I tassi sul debito pubblico italiano crollano e ci espongono alla speculazione internazionale

Spread BTp-Bund a 10 anni sotto i 200 punti base e rendimenti in caduta lungo tutte le scadenze del nostro debito pubblico, ma ecco perché potrebbe non essere una buona notizia per la sua stabilità sui mercati finanziari.

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Spread BTp-Bund a 10 anni sotto i 200 punti base e rendimenti in caduta lungo tutte le scadenze del nostro debito pubblico, ma ecco perché potrebbe non essere una buona notizia per la sua stabilità sui mercati finanziari.

Lo spread BTp-Bund a 10 anni è tornato sotto i 200 punti base ieri e i rendimenti decennali si attestano poco sopra l’1,70%. I titoli di stato emessi questa settimana con scadenze 2067, 2026, 2022 e i BoT a 12 mesi hanno riscontrato alle aste un incredibile successo, con ordini di quasi 6 volte superiori all’offerta del bond a 50 anni. La caccia al rendimento premia il nostro debito pubblico in questa fase, facendone scendere il costo all’emissione lungo tutta la curva delle scadenze e consentendo al Tesoro di spostarsi su quelle più lunghe per rifinanziarsi sui mercati.

E questa è una buona, un’ottima notizia.

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Ma la valutazione per il medio e lungo periodo può diventare meno positiva. Vi ricordate la relazione del neo-presidente della Consob, Paolo Savona, già ministro alle Politiche europee dell’attuale governo e noto per le sue posizioni euro-critiche? L’economista e navigato politico-manager italiano dichiarò, con sorpresa e ilarità di molti, che il debito pubblico italiano potrebbe salire al 200% senza destabilizzare la nostra economia. In fondo, il Giappone ha un rapporto debito/pil superiore al 240% e nessuno ne ha mai messo in dubbio la sostenibilità, anzi i rendimenti lungo tutte le sue scadenze sono ridotti al lumicino, tra i più bassi al mondo insieme a Svizzera e Germania.

Debito pubblico, la differenza con il Giappone

Cosa ci differenzia dal Giappone? L’Italia riesce a vendere solo per un 5% dei suoi titoli direttamente ai risparmiatori, cioè alle famiglie. Il restante 95% è in mano agli investitori istituzionali e alla BCE con il “quantitative easing”. E un terzo del nostro stock si trova all’estero. Quest’ultima misura viene considerata un indice di appetibilità e di successo del debito, tanto che nel 2010, prima della crisi dello spread, ben il 52% dello stock era in mani straniere. Eppure, proprio il fatto che tanto del nostro debito si trovi nei bilanci degli investitori istituzionali esteri non depone a favore della sua stabilità sui mercati. Vedasi gli accadimenti dal 2011 in poi.

Fondi pensione, d’investimento, speculativi o “hedge”, banche e assicurazioni acquistano titoli del debito per tenerli in parte fino alla scadenza e in parte per rivenderli alla minima occasione utile, insomma per specularci com’è giusto che sia per un’entità che deve creare valore per la sua clientela. Quanto più il debito da questi acquistati, tanto più bassi i rendimenti sul mercato secondario e alle aste di collocamento, ma tanto più instabili le quotazioni dei BTp sul secondario e, di riflesso, all’atto delle loro emissioni.

In teoria, se tutto il debito si trovasse nelle mani delle famiglie italiane, l’instabilità sarebbe ridotta ai minimi termini, perché il singolo risparmiatore non è solito vendere e comprare titoli giornalmente, ma generalmente li acquista per tenerli fino alla scadenza e ripararsi contro l’inflazione, ottenendo una minima remunerazione. Tuttavia, per farlo pretende rendimenti che abbiano un senso. Non troverete probabilmente mai una famiglia che compri un bond con rendimenti negativi o prossimi allo zero, perché dal suo punto di vista non avrebbe significato.

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Trade-off tra costo e stabilità

Altro aspetto: le famiglie investono generalmente su scadenze brevi e, per una minima porzione, su quelle medio-lunghe. Questo significa che per loro diventa interessante entrare sul mercato dei titoli di stato solo se i rendimenti a 12 mesi, 2, 3, 5 e 10 anni siano positivi e magari anche sopra il tasso d’inflazione. In questa fase, non sta succedendo. Anzi, i BoT annuali rendono sottozero e bisogna arrivare ai 6 anni per ottenere l’1%. Troppo poco per allettare gli italiani. Da qui, l’inevitabile permanenza ai minimi termini delle percentuali di BTp da loro detenute, per cui il nostro debito è e rimane legato ai desiderata degli investitori istituzionali, cioè esposto alla speculazione internazionale.

E’ evidente il “trade-off”: rendimenti un po’ più alti, specie per le scadenze brevi, in cambio di maggiore stabilità del nostro debito; rendimenti più bassi e maggiore volatilità. Senonché, magari con un debito perlopiù detenuto dalle famiglie, il costo medio sarebbe sostanzialmente uguale, ma la durata media dello stock risulterebbe più bassa.

Quest’ultima, però, diviene un parametro d’interesse ai fini della valutazione degli investitori finanziari. Infine, chissà: se il debito fosse tutto o quasi in mano alle famiglie, i governi diverrebbero forse più responsabili nelle loro dichiarazioni, esternazioni e nella conduzione delle politiche fiscali, visto che giocherebbero piuttosto chiaramente con i soldi dei loro stessi elettori.

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