I rapporti tra Conte e fondo vaticano indagato, ecco i fatti

La consulenza del premier Giuseppe Conte a favore di un fondo vaticano oggetto di indagini per operazioni finanziarie sospette accende il dibattito politico sul possibile conflitto di interessi. Cosa c'è di concreto?

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La consulenza del premier Giuseppe Conte a favore di un fondo vaticano oggetto di indagini per operazioni finanziarie sospette accende il dibattito politico sul possibile conflitto di interessi. Cosa c'è di concreto?

Tegola sulla testa del premier Giuseppe Conte dopo la pubblicazione di un articolo del Financial Times, secondo cui il suo nome comparirebbe in relazione alle indagini svolte dalla polizia vaticana su operazioni finanziarie sospette da parte di un fondo vaticano e legate ad alcuni investimenti immobiliari della Segreteria di Stato per 129 milioni di sterline (150 milioni di euro) per la costruzione nel quartiere di Chelsea a Londra di 49 appartamenti.

Il fondo in questione di chiama Athena Global Opportunities, a capo del 40% di Fiber 4.0, un consorzio di proprietà del finanziere Raffaele Mincione. Questi aveva lanciato un’OPA per ottenere il controllo di Retelit, di cui possedeva già il 9%, nella prima parte del 2018.

Retelit è un’azienda di telecomunicazioni e i suoi azionisti bocciarono l’offerta di Mincione, i cui proventi per l’operazione sarebbero interamente riconducibili ai 200 milioni di dollari gestiti per conto della Segreteria di Stato. Essi gli preferirono due società straniere: la tedesca Shareholder Value Management e la compagnia di telecomunicazioni statale libica. A questo punto, il consorzio si affidò al parere legale di Giuseppe Conte. Siamo al maggio del 2018, poche settimane prima che Movimento 5 Stelle e Lega concordino sul suo nome come premier. Sconosciuto al pubblico, giurista e professore di diritto, Conte chiarisce al suo cliente che il voto degli azionisti (contrario a Mincione) potrebbe essere annullato, se Retelit venisse sottoposta alla “golden rule”.

La “regola d’oro” venne introdotta nel 2012 dal governo Monti e consente allo stato di limitare il potere degli azionisti per tutelare gli interessi strategici nazionali, come lo sarebbe la salvaguardia dei dati sensibili per le aziende di telecomunicazioni. Cosa succede successivamente? Il Consiglio dei ministri del 7 giugno 2018 sostanzialmente replica lo stesso parere sulla “golden rule” del Conte giurista, il quale per l’occasione non partecipa alla riunione, essendo in volo verso il Canada per partecipare al G7 dell’8-9 giugno seguenti. Nulla di fatto, ad ogni modo, se è vero che il voto degli azionisti Retelit non fu ribaltato.

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Conflitto d’interessi nocivo per Conte?

In breve, saremmo dinnanzi a un caso di conflitto d’interessi, sebbene il premier si sia detto “tranquillissimo”, sostenendo che la presenza della compagnia libica abbia imposto di fare scattare la “golden rule”.

Con tutta onestà, non sembra che vi siano gli estremi per uno scandalo. Conte legittimamente fu assunto per esprimere un parere legale e qualche settimana dopo, inconsapevole che sarebbe diventato premier (chi lo avrebbe mai immaginato?), ebbe modo di ribadire la posizione tramite il governo, pur non partecipando al voto.

Nulla di eclatante, insomma. Il vero problema per il premier sarà di natura politica, vale a dire che rischia di dover dare spiegazioni sui suoi rapporti con il fondo vaticano sotto indagine per operazioni non ritenute in linea con le finalità caritatevoli dei fedeli di tutto il mondo, impiegando centinaia di milioni negli investimenti londinesi; insomma, la sua immagine verrebbe associata indirettamente a fatti poco trasparenti, cosa che un esponente “grillino” non potrebbe permettersi, data la natura “manettara” del Movimento 5 Stelle. Ma a carico di Conte, ad oggi, non vi sarebbe nulla di sospetto.

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