I rendimenti negativi sono una forma mascherata di ristrutturazione del debito

I rendimenti negativi stanno "espropriando" i creditori in maniera silente, come se fosse in corso una gigantesca ristrutturazione del debito pubblico in Europa e Giappone. Le perdite reali, tenuto conto dei tassi d'inflazione, sono drammatiche.

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I rendimenti negativi stanno

Da pochi giorni, la Germania non ha più un solo titolo di stato che offra un qualche rendimento positivo. La sua curva delle scadenze risulta interamente negativa. Nemmeno acquistando un Bund a 30 anni si ottiene una remunerazione minima del capitale. Lo stesso dicasi per Danimarca, Olanda e Svizzera. Il Giappone non arriva ad offrire un terzo di punto percentuale sui suoi titoli a 40 anni, mentre altrove nell’Eurozona i rendimenti sono ormai negativi fino a ridosso dei 10 anni, con le obbligazioni a 100 anni dell’Austria scese allo 0,70%. La follia dei rendimenti negativi sta contagiando il settore privato, facendo capolino persino tra i bond “junk”, quelli che per definizione sarebbero “ad alto rendimento”.

E’ un mondo alla rovescia: chi presta denaro deve pagare chi s’indebita. Sfida le forze della fisica, un po’ come se da domani diventasse normale che sulla Terra, gettando un sasso, questi inizierà a salire in alto, anziché cadere giù. Da cosa dipende? Dal fatto che tutte le principali banche centrali hanno o azzerato i tassi o, addirittura, li hanno tagliati sottozero. Fa eccezione la Federal Reserve, che ancora li tiene al 2,25%, un livello altissimo a confronto con Europa e Giappone. In più, da anni esse hanno varato misure non convenzionali, come l’acquisto massiccio di assets per iniettare liquidità sui mercati.

L’obiettivo formale di queste politiche sarebbe di sostenere la ripresa dei prezzi verso i rispettivi target, tutti attorno al 2% nel medio termine. Ma più passa il tempo e più tale obiettivo sembra allontanarsi e più le banche centrali si affannano a centrarlo, costi quel che costi. Viene il sospetto che ci sia dell’altro dietro.

Siamo sicuri che la preoccupazione dei governatori in questi anni sia davvero l’inflazione sotto il 2%? E se i rendimenti negativi fossero un obiettivo non dichiarato e, tuttavia, perseguito? Essi equivalgono ad espropriare i creditori di parte del loro capitale, premiando i debitori, essenzialmente gli stati. Se fino a poco tempo fa era considerato ovvio che il risparmio dovesse essere remunerato, adesso non lo è più.

Cosa faccio se ho obbligazioni con rendimenti negativi in portafoglio?

La ristrutturazione dei debiti mascherata

Per evitare le perdite, gli obbligazionisti si trovano costretti o a spostarsi su scadenze sempre più lunghe o a finanziare emittenti più rischiosi o, infine, ad abbandonare direttamente questo mercato per investire in altri comparti, come quello azionario. E se fosse proprio questo che le banche centrali (e i governi) volessero? Fateci caso: rendimenti negativi impongono perdite ai creditori, un po’ come quando si avvia la ristrutturazione del debito pubblico di uno stato. Questa può avvenire in vari modi: tagliando le cedole, allungando le scadenze (“roll-over”) e/o tagliando il valore nominale dei bond (“haircut”).

Ed è proprio quello che sta accadendo, pur in forma mascherata, con i rendimenti negativi: chi presta denaro subisce una decurtazione del valore del capitale investito, deve tendenzialmente acquistare bond quanto più lunghi possibili per minimizzare le perdite e le stesse cedole sulle nuove emissioni si abbassano, anzi in Danimarca già affiorano le obbligazioni con cedole “negative”. Risultato? I governi possono rifinanziarsi a costi sempre più bassi e allungando sempre più le scadenze medie. E se si passa ai rendimenti reali, cioè considerando i tassi d’inflazione, l’esproprio ai danni dei creditori appare ancora più drammatico: un decennale tedesco infligge perdite cumulate alla scadenza del 22%, tra un quinto e un quarto dell’investimento.

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