Il Brasile declassato anche da Fitch, pesano la crisi economica e politica

Il Brasile è stato declassato anche dall'agenzia di rating Fitch. La recessione potrebbe essere peggiore delle attese e pesa la crisi politica.

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Il Brasile è stato declassato anche dall'agenzia di rating Fitch. La recessione potrebbe essere peggiore delle attese e pesa la crisi politica.

Un altro duro colpo alla credibilità dell’amministrazione di Dilma Rousseff è arrivata nelle scorse ore da Fitch, che ha annunciato di avere tagliato il rating sovrano del Brasile di un gradino a “BBB-“, l’ultimo livello prima della valutazione “junk” o “spazzatura”. Negativo l’outlook, per cui sono possibili ulteriori declassamenti nei prossimi trimestri. Si è trattato del quarto “downgrade” sotto la presidenza Rousseff e arriva dopo che S&P ha declassato i titoli di stato brasiliani al livello “non investment grade”. Fitch aveva promosso il rating del paese al livello “investment grade” agli inizi del 2011, ovvero nei primi mesi della presidenza Rousseff, che ereditava dal predecessore Lula una crescita dell’economia del 7,6% e sotto di cui si era avuto un rafforzamento del cambio di oltre il 100%. Adesso, la situazione si è completamente deteriorata, tanto che l’agenzia ha giustificato l’abbassamento del giudizio, avvertendo il rischio che la recessione in corso possa persino essere più profonda di quella attesa e che la crisi politica in atto impedisca una maggiore fiducia.

Dubbi sugli sforzi fiscali

Nel dettaglio, Fitch non pensa che il Brasile sarà in grado di centrare gli obiettivi fiscali fissati per il prossimo biennio dal ministro delle Finanze, Joaquim Levy, ovvero un surplus primario dello 0,7% del pil nel 2016 e dell’1,3% nel 2017, stimando che esso si attesterà allo 0,5% in entrambi gli anni, così che il rapporto tra debito e pil salirà al 70% entro il 2017, un livello notevolmente più elevato del 43% medio dei paesi con rating “BBB”. Male anche la situazione sul fronte del deficit, che è atteso al 9% quest’anno e che l’agenzia ritiene attestarsi mediamente al 6% del pil nel prossimo biennio.

Ne consegue che il Brasile paghi circa il 6,5% del pil ogni anno di interessi sul debito, ovvero il 10% mediamente sui titoli di stato emessi, una percentuale altissima, non compatibile con un’economia che gode la fiducia del mercato, anche se nel caso specifico pesa, in particolare, l’alta inflazione, vicinissima al 10%.  

Crisi real impedisce tassi più bassi

Da quando la Rousseff è in carica, la borsa brasiliana ha perso il 70%, mentre il real è precipitato del 70%. Al momento, il cambio con il dollaro si attesta a 3,7955, indebolito del 35% su base annua. Il deprezzamento ha contribuito a ridurre il deficit delle partire correnti del 29% su base annua nei primi 8 mesi dell’anno. La situazione resta critica. Da un lato, la banca centrale ha già portato i tassi al 14,25% con 2 anni e mezzo di stretta monetaria, ma senza riuscire a contenere l’inflazione, che ha accelerato, anzi, del 3% nel frattempo. Dall’altro, l’economia è in recessione e quest’anno il pil potrebbe contrarsi del 2,8% e di quasi l’1% nel 2016. Senza un veloce recupero della fiducia dei mercati, il governatore Alexandre Tombini resterà in trappola, impossibilitato ad allentare le condizioni della politica monetaria, ma anche di alzare ulteriormente i tassi. Pesa fortemente la crisi politica in corso, che sta travolgendo la presidenza e le altre massime cariche dello stato.    

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