Il bluff sull’IVA di ‘Giuseppi’ Conte, premier di un governo tassaiolo e nato bugiardo

Aumenti IVA in vista e a partire dai beni di prima necessità. Così il governo Conte tradisce le promesse e le premesse su cui aveva giustificato la sua stessa ragione di vita. Un bluff, che non potrà durare a lungo.

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Aumenti IVA in vista e a partire dai beni di prima necessità. Così il governo Conte tradisce le promesse e le premesse su cui aveva giustificato la sua stessa ragione di vita. Un bluff, che non potrà durare a lungo.

Il vertice notturno della maggioranza non ha sbloccato l’impasse del governo Conte sull’IVA. PD e Movimento 5 Stelle restano distanti sull’opportunità di alzare le aliquote IVA per non gravare troppo sul deficit. Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, vorrebbe non aumentare il disavanzo sopra il 2,1-2,2% del pil, mentre il collega agli Esteri e portavoce grillino, Luigi Di Maio, punterebbe anche al 2,3%, così da liberare maggiori risorse da destinare a sventare le clausole di salvaguardia, ossia ad evitare il più possibile gli aumenti dell’IVA. Invece, l’ipotesi che si sta facendo strada è di due tipi: aumentare l’IVA sui pagamenti effettuati in contanti e diminuirla su quelli con carte e assegni, cioè tracciabili; lasciare invariate le aliquote del 22% e 4%, ma alzare quella del 10% al 13%, gravando così su generi alimentari, farmaci, alberghi e ristoranti.

Aumenti IVA su alberghi e ristoranti e a carico dei consumatori più deboli: proposta 5 Stelle

Ma il governo “giallorosso” non era nato contro “l’irresponsabilità di Salvini” per evitare ad ogni costo gli aumenti dell’IVA? E il premier Giuseppe Conte non era l’avvocato del popolo contro le élite? Attenzione, quello di oggi è “Giuseppi”, il brutto anatroccolo che in pochi giorni si è trasformato in cigno per grande stampa e associazioni di categoria, oltre che per l’Europa. Gli è bastato inveire al Senato contro l’ex alleato leghista per incassare l’appoggio di tutto l’establishment italiano, lo stesso che lo derise per 14 mesi con aggettivi che nemmeno vogliamo riproporre.

Giuseppi non è Giuseppe, bensì la sua nemesi. Non punta a sventare gli aumenti dell’IVA, quanto a prolungare il più possibile la sua permanenza a Palazzo Chigi, costi quel che costi.

E l’IVA aumenterà, in parte, ma aumenterà. Da settimane, la campagna di stampa contro l’evasione fiscale ha anticipato il bluff: con la scusa di voler stanare gli allergici alle tasse, le aliquote verranno alzate sui (diffusi) pagamenti cash e ridotti sui (pochi) effettuati con carte. Risultato? Lo stato darà ai consumatori qualche spicciolo con una mano e se lo riprenderà con gli interessi con l’altra.

Più tasse e a carico dei consumatori deboli

Ma l’avvocato del popolo troverà difficile giustificare le più alte aliquote sui beni di prima necessità. Lo stesso dicasi per il PD, che malgrado tutto vorrebbe ancora rappresentare l’area di sinistra in Italia. Come si farà a dire agli italiani che verranno stangati i consumi più elementari, quelli che gli stessi PD e 5 Stelle sostengono che gravino perlopiù sui redditi bassi? E, più in generale, come si giustificherà la prosecuzione di questa esperienza di governo, nata formalmente per evitare che la caduta del governo precedente mettesse a repentaglio le tasche degli italiani?

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C’è una questione ancora più rilevante sul piano politico. Il governo di Giuseppi si pretende che si differenzi da quello di Giuseppe per un migliorato rapporto con l’Europa. Ebbene, ma se questo buon umore tra Roma e Bruxelles portasse a un aumento dell’IVA, nessuno ne vedrebbe i benefici. Non avrebbe, a quel punto, ragione Salvini a continuare ad additare i vecchi e i nuovi commissari come “strangolatori” del popolo italiano?

La verità si mostra molto più semplice, ma è forse invisibile agli occhi, come direbbe Antoine de Saint-Exupery: con la Commissione e le principali cancellerie europee puoi decidere di avere relazioni amichevoli o improntate sul broncio, ma in nessun caso i fondamentali macro muteranno. Il debito pubblico italiano è percepito all’estero come un macigno che rischia, rotolando, di travolgere l’euro. E l’asse franco-tedesco non consentirà mai all’Italia di destabilizzare l’unione monetaria.

Il bluff del governo PD-5 Stelle

In caso di inimicizia conclamata, com’è stato con Giuseppe tra il giugno 2018 e il mese scorso, la linea dei commissari diviene la più rigida possibile, più sul piano mediatico che fattivo, mettendo in allarme i mercati e finendo per imporre il vincolo esterno per via finanziaria. Con la via dei rapporti amichevoli sotto Giuseppi, nulla cambia nella sostanza, semplicemente i mercati sono rasserenati dal venir meno dello scontro tra le parti e il ridursi del rischio “Italexit” a seguito di un qualche “incidente” imprevisto o imprevedibile, lo spread si riduce e a Roma si potrà continuare a vendere fumo ai cittadini per un altro po’ di tempo.

Ma un bluff resta sempre un bluff. Il governo di PD e 5 Stelle ha fatto il pieno di poltrone in Europa, oltre che a Roma, non riuscendo ugualmente a mutare la realtà dei fatti, cioè la necessità imposta dai commissari di tagliare il deficit, o almeno di stabilizzarlo nel breve, resa tale dall’elevato rapporto debito/pil, ormai a quasi il 135%, stando al ricalcolo Istat di pochi giorni fa. Dall’altra parte, le opposizioni hanno gioco facile nel soffiare sul fuoco delle polemiche contro un governo che alza le tasse e che aveva dichiarato di voler fare il contrario. E, però, nemmeno l’attuale centro-destra possiede alcuna ricetta alternativa per sventare la stangata. Fino alla crisi “del Papeete”, Matteo Salvini non ci aveva spiegato come avrebbe varato la “flat tax”, la quale peraltro si era sgonfiata dai quasi 60 miliardi di costo inizialmente stimato ai circa 11-12 dell’ultima versione di cui siamo a conoscenza.

L’ambientalismo alla Greta è solo una scusa per rifilarci nuove tasse “ecologiche”

Nessuna delle due parti ha idea su come portare l’Italia fuori dal corto circuito in cui siamo piombati da oltre 20 anni e che ci vede legati mani e piedi al rispetto di vincoli di bilancio sempre meno sostenibili con una crescita dell’economia inesistente.

Servirebbe sostenere quest’ultima a costo zero per il bilancio pubblico, nel frattempo tagliando il deficit e cercando di far aumentare il debito a ritmi nettamente inferiori rispetto a quelli del pil nominale. Ma seguendo le regole fiscali europee diventa difficile, uscire dall’euro sarebbe un disastro. Siamo punto e a capo a ogni governo. Certo, nessuno si sarebbe aspettato che il teatrino su come evitare l’aumento IVA sarebbe durato giusto il tempo di nominare i nuovi ministri e che sarebbe stato seguito da una stangata ammessa senza tanti fronzoli dagli stessi protagonisti. Giuseppi non smette di stupirci. Nessuno di noi avrebbe immaginato quanto una vocale avrebbe potuto cambiare tutto.

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