I lockdown danneggiano le banche e la BCE lancia l’allarme crediti a rischio

La seconda ondata dei contagi in Europa colpisce il settore bancario, che in borsa crolla rispetto ai livelli di inizio anno. Il peggio non sarebbe neppure arrivato.

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La seconda ondata di contagi in Europa è arrivata ben prima delle attese e già ha spinto la maggior parte dei governi a imporre nuove restrizioni, se non veri lockdown come a marzo. L’Italia si accinge a chiudere maggiormente le attività e a limitare ulteriormente la circolazione delle persone. L’ultimo pensiero in piena nuova emergenza Covid corre alle banche, eppure si tratta di un comparto particolarmente colpito dalla pandemia. Basti guardare ai grafici di borsa: l’indice dedicato agli istituti italiani ha perso il 34% quest’anno, mentre l’Euro Stoxx Banks cede oltre il 41%.

A marzo, quando il Covid arrivò in Europa e l’Italia aprì la strada ai lockdown nel resto dell’Occidente, la Vigilanza della BCE emanò una raccomandazione con la quale caldeggiò fortemente il divieto per le banche dell’Eurozona di distribuire dividendi. Il ragionamento alla base della misura, seguita dalla stragrande maggioranza degli istituti nell’area, era semplice: la pandemia colpirà le economie e si rifletterà negativamente sulla qualità dei crediti bancari, con la conseguenza di rendere necessari nuovi provvedimenti di rafforzamento del patrimonio.

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Il blocco dei dividendi, che vige fino a tutto quest’anno, servirebbe a un duplice scopo: consentire alle banche di accantonare risorse che verrebbero impiegate per ricapitalizzarsi, ove ve ne fosse bisogno; rendere più digeribili agli occhi dell’opinione pubblica eventuali salvataggi pubblici, a distanza di un decennio dagli ultimi che fecero esplodere malcontento verso Europa e governi nazionali. Chiaramente, le azioni bancarie ne stanno risentendo molto negativamente, perché la mancata corresponsione delle cedole deprime i rendimenti dei titoli.

Nuovi lockdown allontanano il ritorno alla normalità

L’imposizione di nuovi lockdown non avvicina di certo il ritorno alla normalità e costringe la BCE a mantenere in vigore la raccomandazione di marzo, sebbene il vicepresidente della Vigilanza, Yves Mersch, abbia dichiarato l’altro ieri che l’approccio di Francoforte a breve potrebbe mutare, tornando a una valutazione “banca per banca”, a meno che le proiezioni sui livelli patrimoniali delle banche non restino avvolte in tali incertezze da rendere necessaria l’estensione temporale della policy attuale. Difficile che la BCE contraddica la sua stessa raccomandazione in piena seconda ondata di contagi.

Anche perché dalla stessa Vigilanza non arrivano numeri rassicuranti. Il presidente Andrea Enria ha invitato le banche del Vecchio Continente ad attendersi un’impennata dei crediti deteriorati o NPL a 1.400 miliardi di euro, un livello superiore al picco massimo raggiunto dopo la crisi finanziaria e dei debiti sovrani nel decennio scorso. Secondo il Gruppo Prelios, altri 60-100 miliardi di crediti a rischio sarebbero a carico delle banche italiane. Per Enria, la soluzione da adottare per risolvere il problema sarebbe la creazione di “bad bank” nazionali, garantite dall’Unione Europea, tali da godere degli altissimi rating e potersi finanziare sui mercati a costi molto bassi, potendo sostenere le banche domestiche.

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Verso nuovi salvataggi pubblici

Secondo l’italiano, questo approccio non avrebbe nulla a che vedere con i salvataggi pubblici a favore delle banche che si sono assunte rischi eccessivi. Sarà, ma di salvataggi pubblici parliamo e chiaramente a carico dei contribuenti, sui quali ricadrebbero le perdite derivanti dal maggiore prezzo pagato dalle “bad bank” per rilevare gli NPL rispetto al loro effettivo valore di recupero. Ulteriore debito pubblico in vista, che la BCE sarebbe pronta a monetizzare con gli acquisti di bond sovrani ed emessi anche da altri organismi pubblici per ancora chissà quanti anni.

Ma è stato lo stesso Mersch a porre un limite a tale condivisione crescente dei debiti pubblici, quando ha affermato che le condizioni poste a presidio del PEPP non possano essere travasate nel “quantitative easing” ordinario.

Il primo risulta un programma monetario più flessibile, tra l’altro consentendo alla BCE di effettuare acquisti anche senza ponderarli per le dimensioni economiche degli stati. Viceversa, il QE si fonda sul rispetto del “capital key”, indispensabile per tedeschi e alleati, affinché i rischi sovrani siano quanto meno condivisi possibile.

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