Il bagno di sangue della lira turca e quali effetti per l’economia mondiale

Quali conseguenze per l'economia mondiale dal crollo della lira turca e il tonfo delle altre valute emergenti?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Quali conseguenze per l'economia mondiale dal crollo della lira turca e il tonfo delle altre valute emergenti?

E’ stata una seduta da dimenticare quella di ieri per la lira turca, che ha registrato perdite fino al 20% nel pomeriggio, scambiando a un minimo storico 6,80 contro il dollaro. Già nella prima mattinata si era scatenato l’inferno contro la valuta emergente di Ankara, ma il peggio è arrivato con l’annuncio del presidente Donald Trump di dazi raddoppiati su alluminio e acciaio importati dalla Turchia, rispettivamente al 20% e al 50%. Il tweet della Casa Bianca offre il senso di quanto stia accadendo: gli USA e la Turchia sono ormai alleati NATO solo di facciata. Gli affari del presidente Erdogan con Russia e Iran sul fronte dell’equipaggiamento militare nel primo caso e del petrolio nel secondo hanno indispettito non poco pure l’Europa, che giudica incompatibile la stretta vicinanza con Mosca di un suo stato membro.

Lira turca: panico sui mercati, contagiato l’euro

A pagare pegno per il crollo della lira turca sono state le banche di mezza Europa. Stando ai calcoli del Financial Times, le banche spagnole risultano esposte verso la Turchia per oltre 83 miliardi di dollari, quelle francesi per circa 34 e le italiane per 17. Nel nostro Paese, i rischi si hanno per Unicredit, che eroga prestiti ad Ankara tramite la controllata Yapi Kredi Bank. Non solo la quota del 41% detenuta da Piazza Gae Aulenti vale di meno in euro, ma bisogna fare i conti con crediti in valuta locale svalutati e a maggiore rischio default, visto che il sistema delle imprese turche è esposto complessivamente per 220 miliardi di dollari netti in valuta estera e con il tonfo del cambio di questi ultimi mesi, accelerato nell’ultima seduta, questi prestiti saranno più pesanti da onorare.

Il contraccolpo accusato dalle banche europee in borsa, con il titolo Unicredit sospeso dopo avere perso il 5,5%, non è certo l’unica e nemmeno la maggiore conseguenza che il crollo della lira turca avrà sul resto dell’economia mondiale. In previsione, dovremmo attenderci un deflusso dei capitali dai mercati emergenti, a causa delle turbolenze geopolitiche che stanno colpendo alcuni di loro, tra cui anche Argentina, Messico, Russia e persino la Cina, le cui valute hanno registrato tutte sostanziali cali negli ultimi mesi. A Pechino, la dirigenza comunista si mostrerebbe divisa sulla risposta a Trump in merito ai dazi. Non sarebbero in pochi a sostenere che bisognerebbe abbassare i toni e mostrarsi più collaborativi con la Casa Bianca sui temi del commercio.

I contraccolpi sull’economia mondiale

Una eventuale crisi dei mercati emergenti minaccerebbe i tassi di crescita delle economie avanzate, se si considera che essi rappresentino ormai quasi metà della ricchezza annualmente prodotta nel pianeta. Cambi molto più deboli finirebbero per colpire le esportazioni di Europa e America, in particolare, potenzialmente allargando il già elevato deficit commerciale a stelle e strisce e rinvigorendo così la posizione dura dell’amministrazione Trump contro i principali partner e aggravando lo scenario di una guerra commerciale. E se da una parte i deflussi colpiranno i rendimenti sovrani e corporate delle emergenti, a beneficiarne sarebbero quelli delle economie avanzate, specie dei bond “core” in una prima fase, come Treasuries e Bund. Non a caso, i decennali USA sono scivolati di 3 punti base sotto il 2,90% ieri, mentre quelli tedeschi sono scesi dallo 0,40% allo 0,33%, allargando le distanze con titoli come i BTp, i cui rendimenti sono di poco saliti.

Allo stesso tempo, i rischi derivanti da un’instabilità finanziaria in diversi mercati emergenti spingerebbero Federal Reserve e BCE a rinviare rispettivamente gli ulteriori rialzi dei tassi e l’uscita dall’accomodamento monetario. Nel caso di Francoforte, più che a una proroga del “quantitative easing”, si potrebbe segnalare un rialzo dei tassi più lontano rispetto alle aspettative attuali, sempre che il contesto esterno rimanga così deteriorato anche nelle prossime settimane. Più controverso, invece, l’impatto sulle materie prime. Ieri, il petrolio si è di poco apprezzato al barile, mentre l’oro non si è smosso dall’area dei 1.215 dollari l’oncia. In verità, un crollo delle valute emergenti colpirà nel tempo la domanda proprio di petrolio di economie come Cina e Turchia, sia per il rallentamento dei rispettivi tassi di crescita, sia pure per il maggiore costo (in dollari) dell’energia importata.

Il rialzo di ieri, infatti, potrebbe essere stato legato alla prospettiva di tensioni nel Medio Oriente, con l’Iran al centro delle attenzioni degli USA, che puntano a reintrodurre l’embargo sulle sue esportazioni. Venendo meno nell’immediato circa un milione di barili di petrolio al giorno, tenuto conto anche del collasso delle estrazioni in Venezuela, le quotazioni scontano una carenza di offerta, sebbene Arabia Saudita e Russia si mostrino pronte a rimpiazzare l’output di Teheran. Quanto all’oro, se si dovesse registrare una escalation delle tensioni, i prezzi salirebbero, ma si tenga conto che l’effetto depressivo sul petrolio che avrebbero le valute emergenti indebolite creerebbero un contesto macro sfavorevole per l’inflazione e, quindi, agli acquisti del metallo per mettere in sicurezza il potere di acquisto. In sostanza, si starebbero creando le condizioni per una politica monetaria più accomodante presso le principali economie mondiali.

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, Crisi turca, economie emergenti, lira turca, valute emergenti