I tassi negativi scuotono l’America, Trump e Powell ancora una volta divisi

Tagliare i tassi sottozero o aumentare gli stimoli fiscali? L'America è divisa sull'opportunità di seguire le mosse di Giappone ed Europa, i cui risultati si mostrano assai dubbi.

di , pubblicato il
Tagliare i tassi sottozero o aumentare gli stimoli fiscali? L'America è divisa sull'opportunità di seguire le mosse di Giappone ed Europa, i cui risultati si mostrano assai dubbi.

Il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, ha spiegato questo mercoledì di restare contrario all’ipotesi dei tassi negativi, invitando semmai ad aumentare il pacchetto degli interventi del Congresso, che ad oggi vale 3.000 miliardi di dollari, quasi il 15% del pil USA. Qualche giorno prima, il governatore della Fed di St. Louis, James Bullard, aveva respinto l’ipotesi suggerita tra l’altro dal presidente Donald Trump, sostenendo che l’esperimento in America sarebbe “problematico”, dato il diverso funzionamento del mercato monetario e notando come i risultati di Giappone ed Europa non si siano rivelati così chiaramente positivi. Per dirla con le parole di Powell, essi sono stati “mixed”, un modo diplomatico per dire che non avrebbero avuto efficacia.

La Fed sostiene l’azzardo e la prima emissione “high yield” dal 4 marzo è stata un grande successo

Eppure, Trump li invoca similmente a quando due anni fa twittava minaccioso contro il governatore per ottenere un taglio dei tassi. Una diversità lampante di vedute, che non è dato sapere ancora quale esito avrà. Le grosse banche d’affari sembrano schierate con il presidente. JP Morgan sostiene che i benefici dei tassi negativi possano superare i costi, mentre Goldman Sachs prevede che essi verranno adottati con un’eventuale seconda ondata dei contagi. E gli stessi mercati stanno scontando per la prima volta la possibilità che ciò accada nei prossimi mesi.

I tassi negativi ribaltano i ruoli sul mercato: chi presta denaro paga il debitore per concederglielo. Questa misura monetaria estrema dovrebbe spronare il credito, sostenendo l’inflazione e la crescita economica. In Giappone ed Eurozona, le cose non sono andate così. Tassi negativi sono finiti per abbattere i margini delle banche commerciali, dissuadendole dal prestare denaro a famiglie e imprese.

Hanno anche accresciuto le esposizioni verso titoli del debito “spazzatura” per la crescente caccia al rendimento degli investitori e avrebbero persino depresso le prospettive economiche, consentendo a società e banche di fatto poco competitive di rimanere sul mercato, giovandosi dei bassi costi di rifinanziamento dei debiti.

Tutto ruota attorno al dollaro

La polemica sui tassi negativi in America si spiega con un fattore sopra ogni altro: il super dollaro. Il tasso di cambio sarebbe mediamente sopravvalutato del 20% per gli analisti, secondo i quali proprio il più alto livello dei tassi USA lo sosterrebbe, incentivando l’afflusso dei capitali dal resto del mondo. E a sua volta, un cambio troppo forte impedirebbe alla bilancia commerciale di tendere verso l’equilibrio, vale a dire che le importazioni di beni e servizi continuano a sovrastare di gran lunga le esportazioni. Per Trump, l’unica soluzione rimasta, accanto a quella dei dazi, sarebbe proprio di tagliare i tassi sottozero, così da mettere gli USA in linea con il resto del mondo. Ieri, però, clamorosamente ha definito “a good thing” (“buona cosa”) un dollaro forte, una dichiarazione che cozza con la linea sin qui seguita da prima ancora che diventasse presidente.

Peraltro, i tassi negativi consentirebbero al Tesoro di Washington di emettere debito a costi molto più bassi, persino anch’essi negativi come avviene in Germania da anni. Un’occasione da non perdere per Trump, che spinge anche per allungare la durata media del debito federale, approfittando di un’occasione storica chissà se ripetibile o durevole nel tempo. Dunque, una soluzione che si scontra con l’esigenza della Fed di non distorcere il mercato a tal punto da distruggere i cardini su cui si è sviluppato nei secoli la principale economia del capitalismo mondiale. D’altra parte, se tutti barano svalutando il cambio con azioni di politica monetaria impensabili fino a pochi anni fa, perché non dovrebbe farlo anche l’America, che così rischia di subire i trucchi altrui?

La sensazione è che sui tassi negativi al discussione sarà molto meno ideologica di quanto pensiamo anche negli USA.

Se l’economia americana dovesse subire un altro contraccolpo dovuto all’emergenza Coronavirus o se l’inflazione dovesse scendere sottozero, le resistenze all’adozione di questa pratica si abbasseranno di molto. In aprile, l’indice dei prezzi è cresciuto su base annua dello 0,3%, giù dall’1,5% di marzo. Il crollo del prezzo del petrolio qui ha un doppio impatto sull’inflazione, perché oltre a ridurre il costo energetico per le famiglie, tende a colpirne negativamente anche i redditi, essendo gli USA il primo produttore di greggio al mondo e impiegando milioni di occupati nell’industria energetica. E un deterioramento dell’economia o un prolungamento della crisi spingerebbe la Fed a cambiare linea.

Lo chiamano capitalismo, ma siamo entrati nell’era del socialismo finanziario

[email protected] 

 

 

Argomenti: , , , , ,