I risultati elettorali in Spagna sconvolgono lo scenario tra boom di Vox e crollo di Ciudadanos

Le quarte elezioni politiche in quattro anni confermano l'ingovernabilità in Spagna, dove i socialisti arretrano e, pur restando primi, avranno ancora maggiori difficoltà a formare una maggioranza. Boom della destra di Vox, bene i popolari e crolla Ciudadanos.

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Le quarte elezioni politiche in quattro anni confermano l'ingovernabilità in Spagna, dove i socialisti arretrano e, pur restando primi, avranno ancora maggiori difficoltà a formare una maggioranza. Boom della destra di Vox, bene i popolari e crolla Ciudadanos.

Le quarte elezioni politiche in Spagna in quattro anno si sono tenute ieri e hanno esitato quello che tutti temevano: la conferma dell’ingovernabilità. Il Partito Socialista del premier uscente Pedro Sanchez ha ottenuto il 28% dei consensi e 120 seggi, confermandosi primo, ma perdendo 3 seggi rispetto alle elezioni dell’aprile scorso. Il Partito Popolare di Pablo Casado è arrivato anche stavolta secondo con il 20,8% e ha ottenuto 88 seggi (+22), balzando di un terzo in Parlamento. Alle sue spalle – questa la grossa novità del voto di ieri – è arrivata Vox, la destra neo-franchista di Santiago Abascal, con oltre il 15% dei consensi e ben 52 seggi, più che raddoppiando i 24 di sei mesi e mezzo fa.

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Giù la sinistra radicale di Unidos Podemos di Pablo Iglesias, fermatasi al 12,8% e 35 seggi (-7), mentre è crollo letterale per i centristi di Ciudadanos, guidati da Alberto Rivera, che ottengono appena il 6,8% e 10 seggi, perdendone 46. Bene le formazioni indipendentiste, come ERC con 13 seggi, probabili aghi della bilancia nei giochi parlamentari che iniziano da oggi per formare un governo.

In teoria, i socialisti potrebbero allearsi con Podemos e alcuni fuoriusciti da quest’ultima, radunatisi in Mas Pais (3 seggi). In totale, però, arriverebbero solo a 159 seggi, molti meno dei 176 necessari per la maggioranza assoluta. Ed ecco che si renderebbe necessario il coinvolgimento delle formazioni indipendentiste, tra cui ERC e JxCat. Mettendovi insieme queste due, si arriverebbe a un totale di 180 seggi. Il governo nascerebbe, ma su quale programma? Sarebbe una mera somma aritmetica e, soprattutto, darebbe fiato alle opposizioni, che avrebbero buon gioco nell’accusare Sanchez di ipocrisia sul contrasto alle rivendicazioni secessioniste della Catalogna, accusandolo di assecondarle.

Parlamento frazionato, Sanchez indebolito

Per contro, il centro-destra unito (Partito Popolare + Vox + Ciudadanos) si fermerebbe a 140 seggi e non conterebbe su alcun alleato al suo esterno. In teoria, l’unica soluzione di compromesso stabile sarebbe di larghe intese tra socialisti e popolari, con 208 seggi in tutto e quasi il 50% dell’elettorato così rappresentato. Ma non solo Casado esclude un simile scenario, non potrebbe nemmeno permetterselo con Vox ormai a un soffio dai consensi del suo PP. E il crollo di Ciudadanos sarebbe un allarme non da sottovalutare. A inizio campagna elettorale, Rivera aveva aperto a un’intesa con Sanchez dopo le elezioni. Sarà stato punito così pesantemente per questo?

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Probabile che stavolta i socialisti un accordo con Podemos lo trovino e che vi si aggreghino le forze minoritarie presenti in Parlamento. Quand’anche non dovessero ottenere la maggioranza assoluta, l’astensione “responsabile” dei popolari consentirebbe la nascita del nuovo governo. In tal senso andrebbero le prime reazioni a caldo di Casado. Tuttavia, nemmeno questo voto ha consegnato alla Spagna una prospettiva di legislatura. Anzi, il rischio di un ennesimo ricorso anticipato alle urne resta probabile per l’anno prossimo, sebbene Sanchez sia consapevole che ciò decreterebbe con ogni probabilità la fine della sua esperienza da premier e farà di tutto per trovare una soluzione politica che gli sia più congeniale.

La Spagna non è più bipartitica come in circa quaranta anni dalla fine del franchismo. E più si vota e più il Parlamento si fraziona e maggiore il numero di partiti necessario per comporre una maggioranza. Non può passare inosservato il balzo di Vox al terzo posto, perché segnala due cose: la popolarizzazione dell’elettorato spagnolo, così come nel resto d’Europa; lo scenario non remoto di un futuro premier a Madrid della destra anti-sistema, nel caso in cui a vincere le prossime elezioni fosse l’attuale blocco principale all’opposizione, ma con lo scettro della coalizione passato dai popolari a Vox.

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