Il Brasile spera ora nel suo Trump contro la sinistra, ma real guardingo dopo l’accoltellamento

Il Brasile ha il suo Trump alle elezioni presidenziali di ottobre e i mercati finanziari confidano in lui come seconda scelta, pur di non ritrovarsi la sinistra al potere per altri 4 anni. Ecco i segnali degli investitori.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Brasile ha il suo Trump alle elezioni presidenziali di ottobre e i mercati finanziari confidano in lui come seconda scelta, pur di non ritrovarsi la sinistra al potere per altri 4 anni. Ecco i segnali degli investitori.

Le condizioni di salute di Jair Bolsonaro, il leader del Partito Social Liberale, migliorano “decisamente”, fanno sapere le fonti mediche dell’ospedale in cui è stato ricoverato 5 giorni fa dopo l’accoltellamento subito ad opera di un uomo apparentemente squilibrato nel corso di un comizio. Pur avendo perso il 40% del sangue e accusato ferite inferte all’intestino, l’uomo trascorrerebbe adesso gran parte del tempo nell’arco della giornata fuori dal letto, sebbene continui ad essere alimentato per via endovenosa. Il leader della destra “populista” brasiliana resta saldamente in testa nei sondaggi, ottenendo tra il 22% e il 26% dei consensi al primo turno, fatto salvo che l’ex presidente Inacio Lula da Silva non potrà correre, essendo stato incarcerato per una condanna su un caso di corruzione. Al secondo posto, testa a testa tra Geraldo Alckmin, il leader centrista del Partito Social Democratico Brasiliano, formazione di centro-destra, e Ciro Gomes, a capo della sinistra, appaiato a sua volta con l’ambientalista Marina Silva, mentre il candidato del Partito dei Lavoratori, Fernando Haddad, starebbe qualche punto percentuale sotto il 10%.

Il Brasile stretto tra crisi e omicidi alle stelle sceglierà il suo Trump?

Al secondo turno, tuttavia, pare che Bolsonaro perderebbe la sfida contro Alckmin, a causa della diffusa ostilità che il suo nome riscontra tra il resto dell’elettorato. Nel caso in cui andasse al ballottaggio con un candidato di sinistra, però, sarebbe un duello all’ultimo voto. Da quando è stato ferito gravemente, il real si è indebito contro il dollaro del 2,6% a un tasso di cambio di 4,15, meno del record negativo di 4,22 toccato all’inizio di due anni fa, nel pieno della tangentopoli che travolse la presidenza Rousseff.

I mercati finanziari sembrano avere le idee chiare. Il loro candidato favorito sarebbe il centrista Alckmin, ma poiché la sua performance appare debole nei sondaggi, l’opzione Bolsonaro rappresenterebbe il “second best”, la seconda scelta migliore, per quanto fino a poco tempo fa apparisse terrificante alla sola idea per i suoi toni percepiti da molti avversari come omofobi, nazionalisti e aggressivi, nonché favorevoli alla vecchia dittatura militare abbattuta nel 1985 per lasciare spazio al ritorno alla democrazia. Per questo, molti lo hanno da tempo definito il “Trump brasiliano”. Tutto, pur di non ritrovarsi alla presidenza Haddad e, in particolare, Gomes. I rappresentanti della sinistra vengono considerati ostili al mercato, nonostante Lula non abbia alienato gli investitori nazionali e stranieri nei suoi due mandati dal 2002 al 2010. Ma l’opposizione del Partito dei Lavoratori alle riforme economiche invocate da più parti per fare uscire il Brasile dalle secche della stagnazione e i sei anni perduti sotto Dilma Rousseff, braccio destro di Lula, hanno convinto la finanza che una presidenza di sinistra sarebbe oggi il male peggiore per la prima economia sudamericana.

I segnali dai mercati

Per questo, il cambio ha perso già quest’anno oltre il 22% contro il dollaro, mentre i rendimenti sovrani a 10 anni risultano cresciuti di circa 240 punti base (2,4%) al 12,49%, con i biennali a segnare +115 bp al 9,15%. Nel frattempo, la Borsa di San Paolo ha ripiegato di oltre il 4%, segno che i capitali stanno restando alla finestra, in attesa di capire quale possa essere lo scenario da qui alle prossime settimane. Se il primo turno di ottobre esiterà l’approdo al ballottaggio di Bolsonaro e Alckmin, dovremmo attenderci un rafforzamento del real e una discesa dei rendimenti dei bond, nonché un recupero degli indici azionari carioca. Questo, perché il mercato fiuterebbe la vittoria del candidato moderato e quand’anche a vincere fosse Bolsonaro, sarebbe evitato almeno il pericolo “rosso”. Se, invece, Bolsonaro andasse al ballottaggio con Haddad o Gomes, l’incertezza prevarrebbe fino alla data del voto e la fuga dei capitali accelererebbe, con real, bond e azioni giù.

Brasile travolto da sciopero dei camionisti ed elezioni thriller 

Peraltro, il crollo del cambio, complice lo sciopero dei camionisti dei mesi scorsi, ha raddoppiato l’inflazione tendenziale a sopra il 4% negli ultimi mesi, arrestando l’allentamento monetario della banca centrale, che andava avanti dalla fine del 2016 fino all’inizio di quest’anno e che ha portato a una riduzione degli interessi dal 14,25% al 6,50%, facendo rifiatare i conti pubblici e i bond stessi. L’istituto ha abbassato il target d’inflazione al 4,25% per l’anno prossimo, al 4% per il 2020 e al 3,75% per il 2021, mantenendo una tolleranza del +/-1,5%. Obiettivi a rischio proprio per il deprezzamento del real, alla luce di quanto sta accadendo presso altre economie emergenti come Turchia, Argentina, India e Sudafrica. E ancora una volta, il driver per i mercati sarà la fiducia degli investitori per la performance dell’economia, a sua volta dipendente dal tasso di riforme varate, venuta meno la quale nel 2014 il Brasile piombò in un biennio di recessione e nell’instabilità finanziaria. E chi lo avrebbe detto che adesso proprio il Trump del Brasile tiene in vita la speranza del mercato di evitare altri quattro anni di sinistra al governo?

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti