Il Brasile si sposta sempre più a destra contro il pericolo rosso e la tensione sui mercati si allenta

Il Brasile si avvicina alle elezioni presidenziali con i candidati più radicali in testa nei sondaggi. E contro il pericolo del ritorno al governo della sinistra, gli elettori centristi opterebbero per Jair Bolsonaro, il Trump latinoamericano.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Brasile si avvicina alle elezioni presidenziali con i candidati più radicali in testa nei sondaggi. E contro il pericolo del ritorno al governo della sinistra, gli elettori centristi opterebbero per Jair Bolsonaro, il Trump latinoamericano.

Mancano 5 giorni al primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile e i sondaggi sono unanimi nel delineare uno scenario di estrema polarizzazione. Al primo posto vi sarebbe il candidato dell’ultra-destra Jair Bolsonaro, che ormai si collocherebbe nettamente sopra il 25% dei consensi, seguito a distanza di una decina di punti percentuali dal candidato del Partito dei Lavoratori, Fernando Haddad. Staccati gli altri candidati, tra cui Ciro Gomes del centro-sinistra. Nel caso di ballottaggio tra Bolsonaro e Haddad, si vivrebbe un appassionante testa a testa, quando fino a pochi giorni fa le rilevazioni davano in lieve vantaggio il secondo. Sta accadendo, infatti, che man mano che gli elettori brasiliani si rendono conto che non ci sarebbe più alcuna speranza per i candidati dei partiti centristi di approdare al secondo turno, i consensi si stanno spostando sempre più a destra contro quello che viene percepito come un “pericolo rosso”, ossia il ritorno del partito di Lula al governo.

Il Brasile spera ora nel suo Trump contro la sinistra

L’ex presidente ciabattino e che nel 2010 ha completato i due mandati con il record di popolarità si trova in carcere per una condanna per corruzione. Se potesse correre a queste elezioni, supererebbe tutti al primo turno e forse vincerebbe persino il ballottaggio, ottenendo un nuovo mandato. Per quanto il Partito dei Lavoratori abbia governato tra il 2003 e il 2016, la probabilità che torni al governo spaventa molti, tra cui gli investitori. La sinistra viene considerata responsabile della crisi economica in cui è precipitato il Brasile, che nel biennio 2015-2016 è andato in recessione, perdendo il 3,5% del suo pil e da allora fatica a crescere, mentre è servita una dura stretta monetaria per combattere l’alta inflazione.

Il punto debole del Partito dei Lavoratori è la corruzione. Sotto i suoi governi, la compagnia petrolifera statale Petrobras venne utilizzata come bancomat per finanziare la politica e alla guida della società vi fu anche Dilma Rousseff, delfino di Lula e cacciata dal Congresso con la procedura di impeachment nel 2016. Bolsonaro è tra i pochissimi politici illustri del paese a non essere mai finito sotto accusa dai giudici, anche perché nella sua trentennale esperienza di deputato non è mai stato al governo. Tuttavia, se fino a pochi mesi fa avessimo sondato sui mercati l’opinione degli investitori sul leader del Partito Social Liberale, la reazione sarebbe stata non meno sdegnata di quella nutrita verso la sinistra radicale. L’uomo si è espresso spesso con toni di ammirazione verso il regime militare, conclusosi nel 1985 con la nascita della democrazia, e alcune sue uscite su gay e minoranze hanno fatto molto discutere.

Bolsonaro sceglie un banchiere all’Economia

Inoltre, Bolsonaro non è stato mai il profilo di un uomo “market-friendly”, avendo sempre osteggiato le privatizzazioni, specie delle società di gestione delle materie prime, e votato contro le riforme economiche varate sotto la presidenza attuale di Michel Temer. E allora, cos’è cambiato negli ultimi tempi? Contrariamente a quanto si pensi, il cosiddetto “Trump brasiliano” è stato individuato da parte dei ceti medio-alti quale candidato preferito per combattere corruzione e criminalità, due mali storici della prima economia latinoamericana, che ne frenano molto la crescita. Piace la sua politica all’insegna di legge e ordine e, soprattutto, in questa campagna elettorale si sta circondando di volti rassicuranti. Il principale è Paulo Guede, ex banchiere formatosi all’Università di Chicago, quella che fu di Milton Friedman. L’uomo sostiene le privatizzazioni, tra cui di Petrobras, mostrandosi favorevole a proseguire le politiche riformatrici dell’amministrazione Temer. A lui sarebbe affidata la guida di un super-ministero dell’Economia e delle Finanze, nel caso in cui Bolsonaro vincesse le elezioni.

Il Brasile stretto tra crisi e omicidi alle stelle sceglierà il suo Trump?

Molti elettori centristi, posti dinnanzi all’alternativa tra tuffarsi nel passato con Haddad e confidare in un futuro meno discontinuo e più improntato alla tutela dell’ordine, starebbero optando per questa seconda opzione. Bolsonaro è volato nei sondaggi dopo l’accoltellamento subito un mese fa ad opera di uno squilibrato nel corso di un comizio, quando ha seriamente rischiato la vita. I suoi toni verso le minoranze si sono addolciti, adesso parla della necessità di unire il Brasile indipendentemente da ogni altro aspetto. E dopo anni turbolenti sul piano politico, trascorsi senza una leadership forte e capace di rappresentare gli umori della nazione, la scelta un tempo ritenuta impensabile si starebbe rivelando obbligata per l’elettorato più moderato. Gli stessi mercati iniziano a fiutare le chance di vittoria di Bolsonaro e nelle ultime tre settimane il real ha guadagnato il 4,5% contro il dollaro, rafforzandosi rispetto ai minimi storici a cui si era portato il cambio. I rendimenti a 2 e 10 anni hanno ripiegato rispettivamente di 40 e 100 punti base, pur restando elevati a poco meno del 9% i primi e all’11,5% i secondi. In recupero anche la borsa, che segna +5%.

Le tensioni non sono ancora destinate a rientrare, dovendo fare i conti con il periodo che intercorrerà tra il primo turno di domenica prossima e il ballottaggio del 28 ottobre tra i primi due candidati più votati. Scontando uno scenario di sfida tra Bolsonaro e Haddad, gli umori dei mercati risentiranno dei sondaggi. Va da sé che se il rappresentante della sinistra si mostrasse in vantaggio, il cambio si riporterebbe ai minimi di sempre, i rendimenti lieviterebbero e le azioni scenderebbero. Nel caso di vittoria di Bolsonaro, invece, più che rally sarebbe sospiro di sollievo, ma dopo si passerebbe a valutare i fatti, tra cui la capacità dell’eventuale nuovo presidente di stringere accordi indispensabili con i centristi per avere la maggioranza al Congresso. E sinora l’uomo non ha avuto né esperienza, né volontà di segnalare simili passi. A ciò si deve il suo successo, all’essere percepito anti-establishment, anche se con l’élite brasiliana dovrà trovare un accordo, nel caso diventasse capo dello stato.

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti