Il boom del petrolio sull’Iran preannuncia un tonfo delle quotazioni in estate? Ecco perché

Il rally del petrolio potrebbe durare settimane e portare a un successivo tonfo delle quotazioni. Tra l'amministrazione Trump e l'Arabia Saudita vi sarebbe un accordo in tal senso.

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Il rally del petrolio potrebbe durare settimane e portare a un successivo tonfo delle quotazioni. Tra l'amministrazione Trump e l'Arabia Saudita vi sarebbe un accordo in tal senso.

Quotazioni del petrolio ai massimi da ottobre sul mancato rinnovo delle esenzioni in favore di otto stati, tra cui l’Italia, dalle sanzioni comminate contro l’Iran da parte dell’amministrazione Trump. La decisione è arrivata formalmente ieri ed è stata per certi versi una sorpresa, visto che nelle ultime settimane lo stesso “falco” Mike Pompeo, segretario di Stato USA, aveva esternato un atteggiamento più morbido verso la Repubblica Islamica.

E la Casa Bianca da mesi si pone tra i suoi obiettivi lo sgonfiamento delle quotazioni del petrolio, arrivando a minacciare l’alleato saudita di conseguenze geopolitiche per la sua ostinazione a proseguire i tagli alla produzione con i partner dell’OPEC.

La corsa del petrolio sarebbe finita, ecco perché 

Stamattina, un barile di Brent viene venduto a 74,38 dollari, uno di Wti a 65,92 dollari, in rialzo rispettivamente dello 0,46% e dello 0,56%. Dicevamo, una sorpresa. Del resto, se nell’ottobre scorso il presidente americano Donald Trump aveva consentito a grandi economie come Cina, India, Italia, Turchia, Grecia, Corea del Sud, Taiwan e Giappone di continuare a importare greggio da Teheran senza conseguenze negative, era stato per il timore che una caduta dell’offerta globale potesse fare impennare le quotazioni. E il tycoon punta all’esatto contrario, vale a dire a sgonfiarle, così da offrire alla Federal Reserve su un piatto d’argento le condizioni ideali per un taglio dei tassi quanto prima.

Accordo segreto tra Trump e Arabia Saudita?

Quello che Trump non aveva messo in conto per bene era stata l’ostinazione con cui l’Arabia Saudita avrebbe reagito nel dicembre scorso con l’annuncio di un secondo maxi-taglio alla produzione da parte del cartello petrolifero di cui è di fatto leader, insieme a nuovi alleati strategici come la Russia, il cosiddetto OPEC+. Per la seconda volta in due anni, l’output è stato ridotto di 1,2 milioni di barili al giorno, anche perché Riad è andata su tutte le furie quando ha scoperto che le sanzioni americane contro il suo nemico mediorientale si erano rivelate un mezzo bluff.

E così, a fronte di un impegno a fare la propria parte con -330.000 barili al giorno, i sauditi sono finiti a tagliare la produzione di 1 milione di barili in più rispetto all’obiettivo, scendendo a meno di 9,8 milioni giornalieri a marzo.

Trump potrebbe avere capito, anche in conseguenza dei colloqui certamente tenuti riservatamente con i rappresentanti del regno, che senza un inasprimento delle sanzioni contro l’Iran, nessuna concessione arriverà mai dal principe Mohammed bin Salman. Del resto, le esenzioni hanno consentito ai beneficiari di prepararsi in tempo per sostituire i contratti di fornitura siglati con l’Iran con importazioni da altri stati. Pertanto, il rally del petrolio di queste ore e che potrebbe proseguire per settimane, sarebbe lo scotto da pagare per arrivare a un equilibrio sul mercato globale, in base al quale l’Iran esporterà poco o niente e l’Arabia Saudita rimpiazzerà la mancata offerta di Teheran con un aumento della propria produzione, concedendo a un certo punto a Trump anche la fine dell’accordo OPEC sull’auto-restrizione dell’offerta.

Rendimenti bond e le mancate esenzioni di Trump

Ci vorranno mesi probabilmente prima che il mercato capisca bene cosa stia accadendo. Quando realizzerà che l’offerta complessiva sarà aumentata e non diminuita, le quotazioni si sgonfieranno. Magari, non sarà interesse dei sauditi farle sprofondare ai minimi toccati a dicembre, quando il Brent toccò i 50 dollari, ma verranno allontanate decisamente dalla soglia dei 70 dollari, giungendo così a un compromesso apparentemente onorevole tra le due parti. Anche perché con il collasso della produzione in Venezuela e le tensioni in Libia, Riad potrebbe davvero sostituirsi agli alleati dell’OPEC, tornando ad accrescere le proprie quote di mercato.

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