Il bluff di Juncker contro la manovra dell’Italia rischia di sfuggire di mano e di far saltare l’euro

L'Europa si schiera duramente contro la manovra di bilancio dell'Italia. I toni sono volutamente alti, ma il gioco della Commissione europea rischia di ritorcersi contro la stessa Bruxelles e di travolgere l'euro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Europa si schiera duramente contro la manovra di bilancio dell'Italia. I toni sono volutamente alti, ma il gioco della Commissione europea rischia di ritorcersi contro la stessa Bruxelles e di travolgere l'euro.

E’ stata una riapertura thriller quella dei mercati stamattina in Italia. Lo spread BTp-Bund a 10 anni è esploso a 311 punti base e i rendimenti decennali dei nostri bond sono schizzati al 3,56%, salvo entrambi ripiegare in area 300 bp e 3,45% rispettivamente. Giù anche Piazza Affari, con il listino principale a perdere intorno al 2%, travolto dal -3,6% del comparto bancario. E non poteva andare diversamente dopo le tensioni di ieri sera a Bruxelles attorno alla manovra di bilancio dell’Italia. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non è riuscito a rassicurare i colleghi dell’unione monetaria all’Eurogruppo sulla sostenibilità delle misure messe in campo la settimana scorsa. Non ha partecipato all’Ecofin, la riunione dei ministri finanziari di tutta la UE, dovendo volare a Roma per completare l’aggiornamento al Def. Nel frattempo, il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, tuonava contro il deficit al 2,4% fissato dall’Italia per i prossimi 3 anni, parlando di “deviazioni significative dalle regole di bilancio”, mentre il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, parlava di necessità di essere molto rigidi con il nostro Paese per mettere in sicurezza l’euro e associando il nome dell’Italia alla Grecia per avvertire che vi sarebbe il pericolo di una crisi simile a quella di Atene, che “ci è bastata”.

Il silenzio della Germania sulla manovra di bilancio dell’Italia la dice lunga sulla fine dell’era Merkel

La reazione del governo è stata altrettanto dura. I due vice-premier sono intervenuti a sostegno della manovra di bilancio, con Matteo Salvini a sua volta ad avvertire Juncker che l’Italia è uno stato sovrano e non accetta minacce e Luigi Di Maio a confermare gli impegni con gli elettori, ma anche la volontà di restare nell’euro.

Come vi abbiamo anticipato ieri pomeriggio, tra Roma e Bruxelles si vivranno settimane infuocate e non già per le reali preoccupazioni della Commissione sulla manovra dell’Italia, quanto per l’esigenza politica dei due fronti di non compiere alcun passo indietro. La UE è consapevole che arrendersi agli sforamenti sul deficit del governo giallo-verde implichi rischio che altri seguano la stessa strada, mandando per aria le regole fiscali e la stessa costruzione dell’euro. Bocciare la manovra, tuttavia, comporta un rischio non minore di ritrovarsi un governo italiano dimissionario e una conseguente campagna elettorale tutta impostata contro l’Europa, con esiti disastrosi per quest’ultima. Salvini e Di Maio avrebbero buon gioco a sostenere che volevano tagliare le tasse e avviare il reddito di cittadinanza e a Bruxelles glielo hanno impedito. Sarebbe davvero la fine dell’euro. Quindi? La mossa di Juncker e dei suoi commissari sembra obbligata: alzare al massimo i toni (qualcosa di simile accadde con il governo Renzi) per portare a casa qualcosa. Nel caso specifico, fermo restando che Palazzo Chigi non possa rimangiarsi le misure appena approvate dal Consiglio dei ministri, si potrebbe arrivare a un accordo che preveda l’abbassamento del deficit-obiettivo sotto il 2% per il 2020 e 2021. E chissà che lo stesso governo non sia partito da percentuali più alte proprio in previsione di una negoziazione con Bruxelles.

Il rischio che il gioco sfugga di mano

Una tempesta (finanziaria) in un bicchiere d’acqua? No, niente affatto. I rendimenti italiani si stanno avventurando su livelli del tutto anomali per un’economia europea avanzata. Attualmente, si attestano ad un passo da quelli dell’Ungheria, il che è inquietante e ridicolo allo stesso tempo. Non esiste alcuna unione monetaria credibile con spread a 300 punti. L’Italia offre ormai i suoi decennali a rendimenti 10 volte maggiori di quelli tedeschi. Due le cose: o siamo percepiti ad imminente rischio default o gli investitori non si fidano che i nostri titoli di stato verranno rimborsati in euro. In questo secondo caso, anziché darsi a scene di isteria collettiva, l’Eurozona dovrebbe cercare di circoscrivere l’incendio e di spegnerlo. Invece, la lezione del 2011-’12 sembra non essere stata affatto imparata e lo stillicidio di dichiarazioni tattiche e miopi rischia di travolgere tutto.

Il compromesso necessario per salvare l’Italia e l’euro passa da BCE e Commissione UE

Se l’Italia perdesse la fiducia dei mercati da qui a breve, con rendimenti inaccessibili per rifinanziarsi a costi sostenibili, o la BCE scende in campo per segnalare che farà di tutto per salvare l’euro anche stavolta, accettando di intervenire per rassicurare sui nostri bond, o l’unica soluzione concreta praticabile a quel punto sarebbe l’uscita dall’euro dell’Italia, fatto salvo che un altro governo Monti con stangate fiscali sarebbe non solo improponibile, ma avrebbe conseguenze politiche così destabilizzanti da far temere per la stessa tenuta delle nostre istituzioni repubblicane democratiche. E allora, che succede? I toni vanno stemperati da entrambi i fronti, perché da qui al 15 ottobre, data di presentazione ufficiale della legge di Stabilità alla Commissione, non possiamo permetterci di assistere a una risalita continua dello spread, anche perché ciò significa nel concreto essere costretti a reperire ancora maggiori risorse solo per sostenere le nuove emissioni di debito, a riduzione del raggio di azione già quasi nullo sui conti pubblici.

La storia recente ci insegna che l’Eurozona non è sede di luminari di economia e di politici di livello, bensì di ottusità e atteggiamenti grotteschi. Pensare che i populisti si battano facendo precipitare nel caos per la seconda volta in pochi anni la terza economia dell’area sarebbe come non avere proprio letto nulla a proposito di una famosa Repubblica di Weimar, sbriciolatasi nel 1933 anche sotto i colpi del desiderio punitivo e revanchista della Francia. Non stiamo paragonando nessuno al Fuehrer, semplicemente notiamo come in Europa non si riesca a capire che le condizioni in cui l’euro-scetticismo prospera siano quelle dell’instabilità finanziaria, economica e politica. Il gioco di Juncker è infantile e autolesionista, perché consiste nel segare l’albero su cui egli stesso sta appollaiato insieme alla pletora dei suoi commissari. Davvero l’euro è a rischio ancora una volta per la miopia di chi lo gestisce e per la cronica assenza della politica, che nei momenti delle scelte se la da a gambe, lasciando che siano burocrati e banchieri a decidere le sorti di centinaia di milioni di cittadini. Con gli esiti disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti.

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Argomenti: austerità fiscale, bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, rendimenti bond, Spread