Il 2 giugno è ancora la Festa della Repubblica fondata sul lavoro?

La Costituzione italiana risulta tradita nelle sue fondamenta e i governi da molti anni stanno ridicolizzando il suo primo articolo, sminuendo il lavoro e preferendogli l'assistenzialismo come stile di vita.

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La Costituzione italiana risulta tradita nelle sue fondamenta e i governi da molti anni stanno ridicolizzando il suo primo articolo, sminuendo il lavoro e preferendogli l'assistenzialismo come stile di vita.

Nessuna parata militare ai Fori imperiali oggi, causa Coronavirus. Ma almeno le Frecce Tricolori sorvoleranno la Capitale per quella che è la festa di compleanno della Repubblica. Ricorrono 74 anni dalla data del referendum, che esitò l’abbandono della monarchia e che diede vita all’Assemblea Costituente con la quale venne redatta la Carta fondamentale della nuova Italia, quella che si apre con l’incipit “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“. Si discute da decenni di cosa sia stato effettivamente attuato di questa Costituzione e se sia al passo con i tempi sul fronte dell’architettura istituzionale, che malgrado i numerosi tentativi di revisione dagli anni Ottanta in poi, resta intatta.

La Repubblica tutela e incoraggi il risparmio in tutte le sue forme?

Di certo, partendo dall’incipit si colgono un paio di osservazioni. Cosa significa “democratica”, se non esiste ormai più legislatura in cui la politica discute di come zittire sé stessa, inabissandosi per lasciare il posto a un qualche governo “tecnico”, al quale verrebbero affidati compiti salvifici agli occhi degli elettori, ma che nei fatti sarebbe destinato a svolgere il lavoro sporco al posto di una classe partitica che tende a latitare dinnanzi alle proprie responsabilità.

Attenzione, non stiamo mettendo in dubbio la democraticità di un esecutivo apparentemente non politico e che per nascere avrebbe bisogno, comunque, del sostegno del Parlamento. Interroghiamoci, però, su quale significato pregnante possa avere la parola “democrazia”, se i rappresentanti del popolo ogni quattro e quattr’otto invocano un Papa straniero per non dovere rendere conto al “demos” (popolo) delle loro scelte, facendo venire meno la fiducia nelle istituzioni, assai fragile ormai da molti anni.

Le minoranze urlanti hanno preso il sopravvento

E il lavoro? Mai articolo della Costituzione fu più tradito, una norma-manifesto a tutti gli effetti. Cosa significa Repubblica fondata sul lavoro? Semplicemente che non siano i titoli nobiliari a dare valore alla persona o anche più concretamente che le istituzioni debbano adoperarsi per creare opportunità quanto più diffuse possibili per tutti coloro che vogliano progredire, indirettamente contribuendo al benessere della Nazione? I dati parlano chiaro: su 60 milioni di abitanti, a lavorare sono poco più di 23 milioni, di cui 3 milioni nel settore pubblico e 20 milioni in quello privato. Poiché i primi, nella stragrande maggioranza dei casi necessari per l’erogazione di servizi, vengono sostenuti dal pagamento delle imposte dei secondi, è a questo secondo numero che si deve guardare per capire quanto sostenibile sia il sistema Italia.

Pensionati precoci e giovani fuori dal mondo del lavoro, così l’Italia affonda

Ebbene, la Repubblica fondata sul lavoro conta un solo lavoratore privato ogni tre abitanti. Volendo conteggiare per maggiore concretezza i soli italiani nella fascia di età lavorativa, abbiamo che appena un italiano su due trova un lavoro nel settore privato. Il resto non lavora (ufficialmente). Se non vivessimo in Italia, penseremmo che questa minoranza così preziosa per il mantenimento dell’intera baracca abbia un posto di rilievo nel dibattito pubblico, che la sua voce sia tenuta in debita considerazione da tutti, governi e stampa, perché sulle loro fatiche va avanti la Nazione. Invece, sappiamo che è diventato il contrario.

Progressivamente, le urla sguaiate dei ceti parassitari, vuoi per scelta o per costrizione, nel nostro Paese sono finite per sovrastare i decibel di chi tira la carretta. La domanda di assistenza prevale su quella di chi chiede meno burocrazia, meno tasse e più investimenti per sostenere l’economia. Una minoranza rumorosa tiene sotto scacco qualsiasi governo, quale che sia il suo colore e credo politici. L’emergenza Coronavirus di questi mesi ha suggellato il trionfo dei ceti parassitari ai danni di chi li mantiene.

Le richieste delle imprese, particolarmente dei settori particolarmente colpiti dal “lockdown”, continuano a non riuscire ad emergere, scavalcate dalla folta schiera di chi preme sul governo per allungare il blocco delle attività e per ottenere come definitive misure ostili al business, tra cui la chiusura domenicale di negozi e centri commerciali.

Debito pubblico insostenibile senza lavoro

Quando parliamo di sostenibilità del debito pubblico italiano, anziché concentrarci solo sulla spesa per interessi e sulla sua incidenza sul pil, dovremmo anche suddividere il valore dello stock per il numero degli occupati nel settore privato, quelli che – lo ripetiamo fino alla nausea – con il loro pagamento delle imposte mantengono tutti. Noteremmo che ciascun lavoratore privato (autonomo, libero professionista, imprenditore o dipendente) aveva sul groppone alla fine del 2019 qualcosa come 120.500 euro, mentre un suo collega tedesco circa 50.500 euro. Come possiamo immaginare di essere competitivi, se con il lavoro di pochi dobbiamo gestire un rapporto debito/pil di oltre il doppio di quello tedesco? E i numeri di quest’anno ci porteranno a un peggioramento relativo, anche drastico.

Senza uno scossone, anzitutto emotivo, l’Italia non riparte o, comunque, non per dirigersi verso una condizione economico-sociale migliore. Chi lavora, investe e produce deve essere guardato con rispetto e ammirazione, anziché con la cultura del sospetto tipica di uno stato poliziesco e privo di etica del fare. La pressione fiscale deve essere abbattuta, così come l’assistenza. Non è possibile che uno stato sproloqui di redistribuzione della ricchezza prima ancora che la si crei, né che preferisca destinare risorse continue a chi non produce per sottrarle a chi produce. Questa è la ricetta per il fallimento. Abbiamo almeno l’onestà di rivedere questo primo articolo della Costituzione, aggiungendo due semplicissime parole: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro dei fessi“.

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