I mercati ci concedono una nuova finestra, ora l’Italia deve approfittarne per riprendersi

Sui mercati si apre una nuova finestra di opportunità per l'economia italiana, anche se rischia di essere vanificata per l'ennesima volta. Continuano a esistere, però, anche forti rischi.

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Sui mercati si apre una nuova finestra di opportunità per l'economia italiana, anche se rischia di essere vanificata per l'ennesima volta. Continuano a esistere, però, anche forti rischi.

Il crollo dei rendimenti obbligazionari in tutto il mondo avanzato, pur riflettendo aspettative pessimistiche sull’andamento dell’economia globale, in sé suona come una buona notizia per i governi e il settore privato. Il costo del denaro nell’Eurozona – solo per limitarci alla nostra realtà – sarebbe tutt’altro che prossimo a un aumento. La BCE ha allontanato il varo della prima stretta monetaria verso la fine dell’anno, mentre fino alla metà di marzo valevano i comunicati ufficiali dei 9 mesi precedenti, secondo cui un rialzo dei tassi nell’area sarebbe arrivato intorno all’estate del 2019. Probabile che nemmeno a fine anno Francoforte sarà nelle condizioni di ritoccare all’insù i tassi, nemmeno se a insediarsi dopo Mario Draghi vi sia un governatore più “falco”.

Il circolo vizioso che deprime l’economia italiana e fa impennare il debito pubblico

E così, oggi il Tesoro italiano ha potuto emettere CTz a 2 anni (scadenza novembre 2020) al rendimento medio lordo dello 0,288%, un livello dimezzato rispetto alla precedente asta di solo un mese fa. I decennali sono scesi sotto il 2,50%, ai minimi dal maggio scorso, così come i biennali offrono circa lo 0,25%. Così come sta accadendo agli altri bond sovrani europei, anche la curva dei BTp si sta sgonfiando lungo tutte le scadenze, pur rimanendo la seconda più alta nell’Eurozona dopo la Grecia.

Ad ogni modo, di questo passo risparmieremo qualche prezioso quattrino sugli interessi da corrispondere agli investitori sul debito pubblico di nuova emissione. Considerando che resterebbero da collocare da qui a fine anno circa 300 miliardi di euro in titoli a breve (BoT) e lunga scadenza, per ogni 100 punti base in meno di rendimento medio, pagheremmo una spesa inferiore dii 3 miliardi lordi, quasi lo 0,2% del pil.

Difficile che il crollo sarà di questa entità, ma almeno potremmo confidare, salvo tensioni autogene sul nostro mercato, su una spesa per interessi non in crescita rispetto allo scorso anno. E già questa sarebbe una novità molto positiva, data l’impennata dello spread con la nascita del governo giallo-verde.

Non è come il 2015-’16

Peraltro, i tassi bassi tengono debole l’euro. Il cambio contro il dollaro è inchiodato da mesi al range 1,13-1,15. E anche questo aiuta la nostra economia, che è esportatrice netta. Se la BCE avesse mantenuto la guidance sui tassi, lasciando intravedere un avvio della stretta già in estate, verosimilmente oggi l’euro risulterebbe più apprezzato contro le altre valute, particolarmente il dollaro, a detrimento delle nostre esportazioni, l’unico pilastro che dal 2014 regge la nostra timida ripresa, in assenza di una domanda interna solida.

Infine, c’è la bassa inflazione. Il petrolio era arrivato fin sopra gli 86 dollari al barile per il Brent, mentre successivamente era sceso fino ai 50 dollari, risalendo all’attuale quota 67-68 dollari. Difficile che nel breve, con questo pessimismo proprio sul fronte della crescita globale – la quale traina la domanda di energia – le quotazioni si surriscaldino stabilmente sopra i 70 dollari. Anche in questo caso, si ottengono risparmi, stavolta direttamente a beneficio di famiglie e imprese italiane, le quali potranno destinare rispettivamente ai consumi e agli investimenti una fetta più grande dei loro bilanci.

Il mix tra tassi e petrolio bassi e cambio debole nel biennio 2015-’16 sostenne la ripresa dell’intera area, riuscendo a riportare definitivamente sopra lo zero le variazioni congiunturali dello stesso pil italiano. Questo non significa, però, né che il sostegno all’economia italiana sarà della stessa intensità di allora, né che avverrà per un periodo così duraturo. Rispetto ad allora, infatti, i tassi risultano più bassi, la BCE ha sostanzialmente esaurito gli stimoli e, pertanto, una ulteriore discesa loro e del cambio appare meno probabile. Semmai, possiamo rallegrarci dell’allontanamento dello scenario più avverso, quello che iniziava a manifestarsi nell’autunno scorso, quando il greggio ai massimi da 4 anni deprimeva i bond sul surriscaldamento atteso dell’inflazione e s’ipotizzava una ripresa anche dell’euro per la minore divergenza monetaria con gli USA nel medio termine.

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Ma esistono svariati rischi

Niente di tutto questo sta accadendo, anche se incombono altre nubi sull’economia nell’area. La più minacciosa arriva da Oltremanica e si chiama Brexit, o meglio “hard” Brexit. Parliamo dell’ipotesi sempre meno improbabile che il Regno Unito esca dalla UE senza un accordo, uno scenario preoccupante per le relazioni commerciali e finanziarie tra le due parti, con una dozzina di miliardi di euro netti di esportazioni italiane a rischio. Ci sono, poi, le tensioni politiche a scuotere l’unione monetaria, quando mancano 60 giorni esatti alle elezioni europee e tutti i sondaggi evidenziano l’ascesa delle formazioni euro-scettiche, tra cui la Lega di Matteo Salvini. Proprio l’Italia, con la sua recessione “tecnica” conclamata alla fine dello scorso anno, banche sotto-capitalizzate e un debito che non accenna a ridursi in rapporto al pil, complice la crescita nominale anemica di quest’ultimo, costituisce tra i fattori di rischio sistemico per il Vecchio Continente.

Per intenderci, i mercati ci stanno aprendo l’ennesima finestra temporale per rafforzare l’economia prima che le condizioni esogene esterne diventino meno favorevoli. Il treno è stato perduto nell’ultimo quinquennio e nulla ci lascia supporre che lo agganceremo stavolta. Anzi, mancano i presupposti politici per il varo di riforme economiche pro-crescita, con un governo diviso al suo interno sulle azioni da adottare per uscire dalla contrazione del pil del semestre passato. Né Roma sarebbe nelle possibilità di utilizzare i pochi eventuali risparmi ottenuti sugli interessi per sostenere l’economia, dovendo al contrario cercare di centrare il target concordato faticosamente con la Commissione europea di un deficit al 2%.

Quando l’accordo venne siglato, il governo ottimisticamente rassicurava su un aumento reale del pil dell’1%, mentre adesso non c’è analista che non abbia rivisto quel dato in prossimità dello zero. E le clausole di salvaguardia da 23,5 miliardi dall’anno prossimo assumono i contorni di uno scenario realistico, per quanto il peggiore che si possa profetizzare.

Flat tax, Def e clausole di salvaguardia: il percorso ad ostacoli obbligato del governo Conte

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