I dazi di Trump? L’America si è stancata di mantenerci e attacca l’austera Germania

L'America di Donald Trump contro la Germania della cancelliera Angela Merkel, accusata di austerità. L'eccesso di risparmio nell'Eurozona è nel mirino della Casa Bianca, che tenta una riconversione delle principali economie mondiali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'America di Donald Trump contro la Germania della cancelliera Angela Merkel, accusata di austerità. L'eccesso di risparmio nell'Eurozona è nel mirino della Casa Bianca, che tenta una riconversione delle principali economie mondiali.

L’America di Donald Trump cambia musica anche con gli alleati storici, che minaccia senza fronzoli di punire commercialmente con l’imposizione di dazi sulle loro esportazioni negli USA. La Casa Bianca studia una possibile tariffa del 20% sulle importazioni di auto europee, scatenando reazioni e paure in Germania, che ha nel comparto automobilistico un “core” business. I rappresentanti del settore propongono l’azzeramento dei dazi sulle auto importate dagli USA nella UE come gesto distensivo, finalizzato a impedire che Trump metta davvero in pratica la misura così penalizzante per l’economia tedesca. Un riconoscimento implicito, tuttavia, della disparità delle condizioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, perché nonostante a Bruxelles filosofeggino di libero scambio, la UE applica al resto del mondo dazi superiori a quelli comminati dagli USA. Un esempio lo offrono proprio le 4 ruote: 2,5% sulle importazioni verso gli USA, 10% su quelle verso la UE.

Perché i dazi di Trump finiranno per colpire il debito americano

Trump non ci sta, ma non si tratta di colpire questo o quel settore. L’inquilino della Casa Bianca dice ormai chiaro e tondo che l’America ha smesso di essere benefattrice per il resto del mondo. I dati gli danno ragione, anche se sulle cause di questo “buon cuore” degli americani abbiamo scritto ampiamente. Di fatto, gli USA sono consumatori netti di beni e servizi per oltre 500 miliardi di dollari all’anno, più di 550 nel 2017. A tanto ammonta il loro squilibrio commerciale, ovvero il valore delle importazioni, al netto delle esportazioni. Non così dicasi di tutte le altre grandi economie mondiali: l’Eurozona vanta esportazioni nette per quasi il 5% del pil, la Cina per poco meno del 2% e il Giappone per oltre il 2%. Insomma, se l’America consuma, le altre potenze risparmiano. E poiché parliamo di un gioco a somma zero, i consumi dell’una equivalgono ai risparmi degli altri. In poche parole, le importazioni nette dell’America sono le esportazioni nette di qualcun altro, vale a dire di europei, cinesi e giapponesi, volendo restare alle grandi economie.

Il problema è strutturale, non di dazi. Anzi, i dazi che Trump agita contro i partner commerciali sono non solo in sé una soluzione erronea, ma forse solo uno spettro che il presidente americano paventa per spingere le grandi potenze, quelle che fanno i numeri, a riconvertire i loro modelli economici. Obiettivo forse velleitario, almeno nel breve termine, ma certo il tycoon ha colto nel segno. Vediamo i dati. Nell’Eurozona, i consumi delle famiglie ammontano al 54% del pil, la percentuale più bassa tra le grandi economie avanzate, che si confronta con il 56% del Giappone e il ben 69% degli USA. In Cina, ancora economia non matura, fanno appena il 39%. Vero è che da noi risultano di circa il 6% del pil più alti i consumi finali pubblici (20,2% contro 14,3% degli USA), ma il differenziale non riesce a compensare il gap tra i consumi privati delle due economie.

I bassi consumi europei

Dunque, gli europei sotto-consumano e gli americani sovra-consumano. Se i primi dovessero spendere quanto i secondi, ci sarebbero 1.700 miliardi di euro in più in circolazione nell’Eurozona, di cui una buona parte finirebbe nelle casse delle imprese straniere, tramite una lievitazione delle nostre importazioni (esportazioni del resto del mondo verso l’Eurozona). E’ a questo che Trump punta, a farci diventare più cicale e meno formiche, perché se tutti facessero come noi – questo il ragionamento sottinteso – l’economia mondiale sarebbe depressa per eccesso di risparmio. In realtà, servirebbe un riequilibrio anche sul fronte americano. Se ci incontrassimo a metà strada, ovvero se le famiglie nell’una e nell’altra economia spendessero intorno al 60% del pil (questa è la percentuale italiana), per noi equivarrebbe a maggiori consumi privati nell’ordine di 700 miliardi di euro all’anno, per l’America a qualcosa come 1.800 miliardi di dollari in meno. Alla fine, noi importeremmo di più, gli americani di meno. Coinvolgendo in questo processo di riconversione economica anche potenze come Cina e Giappone, le bilance commerciali di tutti diverrebbero più equilibrate, ovvero registrerebbero surplus e deficit meno accentuati e non cronici.

Del resto, verso UE, Cina e Giappone nel loro insieme gli USA hanno sfiorato i 600 miliardi di deficit commerciale nel 2017, qualcosa come oltre il 3% del loro pil. Non è detto, però, che Trump debba guardare solo in casa d’altri per capire come risolvere il problema. Negli ultimi 20 anni, i consumi delle famiglie americane sono cresciuti del 143%, ovvero al ritmo del 4,5% all’anno, mentre quelli nell’Eurozona si sono espansi della metà. Se è vero che noi avremmo potuto puntare maggiormente sulla domanda interna, Washington avrebbe confidato troppo su di essa. Tagliare i consumi interni, anziché stimolare quelli altrui, sembra una misura più alla portata di un governo, ma presenta costi dolorosi sul piano politico. Se Trump volesse ridurre i consumi privati (e le importazioni) USA, basterebbe che riducesse e finanche annullasse il deficit fiscale. Ciò richiederebbe, però, tagli alla spesa pubblica e/o un aumento delle tasse, misure entrambe impopolari.

Ecco, quindi, che il presidente americano vorrebbe che i governi dell’Eurozona spendessero di più per stimolare la domanda interna, mentre con la Cina il problema sarebbe di accelerare la trasformazione da economia export-led a una più matura e basata maggiormente sui consumi interni, processo quasi naturale con lo sviluppo in atto. Il Giappone, invece, non ha certo problemi di bassa spesa pubblica, gravato da un rapporto debito/pil che supera il 250%, il doppio di quello americano e il triplo che nell’Eurozona. Semmai, Tokyo dovrebbe aprirsi commercialmente di più al resto del pianeta, visto che importa per appena un 15% del suo pil. Ecco, quindi, che lo scontro si riduce essenzialmente con la Germania e si fa ben più ideologico di quanto non sembri a prima vista. Deficit spending contro pareggio di bilancio, consumi contro risparmi. Berlino è sotto attacco per i suoi ingenti surplus correnti, frutto di quelli fiscali. In un certo senso, è come se Trump facesse una battaglia contro l’austerità tedesca per conto anche degli altri partner dell’Eurozona. Per dirla con le parole di Eric Lonergan, macro fund manager di M&G, “Trump ha ragione sul commercio (mondiale)” e nonostante egli non condivida l’impostazione sui dazi, spiega che il vero punto sarebbe un altro, cioè “l’Europa è stata scroccona sulla domanda globale”. Insomma, finora non abbiamo pagato il biglietto per le vagonate di treni merci con cui abbiamo inondato il mondo. Ma l’America chiede ora il conto.

I dazi di Trump e il governo Conte accerchiano la Germania

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Argomenti: Economia Europa, Economia USA, Germania, Presidenza Trump