I tassi negativi sono stati un fallimento e per questo avranno vita lunga

I tassi negativi della BCE hanno funzionato solo parzialmente, non riuscendo a rinvigorire l'economia, tanto che oggi non se ne può fare a meno, nonostante abbiano fallito l'obiettivo.

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I tassi negativi della BCE hanno funzionato solo parzialmente, non riuscendo a rinvigorire l'economia, tanto che oggi non se ne può fare a meno, nonostante abbiano fallito l'obiettivo.

Sono trascorsi quasi 5 anni da quando la BCE per la prima volta introdusse i tassi negativi per gli interessi applicati sui depositi “overnight” delle banche nell’Eurozona. In pratica, per la prima volta sarebbero stati i depositanti a pagare l’istituto per parcheggiarvi liquidità in eccesso rispetto ai coefficienti minimi regolamentari, una mossa non convenzionale e che, in teoria, avrebbe dovuto sostenere l’economia dell’area, spingendo le banche a prestare denaro, anziché “bruciarlo” a Francoforte.

Da allora, i tassi negativi sono stati tagliati al minimo storico del -0,4%, eppure non si può certo dire che si siano rivelati un clamoroso successo.

Anzitutto, cosa sono i tassi d’interesse? Essi esprimono il prezzo del denaro. Quando sono alti, la sua richiesta si tiene bassa, mentre quando sono bassi, aumenta. Qui, siamo in presenza di prezzi sottozero. Sarebbe come se un negozio vendesse biscotti a -1 euro al kg, cioè pagasse i clienti per venderglieli. Ci sarebbe una calca micidiale per accaparrarsi quante più confezioni possibile, gli scaffali si svuoterebbero e magari i consumatori finirebbero per saziarsene a tal punto da dare biscotti da mangiare ai propri amici pelosetti. Tutto questo con il bene denaro non si è intravisto, nonostante la BCE abbia accompagnato i tassi negativi con l’acquisto di titoli finanziari per circa 2.600 miliardi in poco meno di 4 anni, iniettando sui mercati altrettanta liquidità.

Certo, qualche risultato vi è stato ed è corretto darne atto: la crescita del pil nel quadriennio 2015-2018 è stata nell’area complessivamente dell’8,6%, ma il ritmo si mostra inferiore al quadriennio pre-crisi, quando la crescita era stata del 10,5%. E dire che allora i tassi fossero stati fissati fino a un massimo superiore al 5%; il rapporto tra debito e pil è sceso mediamente dal 90% all’85% e il tasso di disoccupazione è passato da circa l’11,5% al 7,7% del marzo scorso. Bene, ma non benissimo. Se l’obiettivo fosse stato semplicemente di far uscire l’Eurozona dalle secche della recessione, allontanando lo spettro della deflazione, si può dire centrato, altrimenti dovremmo ammettere che si sia trattato di un mezzo fallimento.

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L’Eurozona non può permettersi tassi sopra lo zero

Il flop è comprensibile, se si considera che ancora oggi, a distanza di 5 anni dall’introduzione dei tassi negativi, quello che avrebbe dovuto essere un intervento eccezionale si è rivelato quasi una droga per il sistema finanziario ed economico. Quasi nessuno concepisce ormai nell’Eurozona che i tassi possano essere anche solo minimamente sopra lo zero. Questo è un grosso problema. In effetti, il ragionamento dei più è il seguente: se con tassi sottozero molti governi hanno difficoltà a chiudere i conti pubblici in pareggio o anche solo con un deficit sotto il 3%, l’economia cresce a rilento, le imprese sotto-investono e i consumi languono, cosa accadrebbe con tassi positivi?

Poiché queste sono evidenze reali e non ideologiche, appare difficile che la BCE possa alzare i tassi da qui a breve, non importa se a guidarla dopo Mario Draghi sia un tedesco, un finlandese o un francese. La realtà prevarrà sulle opinioni: l’Eurozona – ma lo stesso dicasi per il Giappone, la Svizzera, la Danimarca, la Svezia, il Regno Unito e, in misura minore, per gli USA – non può permettersi nemmeno tassi di poco superiore allo zero. E se le economie del nord fiscalmente più sane reclamano da tempo un cambio di passo, anch’esse dovrebbero fare i conti con i rischi a carico dei rispettivi settori privati, visto che mediamente nel quadriennio passato i prezzi delle case sono aumentati del 16% nell’area, ma con punte ben superiori alle alte latitudini, mentre in Italia e Grecia, ad esempio, continuano a diminuire.

I mutui a bassissimo costo hanno consentito a milioni di famiglie in Europa di comprare casa, gonfiandone le quotazioni. Se i tassi aumentassero, molte non riuscirebbero a pagare la rata variabile e, in ogni caso, i nuovi mutui costerebbero di più, il mercato immobiliare imploderebbe e i valori a garanzia dei prestiti ipotecari delle banche crollerebbero, creando contraccolpi ai sistemi bancari, specie al nord.

E vi immaginate l’impatto su investimenti e consumi, quando già oggi le banche parcheggiano presso la BCE non meno di 1.200 miliardi di liquidità in eccesso e con l’aumento del costo del denaro sconterebbero rischi maggiori per il credito a famiglie e imprese? Il paradosso di questo discorso sta nel fatto che se i tassi negativi avessero centrato l’obiettivo, oggi sarebbero già stati archiviati. Al contrario, essendosi rivelati un semi-fallimento, non si può immaginare di fare diversamente. Come dire, la banca centrale è costretta a perseverare nella sua opera diabolica di rendere il denaro un bene sotto-costo.

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