I rischi per il Canada da una guerra commerciale con gli USA di Trump

L'economia canadese rischia sulle tensioni commerciali con gli USA. Il premier Justin Trudeau non può permettersi di mostrare i muscoli con il presidente americano Donald Trump.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia canadese rischia sulle tensioni commerciali con gli USA. Il premier Justin Trudeau non può permettersi di mostrare i muscoli con il presidente americano Donald Trump.

Il dollaro canadese ha perso lo 0,5% contro il dollaro USA dal vertice fallimentare del G7 tenutosi nei giorni scorsi proprio in Canada, nella provincia autonoma del Quebec. Poca roba, rispetto ai contraccolpi che l’economia nazionale potrebbe subire nel caso in cui le minacce del presidente americano Donald Trump si facessero serie. Replicando al premier Justin Trudeau, che aveva definito “un insulto” i dazi imposti contro Ottawa da Washington su alluminio e acciaio, l’inquilino della Casa Bianca non solo lo ha definito “disonesto e debole”, ma lo ha avvertito via Twitter che queste sue parole gli “costeranno parecchi soldi”. Tra le minacce già espresse, quella di imporre dazi al 25% sulle auto importate. Il tema è assai sensibile in Germania, ma spaventa anche i canadesi, non fosse altro per la loro estrema dipendenza commerciale dal confinante del sud.

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Nel 2017, il Canada e gli USA hanno intrattenuto relazioni commerciali per complessivi 674 miliardi di dollari. Gli interscambi hanno premiato la prima, che ha registrato esportazioni nette di merci per 97,7 miliardi, anche se le statistiche ufficiali americane parlano di un surplus per gli USA di 8,4 miliardi. Tant’è che il Nobel per l’Economia, il Prof Paul Krugman, notoriamente ostile alle posizioni trumpiane, ha ironizzato sulla capacità del presidente di concentrarsi su problemi che non esisterebbero. Tuttavia, ad avere effettivamente ragione sarebbe proprio Trump, che non a caso parla di un deficit prossimo ai 100 miliardi. Come mai tale discrepanza tra i numeri ufficiali americani e quelli canadesi?

Washington considera formalmente esportazioni le vendite all’estero di beni che siano semplicemente arrivati in un qualche sito americano per essere smistati altrove. E il territorio USA viene spesso utilizzato proprio come hub per esportare merci in altre economie, Canada in testa. Pertanto, si evince dai dati che merci per oltre un centinaio di miliardi di dollari, che per i dati ufficiali sarebbero esportate dagli USA e che le imprese americane non producono e né trasformano, in realtà arrivano da altre destinazioni. Se, però, includiamo anche i servizi, il deficit commerciale propriamente detto scenderebbe nell’ordine di poco più di 72 miliardi per gli USA. Parliamo di circa 5 punti di pil per l’economia canadese, i cui attori non a caso si agitano per le tensioni tra i due stati.

I rischi per l’economia canadese

Circa 1,9 milioni di posti di lavoro sono legati in Canada proprio alle esportazioni verso gli USA, pari al 10% del totale. Da qui, la probabile decisione della banca centrale canadese di attendere gli sviluppi della vicenda – è in corso anche la rinegoziazione del NAFTA, l’accordo di libero scambio con USA e Messico – e di sospendere la stretta monetaria avviata un anno fa e ad oggi consistita in 3 rialzi dei tassi da 25 punti base a testa fino all’attuale livello dell’1,25%. Paradossalmente, la lite tra Trump e Trudeau finirebbe per avvantaggiare le imprese canadesi, se si limitasse a tradursi in un indebolimento del cambio per il “loonie”, conseguenza di una politica monetaria di Ottawa meno restrittiva. In effetti, la Casa Bianca potrebbe accontentarsi di ottenere condizioni di accesso più favorevoli per l’industria casearia a stelle e strisce, che in Canada devono affrontare dazi proibitivi del 270%. Il mercato vale poca roba per le relazioni commerciali tra le due economie, anche se il dossier appare sensibile per il premier canadese sul piano politico.

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Tuttavia, anche il solo fatto di frenare sul rialzo dei tassi comporterebbe rischi per l’economia canadese. Come ha avvertito di recente anche il Fondo Monetario Internazionale, la bolla immobiliare ne rappresenta una delle principali minacce. I prezzi delle case continuano a crescere e sono saliti di oltre il 40% negli ultimi 5 anni e a Vancouver, considerata la città più cara al mondo per acquistare un immobile, di ben il 75%. Procrastinare la prossima stretta sui tassi, quando già l’inflazione si aggira un po’ sopra il 2% e il dollaro locale ha perso il 5% contro quello americano da inizio febbraio, non sembra saggio proprio per le ripercussioni che la mossa rischia di avere sul mercato immobiliare.

Trudeau non può permettersi un rapporto muscolare con Trump, essendo la sua economia dipendente dall’America e difficilmente potrà rimpiazzarla, specie nel breve periodo, con un mercato di sbocco alternativo, anche data la peculiarità geografica del Canada, praticamente avente un unico confinante. Resta da vedere in quali termini la minaccia sarà eventualmente concretizzata da parte di Washington nei confronti del suo secondo partner commerciale dopo la Cina. Se la Casa Bianca optasse per ritorsioni a tutto campo, per l’economia canadese sarebbero dolori e pure per le chanche di rielezione di Trudeau, che già da mesi non naviga in buone acque, almeno per i sondaggi. E certo che il disastro del G7 non lo aiuta, dopo che a marzo fu proprio la fallimentare visita in India ad avere spostato diversi consensi verso i conservatori.

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Argomenti: Altre economie, Presidenza Trump

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