I nuovi mercati di frontiera: opportunità da fiutare, ma attenzione ai rischi

Alcuni mercati si distinguono da quelli emergenti per non essere stati sfiorati negli anni passati dall'afflusso di capitali, in arrivo in questi mesi. Attenzione, però, ai rischi. Valutare sempre caso per caso.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il

Quando si parla di mercati emergenti, ci si riferisce principalmente ai Brics, ossia alle economie più evolute del nuovo ordine mondiale, come Brasile, Cina, India, Russia, Sudafrica, Turchia, Indonesia solo per citare le più note. Ma esiste un gruppo di paesi ancora in grossa parte inesplorato dal mercato globale dei capitali, che possiamo definire “mercati di frontiera”.

Perché della “scoperta” dei nuovi mercati

Negli ultimi mesi, pare che la finanza mondiale li stia scoprendo, riversando su di loro flussi di capitali ad oggi assenti. Dal 2008, anno di scoppio della crisi finanziaria globale, centinaia di miliardi di dollari fluirono verso i Brics e le altre economie emergenti, alla ricerca di rendimenti più elevati, visto che le politiche monetarie accomodanti di Federal Reserve, BCE e BoE li avevano azzerati negli USA e in Europa. Queste economie si sono presentate appetibili, affamate di capitali, essendo in crescita da anni.

Con il “tapering”, ossia il taglio degli stimoli monetari da parte della Fed, buona parte di questi capitali è tornata in patria, provocando un’instabilità valutaria e finanziaria tra le emergenti non da sottovalutare e i cui effetti non si sono ancora del tutto dispiegati.

Alcuni dati

Poiché l’afflusso di capitali non aveva riguardato i mercati di frontiera, questi non sono stati toccati dal deflusso degli ultimi mesi. Risultato: se le borse delle economie emergenti registrano tensioni, quelle di frontiera scambiano oggi le azioni a un prezzo medio di 13,6 volte gli utili delle società quotate, il 18% in più rispetto alle emergenti. Analoga la situazione sul fronte del rapporto tra prezzo delle azioni e valori a libro, pari a 1,8, il 28% in più del dato presso le economie emergenti.

Tuttavia, queste cifre potrebbero prestarsi a una doppia lettura: c’è ottimismo su questi mercati, ma forse le azioni sono già sopravvalutate. E il rischio è di fare i conti con una volatilità abbastanza forte, trattandosi di piazze poco liquide, in cui, quindi, bastano spostamenti relativamente piccoli di denaro per provocare rialzi o ribassi eccessivi.

Non tutti i mercati sono uguali

Da un punto di vista qualitativo, poi, non tutti i mercati di frontiera sono uguali. La valutazione della governance è essenziale, tanto per fare un esempio, così come le prospettive specifiche di ciascun paese.

Il Venezuela si trova in fondo alla classifica dei paesi per grado di libertà di impresa (posizione 181), mentre la Lituania si piazza al 17esimo posto, il Qatar al 48esimo e gli Emirati Arabi al 23esimo. E se i cds (titoli che assicurano dal rischio default) a 2 anni rendono solo 26 punti base in Qatar, segnalando un rischio fallimento pressoché nullo, in Venezuela siamo a 1.195 e in Argentina a 2.370 punti base, a conferma che trattasi di stati sostanzialmente in pre-default.

Altro requisito per capire lo stato di salute delle economie è anche il grado di convertibilità e di libera fluttuazione sui mercati delle valute locali. Alcune di loro, infatti, sono tenute ancorate al dollaro e alle principali valute mondiali a un tasso fisso irrealistico e tale da scatenare potenzialmente a breve una gravissima crisi valutaria e finanziaria. L’esempio più lampante è ancora una volta il Venezuela, il cui tasso ufficiale del bolivar è di 6,3 contro un dollaro, quando al mercato nero lo si scambia a quasi 88, circa 14 volte meno.

 

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Argomenti: Altre economie, stimoli monetari