netto di energia e alimentari freschi, resta inchiodata all’1%, subendo persino una decelerazione in agosto rispetto al mese precedente. Pertanto, se è vero che gli stimoli monetari abbiano sconfitto i segnali di deflazione vigenti prima del varo del “quantitative easing”, l’obiettivo della stabilità dei prezzi, stando alla definizione ufficiale della BCE, non sarebbe stato ancora realmente centrato, perché l’inflazione al 2% risente nella pratica della risalita delle quotazioni del petrolio a 80 dollari, non tanto della dinamicità dei salari e della crescita nell’Eurozona.

Tapering sì, stretta no

Ma il “tapering” ci sarà. A gennaio, gli acquisti dei bond verranno azzerati, mentre per un primo rialzo dei tassi dovremmo attendere almeno fino alla tarda estate dell’anno prossimo, come promesso dalla BCE nei suoi ultimi comunicati ufficiali. A dire il vero, sembra che Draghi e i suoi funzionari stiano perlopiù cercando di difendere una narrazione positiva sull’evoluzione economica nell’unione monetaria, preparandosi al contempo a una prossima crisi, riempendo gradualmente quella cassetta degli attrezzi ormai vuota. Le condizioni per la fine degli stimoli forse in sé esisterebbero, non quelle per l’avvio di una stretta. In altre parole, il rischio che ulteriori iniezioni di liquidità finiscano per destabilizzare i prezzi al rialzo c’è e cresce con i mesi, ma questo non significa che la BCE possa credibilmente alzare i tassi l’anno prossimo.

La crescita nell’Eurozona rallenta, la disoccupazione resta sopra l’8% e con punte alte nel sud, mentre gli spread si ampliano e sono saliti a livelli preoccupanti in Italia, terza economia dell’area. Fuori dall’area, abbiamo un negoziato in corso con il Regno Unito sulla Brexit e tutto da verificare, tensioni commerciali tra USA e Cina e, in generale, tra USA e resto del mondo, così come una crisi valutaria presso mercati emergenti come Turchia e Argentina, il cui effetto rischia di essere destabilizzante anche per economie avanzate come la nostra. E, poi, c’è la politica a inquietare Francoforte e Bruxelles. Se il primo governo euro-scettico d’Italia è realtà da 4 mesi, le leadership di Germania e Francia vacillano. Il presidente Emmanuel Macron si trova a gestire una crisi di popolarità senza precedenti e per farlo sta contravvenendo agli impegni assunti con l’Europa sul deficit alzandolo al 2,8% del pil, tagliando le tasse senza coperture finanziarie.

E la cancelliera Angela Merkel? Questo martedì, ha vissuto il giorno più buio da quando è alla guida della Germania. Il suo pupillo Volker Kauder è stato sconfitto da Ralph Brinkhaus alla votazione della CDU-CSU per eleggere il nuovo capogruppo del centro-destra al Bundestag. La stampa tedesca parla apertamente di crisi di leadership e di “rivolta” dei deputati contro la cancelliera e il suo governo dopo anni di magoni e di rospi ingoiati in silenzio per sostenere una linea eccessivamente pragmatica e che ha finito per spegnere gli entusiasmi tra elettori ed eletti nel mondo conservatore. E Brinkhaus, che pure risultava sconosciuto ai più fino a pochi giorni fa, è un “falco” fiscale e tra i più agguerriti avversari delle riforme di Macron, che pure Frau Merkel ha teoricamente abbracciato. Queste prevedono ministro unico delle Finanze e bilancio comune nell’Eurozona, cioè una unione politica nell’area che passa per la condivisione crescente dei rischi e degli oneri tra i 19 stati di appartenenza.

Più deficit in manovra, non grazie a Tria: Merkel e Macron in caduta libera sono i nostri alleati

Draghi dovrà cambiare presto piani

Quanto avvenuto a Berlino significa che temi come l’unione bancaria e la maggiore integrazione nell’Eurozona sarebbero destinati ad essere, se non cestinati, almeno accantonati o rinviati alle solite calende greche dei dibattiti a Bruxelles. Macron vi aveva investito gran parte del suo capitale politico e tenendo conto che sulla politica interna stia accusando grossi contraccolpi sul piano della popolarità, la vittoria di Brinkhaus e il conseguente ulteriore indebolimento della cancelliera per lui assumono un significato alquanto nero. Senza risultati concreti, agli occhi dei francesi apparirà anch’egli un’anatra zoppa e se è vero che nessuno potrà tirarlo fuori dall’Eliseo prima del 2022, ciò non deporrebbe in favore della forza delle istituzioni francesi nei prossimi anni. Questo quadro rappresenta per Draghi una sfida complicata da gestire nell’ultimo anno di mandato. Con la fine del QE, i rendimenti sovrani saliranno e a rischio vi sarebbe ora pure il deficit della Francia, quando sin qui l’attenzione è stata posta quasi tutta sull’Italia. Non solo, ma tassi più alti colpiranno un’economia che sta già perdendo smalto dall’inizio di quest’anno, potenzialmente avvicinando l’arrivo di una nuova recessione al sud, dove con la stretta prevarranno le preoccupazioni dei mercati per l’assenza di quei meccanismi di “risk sharing”, che con il piano Macron sembravano alla portata.

Cosa farà davvero Draghi? Di smentirsi sulla fine del QE non se ne parla, perché a rischio vi sarebbero la stessa credibilità della BCE e l’efficacia della sua “forward guidance”. Ma con il probabile esito negativo per la CSU alle elezioni bavaresi di ottobre, la debolezza della Merkel diverrà così lampante, che l’umore all’Eurotower muterà, in peggio s’intende. L’avanzata dei populisti euro-scettici e di figure sempre più di spicco come quella di Matteo Salvini sta diventando incontrastata, a causa dell’assenza di una leadership alternativa convincente e popolare. Può la BCE permettersi di far saltare in aria tutto con il preannuncio di una stretta che rischia di esacerbare gli animi mesi prima delle elezioni europee? Quante banche centrali alzano i tassi nell’anno delle elezioni, nonostante la tanto sbandierata autonomia dal potere politico? Pochi o forse nessuno, nei limiti del possibile. E qui, di ragioni per giustificare un primo rialzo dei tassi più lontano ve ne sono già sul piano economico. Peraltro, pensate che la Francia tifi adesso per una stretta quanto prima o sotto sotto non stia cercando di fare pressione per rallentare gli eventi? La sola Germania, privata del partner strategico parigino, non può bastare per ottenere da Francoforte tassi più alti. E in fondo, la Merkel è già il passato.

La Germania manderà un francese alla BCE per salvare il modello tedesco

[email protected]

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Bce, Mario Draghi