Il blocco della prescrizione è la picconata dei 5 Stelle a giustizia ed economia

Fermare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado non solo non aiuterebbe la giustizia ad essere più veloce, ma la distruggerebbe definitivamente e assieme all'economia italiana, oltre ad essere una norma incivile.

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Fermare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado non solo non aiuterebbe la giustizia ad essere più veloce, ma la distruggerebbe definitivamente e assieme all'economia italiana, oltre ad essere una norma incivile.

Come se non bastassero la legge di Stabilità per il 2020, la riforma del Fondo salva-stati e le divisioni sulle elezioni regionali, tra Movimento 5 Stelle e PD volano gli stracci anche sul blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. E’ la norma voluta dal Guardasigilli, Alfonso Bonafede, al tempo “Dj Fofo”, per rendere più veloce la giustizia, oggi fin troppo lumaca. Non sono pochi i casi di imputati che la fanno franca, non perché riconosciuti innocenti, bensì perché il reato di cui sono stati incriminati è risultato nel frattempo prescritto.

Senza volerci addentrare nei meandri di una materia per giuristi, la prescrizione è un istituto che fa sì che un soggetto resosi responsabile di un reato sia perseguibile non oltre un dato periodo di tempo dalla sua commissione. Perché una simile previsione nel nostro Codice Penale? Due ragioni fondamentali: per evitare che una persona sia perseguibile a tempo indeterminato, pur avendo commesso un reato; per “dare una mossa” ai giudici. Vi immaginate se, avendo rubato una mela al supermercato nel 1972, nell’anno di grazia 2019 potessi venire ancora rinviato a giudizio e condannato? Non solo sarebbe passato quasi mezzo secolo dal reato e avrei difficoltà anche solo a difendermi, ma oggi potrei essere un uomo del tutto diverso, un padre di famiglia con la testa a posto e non un ragazzotto scriteriato.

Ma vi immaginate cosa accadrebbe, se la riforma sul blocco della prescrizione dovesse effettivamente entrare in vigore dal prossimo anno? Trascorso il primo grado di giudizio, le toghe non avrebbero più fretta per il processo di appello, consapevoli che l’imputato, sia stato esso condannato o assolto con prima sentenza, possa essere tenuto a bagnomaria indefinitamente.

Se già oggi lamentiamo tempi biblici per la giustizia italiana, figuratevi senza quel pungolo che metta fretta ai giudici. Vi chiederete cosa c’entri tutto questo con l’economia. Invece, c’entra tantissimo. Persino le classifiche internazionali, come quella sulla facilità di fare impresa negli stati, il “Doing Business” annuale della Banca Mondiale, pongono l’Italia molto indietro rispetto a tutte le altre principali economie avanzate, anche per la giustizia lumaca.

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Il blocco della prescrizione allontana i capitali

Un imprenditore non può attendere anni, se non decenni, prima di vedersi definita una causa. Così come una banca non può pensare di ricevere l’ok del giudice per la vendita all’asta dell’immobile ipotecato di un cliente moroso dopo anche 10 anni – questi i tempi di attesa in qualche provincia del sud – perché a siffatte condizioni nessuno rischia i propri capitali e gli investimenti fuggono all’estero. Oltre tutto, non si darà nemmeno più giustizia in pasto all’opinione pubblica, se è vero che già oggi la prescrizione arriva per i tre quarti dei casi prima della sentenza di primo grado. L’unico risultato che avrebbe il blocco sarebbe di ingolfare le cancellerie già stracolme di scartoffie e di creare un clima di inciviltà, oltre che di incertezza, giuridica, tale per cui chicchessia potrà essere tenuto in purgatorio da un giudice per decenni e decenni, con la sua vita inevitabilmente stravolta.

Spesso, ragioniamo come se l’imputato fosse per automatismo colpevole del reato di cui è stato incriminato, mentre dimentichiamo che tutti noi potremmo finire un giorno alla sbarra per errore giudiziario o per false accuse o per qualsivoglia fraintendimento. L’unica cosa che dovremmo auspicare in quei casi malaugurati sarebbe che l’inferno finisca il prima possibile, non che lo stato sadicamente ci sospenda in eterno tra libertà e cella. I 5 Stelle si mostrano abilissimi a indossare i panni dell’uomo della strada, certamente schifato e risentito di una giustizia che non sempre fa il suo dovere, che commina pene blande per reati di allarme sociale e che si perde in corsi e ricorsi, finendo per lasciare a piede libero persone socialmente pericolose.

Ma nulla di tutto ciò c’entra con la prescrizione, mentre ha a che vedere con la scarsa efficienza degli uffici preposti, così come con la farraginosità del nostro sistema penale e processuale.

Per un applauso in qualche sparuta piazza, i “grillini”, manettari ab origine, stanno completando la distruzione del nostro ordinamento giuridico da un lato e dell’economia italiana dall’altro. Molto dubbio che un investitore straniero, avendo anche solo letto il titolo di un giornale sulla riforma della prescrizione, abbia voglia di portare i capitali in Italia, mentre sarebbe un mezzo miracolo se chi già si trova sul nostro territorio non espatri per la paura di ritrovarsi a vita a studiare con gli avvocati le carte per processi che non finiranno mai. E il caso ex Ilva dimostra quanto poco credibili siamo diventati come sistema Paese sul piano giuridico e quanto ciò impatti negativamente sulla percezione all’estero degli imprenditori.

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