I programmi di Lega e 5 Stelle? Per realizzarli occorre bloccare la spesa pubblica

I programmi di Lega e Movimento 5 Stelle potrebbero trovare concreta attuazione parziale nel corso di una legislatura, a patto di bloccare la spesa pubblica.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I programmi di Lega e Movimento 5 Stelle potrebbero trovare concreta attuazione parziale nel corso di una legislatura, a patto di bloccare la spesa pubblica.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono al lavoro per mettere mano al programma comune di governo, oltre che per individuare i nomi da presentare al presidente Sergio Mattarella per ciascun dicastero. Ieri, i due leader hanno emesso una nota congiunta, con la quale informavano di avere compiuto “grossi passi avanti” sui temi e le misure da portare avanti, specie su pensioni, tasse, reddito di cittadinanza e immigrazione. Il grosso sembra fatto, anche se non sarà affatto secondario capire chi guiderà questo o quel ministero. Una cosa, ad esempio, sarebbe che all’Economia andasse un Giancarlo Giorgetti, un’altra che quel ruolo spettasse a Claudio Borghi. Entrambi della Lega, il primo sarebbe rassicurante sulla tenuta dei conti pubblici, il secondo per niente. Ad ogni modo, la lista della spesa è lunga e molto costosa: rivedere o cancellare la legge Fornero costerebbe 20 miliardi all’anno, ma i calcoli variano molto, a seconda di cosa s’intenda per smontare la riforma delle pensioni di fine 2011. Tornare al sistema precedente appare problematico e improbabile, più concreta una maggiore flessibilità per i lavoratori in uscita.

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E segue il capitolo tasse: la flat tax al 15% sarebbe eccessivamente costosa da realizzare, almeno in tempi brevi. Dunque, l’ipotesi più realistica sarebbe una sforbiciata alle aliquote e una riduzione degli scaglioni di reddito dai 5 attuali a non più di 3. Ma, appunto, serviranno altri miliardi. E il reddito di cittadinanza? Immaginare che qualsiasi inoccupato si becchi un assegno mensile da 780 euro sarebbe illusorio, semmai si starebbe discutendo di come potenziare gli attuali ammortizzatori sociali. Auspicabile che si andasse verso un sistema unico di garanzia del reddito per i casi di disoccupazione, superando retaggi del passato, come la cassa integrazione e le varie specificità settoriali.

Il tutto, con due occhi di attenzione rivolti sia ai 5 miliardi di manovra correttiva che formalmente ci verranno richiesti a fine mese dalla Commissione europea, sia ai 12,5 miliardi necessari per evitare che scattino le clausole di salvaguardia, ossia maxi-aumenti di IVA e un ritocco all’insù anche delle accise. Come si possono fare quadrare i conti? In sede europea, il prossimo premier, politico o tecnico che fosse, dovrebbe presentarsi con un piano credibile e al tempo stesso di medio periodo. Dovrebbe dire ai commissari: signori, consentiteci di spalmare le clausole di salvaguardia in un arco di tempo di almeno 2-3 anni, nonostante di flessibilità ce ne abbiate concessa parecchia, ma stavolta ci impegniamo seriamente a mettere a posto i conti pubblici e al contempo a realizzare parte dei programmi presentati in campagna elettorale. Come?

Bloccare la spesa pubblica

Prendete la spesa pubblica. Nel 2017 dovrebbe essersi attestata a circa 830 miliardi, ovvero intorno al 48,5% del pil. Immaginiamo che questa cifra restasse perfettamente uguale per 5 anni, cioè che non la si tagliasse, ma che nemmeno la si incrementasse. Se il pil crescesse nominalmente del 2,5% all’anno (inclusa l’inflazione), in 5 anni assisteremmo a una discesa del rapporto tra spesa pubblica e pil sotto il 43%. Dunque, da un disavanzo fiscale intorno al 2% si arriverebbe a un attivo del 3,5%, a parità di entrate. Ovviamente, il governo non dovrebbe attendere la fine del quinquennio per utilizzare tale avanzo e realizzare le sue promesse, ma agirebbe nel corso della legislatura con gradualità e sempre lasciando che il deficit scenda. Mettendo in conto l’impatto sui conti pubblici derivante dai rialzo atteso dei rendimenti nei prossimi anni, ad occhio e croce avremmo a disposizione un margine del 3% su cui fare leva per tagliare le tasse, fare qualche investimento in più e andare incontro alle richieste di lavoratori e famiglie in difficoltà. Non sarebbero tanti soldi, ma i circa 55 miliardi così liberati in 5 anni non sarebbero nemmeno da buttare.

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Non sarebbe affatto un’operazione facile. La spesa pubblica tende a crescere di anno in anno per effetto dei rinnovi contrattuali per gli oltre 3 milioni di dipendenti della Pubblica Amministrazione, ma anche per la lievitazione dei costi di beni e servizi e la crescita della loro domanda. Si pensi alla sanità, per fare un esempio di spesa in un paese dall’invecchiamento costante della popolazione. Il patto che dovrebbe farsi una volta per tutte con regioni, comuni e cittadini sarebbe il seguente: la spesa deve rimanere costante in valore assoluto per un certo numero di anni e ogni costo aggiunto dovrà essere auto-finanziato da tagli allo stesso comparto, agendo su sprechi e inefficienze, che in Italia sono non pochi. Un discorso politicamente difficile, è vero, ma che non ha alternative serie. Vogliamo la flat tax o qualcosa che ci somigli? Vogliamo che i lavoratori possano godere di maggiore flessibilità nel decidere quando andare in pensione? Vogliamo che i meno fortunati non siano totalmente abbandonati? E allora serve stringere questo patto e che al Tesoro vada una personalità rassicurante per i mercati, che sono quelli che incidono per quasi un settimo della nostra spesa pubblica.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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