Il Brasile alletta gli investitori, ma il rischio politico resta imponderabile

La crisi in Brasile non sembra prossima alla fine, ma il mercato ha scommesso forse troppo su un'imminente soluzione alla paralisi politico-istituzionale.

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La crisi in Brasile non sembra prossima alla fine, ma il mercato ha scommesso forse troppo su un'imminente soluzione alla paralisi politico-istituzionale.

Sono soddisfazioni per chi ha investito in Brasile negli ultimi mesi, nonostante i “warning” lanciati dal Fondo Monetario Internazionale e praticamente da tutti gli analisti sull’elevato rischio paese. La borsa ha guadagnato dall’inizio dell’anno quasi il 12,5%, mentre il cambio tra real e dollaro si è rafforzato di quasi il 7% e i rendimenti sovrani sono diminuiti di 227 punti base al 14,22% per la scadenza a 10 anni e di 288 bp al 13,65% per quella a 2 anni. Tutto sembra andare per il verso giusto, tranne che in economia e in politica. Praticamente, i mercati stanno apertamente sfidando la sorte, andando nella direzione esattamente opposta alla quale dovrebbero trovarsi, guardando ai fondamentali e al tracollo politico-istituzionale del paese, evidentemente scommettendo in un’uscita quanto prima della crisi di governo prima e di quella economica dopo.

Mercati scommettono su dimissioni Rousseff

La scommessa degli investitori è alimentata dalle elevate probabilità che il presidente Dilma Rousseff sia costretta alle dimissioni, al fine di non rischiare l’impeachment da parte del Congresso. Nelle ultime ore, tale scenario starebbe diventando sempre più concreto, in vista del voto della commissione parlamentare, che entro la fine del mese dovrà decidere se rimettere la questione effettivamente al Congresso, dando inizio all’iter. Ma siamo così sicuri che la soluzione a una crisi politica senza precedenti nella recente storia brasiliana si troverà presto? Diversi fattori lasciano intravedere un’agonia più lunga di quanto sperato. Anzitutto, se anche la Rousseff si dimettesse, il governo passerebbe nelle mani del vice Michel Temer, anch’egli indagato e lambito dall’enorme scandalo di corruzione della compagnia petrolifera statale Petrobras.      

Crisi Brasile non è prossima alla fine

Se, invece, non si dimettesse, si potrebbe anche arrivare a formalizzare l’iter per la sua messa in stato d’accusa, durante il quale il vice-presidente assumerebbe temporaneamente i poteri.

Ma siamo certi che il Senato voterebbe alla fine contro il presidente, quando tutti i principali leader politici e le più alte cariche istituzionali sono ugualmente indagate? L’unica reale soluzione al dramma politico brasiliano sarebbero le elezioni anticipate. Dalle urne uscirebbero una maggioranza e un governo nuovi, molto probabilmente di coloro politico gradito ai mercati, ovvero vicini al centro-destra, ponendo fine all’era della sinistra al potere. Ma per ciò stesso non significa che un nuovo leader avrebbe poteri taumaturgici per riportare l’economia fuori dalle secche della recessione e dall’inflazione a due cifre. Serviranno provvedimenti impopolari, come il taglio netto della spesa pubblico, mentre i tassi probabilmente dovranno essere alzati ancora per rafforzare il cambio e arrestare la crescita dei prezzi. Per tutto ciò, perché la fiducia attecchisca, sarà necessario tempo. I guadagni sui mercati degli ultimi mesi non sono in sé ingiustificati, ma si mostrano poco solidi. In fondo, è da almeno un anno che si profetizzano le dimissioni della Rousseff e ogni volta che sembra siano vicine, si allontanano improvvisamente. Non a caso, l’euforia tra gli investitori negli ultimissimi giorni sembra avere lasciato più il posto alla prudenza.

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